Historia – I Normanni

Rivedendo una vecchia puntata di Passepartout, l’impareggiabile Philippe Daverio, raccontava di questo popolo (e della sua cultura) che aveva saputo incredibilmente diffondersi dalle coste vichinghe, alla Francia, all’Inghilterra, al mezzogiorno d’Italia, fino alle lontane terre dell’odierna russia.

La narrazione (qui intesa nel senso più corretto, e non già in quello ad essa impresso nell’attuale ricorrente gergo giornalistico e politico), mi ha intrigato assai e ho cercato altre fonti dalle quali ricavare notizie storiche di maggior dettaglio e significato. Il lavoro di ricerca e di lettura si è rapidamente ampliato a dismisura, tanto da suggerirmi spunti di riflessione e di intervento.

E così ho deciso di tentare (senza eccessive pretese) di avviare una serie di ricerche e di riflessioni sul passato storico del mezzogiorno, della Capitanata e anche della città di Foggia. Non è l’ambizioso disegno di uno storico, né ho la pretesa di realizzare una analisi storica di eventi e fatti assai complessi e nemmeno quella di scrivere una storia del territorio. Semplicemente vorrei, prendendo spunti da letture, incontri, dibattiti, testi, cimeli, occasioni diverse che mi si presenteranno, provare a ragionare e discutere di argomenti inerenti all’oggetto prima descritto.

Saranno semplici interventi, anzi, piccoli inserti che aggiungerò alle “rubriche” di cui tratto nel mio blog.

E comincerò dalla presenza dei normanni, collegando questa presenza con la struttura statuale che essi riuscirono così brillantemente a realizzare e consolidare, mentre nel resto dell’italia (ma anche dell’europa), conflitti, contenziosi, guerre e massacri segnavano l’affermarsi o il decadere di stati, principati, comuni, ducati, repubbliche e regni costantemente in contrasto tra di loro e comunque caratterizzati da alterne fortune.

Anzitutto vorrei chiarire che il termine “brillantemente” da me usato nel paragrafo precedente non vuole minimamente adombrare una qualificazione positiva, ma semplicemente definire una azione di successo che popoli abbastanza rudi e comunemente considerati barbari dalle popolazioni autoctone dell’intera europa, riuscirono a realizzare in breve tempo, affermandosi come punto di riferimento sostanziale degli altri soggetti operanti in quella determinata epoca storica, ponendo le basi di una “unità” territoriale che sarebbe sopravvissuta fino al 1860 (non senza peraltro conflitti e frizioni significative al proprio interno).

Non può che destare sorpresa, infatti, che in breve tempo un nucleo di “avventurieri”, giunti dalla Normandia, riuscissero ad inserirsi nel disgregato contesto sociale ed economico della Sicilia e della parte meridionale dello stivale, riuscendo, in breve tempo a diventarne i dominatori; affiancati da una “non meno sorprendente costruzione di una rete di funzionari centrali e periferici, che garantì il controllo politico e giurisdizionale e notevoli proventi fiscali, contenne assai fermamente le aspirazioni all’autonomia di signori e città, orientò tutta l’Italia del Sud, dall’Abruzzo alla Sicilia, verso un assetto statale, che raggiunse forme di vero assolutismo monarchico nella prima metà del XIII secolo, sotto Federico II di Svevia”.

Ma sono andato troppo oltre nella storia. Soffermiamoci adeguatamente sui Normanni.

Il compiuto, ponderoso ed analitico lavoro di Giovanni Tabacco (“Dal tramonto dell’impero alle prime formazioni di Stati regionali”, in Storia d’Italia, Einaudi, 1974, vol. 2, tomo primo, pag.195), dal quale il brano sopra citato è stato tratto, individua gli elementi peculiari della affermazione normanna nel territorio meridionale.

Se infatti era stato formalmente il papa ad istituirne giuridicamente l’esistenza conferendo a Ruggero il Normanno (poi Ruggero II) il titolo nel 1130, la realizzazione delle relazioni sociali e politiche, la loro definizione, l’imposizione di leggi e regole, furono tutte il frutto della capacità organizzativa e della forte e determinata iniziativa di quel gruppo di “avventurieri” che, a partire da un piccolo nucleo nel 1027 avevano progressivamente esteso la loro presenza ed affermato il proprio potere in tutta l’italia meridionale.

Già il fatto di ottenere investitura e titolo da parte sia dell’antipapa (Anacleto II) che dal papa (Innocenzo II), la dicono lunga sulla capacità di estendere e consolidare un potere che era certamente militare, ma che doveva necessariamente e sicuramente contare su una solida struttura sociale ed economica.

Tabacco individua due elementi convergenti, per definire le ragioni di tale rapido (e come vedremo duraturo) successo. Da un lato “(…) l’esigenza dei conquistatori di trasformarsi in uno stabile apparato di potere: un’esigenza capace di esprimersi nella solidarietà di ristrette aristocrazie militari con il principe e nell’accettazione di una sua potente prevalenza territoriale, per l’aspra secolare esperienza di imprese di pirateria e di guerra, che aveva contraddistinto per secoli il mondo dei vichinghi e il suo molteplice prolungamento normanno.” (cit. pag.196). In questo senso le analogie tra la conquista e il radicato insediamento normanno nell’Inghilterra e nell’italia meridionale sono assai significative.

Ma qui converge una peculiarità assai importante. Infatti insieme ai normanni, sopravvivevano nuclei consistenti di latini, ma anche di arabi (insediati in ampi territori), di bizantini (che occupavano altre importanti aree territoriali), di longobardi (che si erano fusi con le popolazioni autoctone), di greci e di ebrei. Ciò ebbe ripercussioni importanti sul piano culturale, ma anche e soprattutto sul piano politico ed amministrativo. “(…) l’apparato di potere si imperniò su una concezione monarchica di forte ispirazione orientale, con una ostentazione di pompa in corte regia (…) e con un’ambizione legislativa e una capacità di organizzare una burocrazia centrale del fisco, quali allora non si riscontravano altrove in occidente.” (cit.pag.196). Ad un coacervo di popolazioni, etnie, riti, lingue, consuetudini politiche e sociali, “(…) la corte di Palermo si sovrappose con notevole tolleranza della varietà di usi religiosi e giuridici, ma con chiari proposti di disciplina politica unitaria.” (cit.pag.197).

Intendo riprendere nei prossimi scritti molti degli aspetti (anche quelli contraddittori e meno chiari) di questo processo che portava in nuce questioni e problemi che si sono successivamente drammaticamente perpetrati sino all’età moderna e contemporanea.

Qui voglio invece citare alcuni esempi, a mio parere sublimi, i quali dimostrano plasticamente come i due elementi convergenti sopra descritti, abbiano influito sia sull’assetto politico e sociale, sia su fulgidi esempi di arte e cultura.

Le chiese della Normandia (le rovine dell’Abazia di Jumieges, l’Abazia degli Uomini e quella delle Donne a Caen), i segni persistenti nelle rimaneggiate costruzioni inglesi (la originaria torre dell’Abazia di Canterbury, la struttura della Cattedrale di Ramsey, la Cappella nella Torre di Londra), e infine il Duomo di Cefalù, così come la Cattedrale di Monreale, portano il segno evidente della impronta normanna, avendo “(…) in comune lo stesso rigore militare, una passione per la simmetria e la capacità di riassumere tutte le esperienze estetiche mondiali.” (Philippe Daverio, Passepartout, “I Normanni”).

Di questa capacità riassuntiva delle diverse esperienze estetiche sono mirabili esempi la Cappella Palatina a Palermo, gli interni della Cattedrale di Monreale, intrisi di arte bizantina (i grandiosi mosaici), araba (i preziosi soffitti e gli archi arabeggianti), di cultura latina e di ornamenti derivati dall’ebraismo.

Un insieme che lascia serenamente affermare che il mondo definito semplicisticamente “barbarico” aveva ed ha ancora molto da insegnare in termini di integrazione sociale, economica, politica e culturale ai governanti di oggi e ai propugnatori delle logiche predatorie del capitalismo finanziario contemporaneo.

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