Historia – Gli Svevi

La fine del XII secolo segna anche la fine dei regnanti di stirpe normanna, non solo nell’italia meridionale, dove Enrico VI Hohestaufen ne cinge la corona, avendo sposato Costanza di Altavilla, figlia di Ruggero II, ultima normanna della casata; ma anche “(…)in Inghilterra dove il Plantageneto di Acquitania ha già sostituito il normanno doc (Guglielmo il Conquistatore); e infine in Francia cresce con abilità, il potere assoluto di Filippo Augusto Capeto che si mangia la Normandia.” (Philippe Daverio, Passepartout, “I Normanni”).

In verità, nell’italia meridionale e in sicilia cambia assai poco.

Ho già scritto della capacità normanna di insediarsi nel territorio meridionale, di stabilire un dominio regio fortemente centralizzato, pur essendo capace di valorizzare ed incorporare al suo interno e sotto un forte controllo regio popolazioni, etnie, gruppi, città, organismi e culture pur diverse fra loro orientando l’intero territorio verso un assetto che potremmo definire “statale”. Con maggiore precisione Tabacco, già citato nello scritto sui Normanni (Giovanni Tabacco, “Dal tramonto dell’impero alle prime formazioni di Stati regionali”, in Storia d’Italia, Einaudi, 1974, vol. 2, tomo primo), afferma: “Si può interpretare il regno normanno in Sicilia come una dominazione militare in via di sviluppo in senso statale.” (cit., pag.199).

L’assunzione della corona da parte di un Hohestaufen poteva costituire un momento di rottura in questo processo poderoso che si era andato costituendo lungo tutto il secolo precedente. E non ne mancarono né le occasioni, né le condizioni.

Infatti la pratica assenza del monarca da quei territori per quasi tutto il periodo del suo regno; la destabilizzazione determinata dall’invio e dall’insediamento di baroni di stirpe tedesca nei territori dello stato con cospicue donazioni di titoli, terre e diritti di esazione fiscale; le tendenze autonomistiche da parte di alcune città, in particolare di quelle rivierasche e con rapporti (economici e commerciali) con altre città del nord italia; le sommosse di aree che mantenevano contatti e relazioni con i precedenti governi bizantini; le frizioni tra l’alta burocrazia del regno e grandi signori feudali. Furono tutti elementi che determinarono numerosi e pericolosi conflitti all’interno del regno, registrando anche accadimenti cruenti (come l’assassinio di Maione da Bari, cancelliere e grande ammiraglio del regno).

Tuttavia la sagace opera dei normanni si era radicata a fondo basandosi sui due fondamentali capisaldi: “Fu infatti la gerarchia delle fedeltà vassallatiche la struttura di quel regno come dominazione militare.” (cit., pag.199). Ma insieme con questa, il campo fiscale, che costituiva il fulcro del potere regio, garantendone la sua sopravvivenza e prosecuzione.

Scrive infatti più avanti Tabacco: “Similmente nel campo fiscale, muovendo dalla tradizione siculo-musulmana e italo-bizantina dei catasti fondiari, essa seppe organizzare – nell’età in cui il Barbarossa andava estorcendo contribuzioni nell’Italia del centro e del Nord in modo saltuario e spesso accidentale – gli uffici centrali, denominati “dohanae”, preposti all’amministrazione del fisco e alla riscossione di tutti i proventi del re. Organizzazione feudale della milizia e gestione meticolosa dei proventi fiscali: ecco le massime espressioni e i più vigorosi strumenti dell’efficienza regia.” (cit., pag.200).

Un elemento interessante che contraddistingueva il regno, rispetto alle altre e molteplici realtà che si andavano affermando e consolidando in altre parti dell’Italia e dell’Europa era la diffusa e capillare presenza regia sul territorio, costituita da rappresentanti del re che oltre ad essere presenti e ad amministrare territori demaniali (peraltro fortemente estesi), si inserivano nel sistema delle autonomie cittadine, ed anche in zone e regioni che comprendevano territori feudali e signorie ecclesiastiche senza tuttavia sostituirsi a queste ultime. Il fatto che contemporaneamente molti di questi territori sottoposti ad autonomie, baronie o controllo ecclesiastico, fossero poi gestite non direttamente dai loro titolari, ma da altri funzionari, portò ad una situazione di convivenza e quindi di necessaria integrazione e coordinamento, se non di mera sostituzione (nel caso delle città).

Con questo fondamentale retroterra, dopo la fase di turbolenza che si era registrata durante il dominio paterno (quello di Enrico VI), Federico II ebbe nelle sue mani la concreta possibilità di proseguire e rafforzare il processo messo coerentemente in piedi dalla dominazione normanna. L’orizzonte del regno permaneva concretamente alla vista di vassalli e baroni, di ecclesiastici e di città, a differenza di un centro evanescente, inefficace, se non addirittura fastidioso e pericoloso, come accadeva per l’Impero nel settentrione d’Italia e al di là delle Alpi.

Dunque i caratteri impressi nella gestione del regno da parte dei normanni, trovarono piena continuità ed anzi si rafforzarono con il regno della Casa di Svevia, al volgere del secolo e, come vedremo ulteriormente, ancora dopo con la casata degli Angioini.

Anzi con Federico II, quei caratteri e quelle costumanze furono ulteriormente assunte quali elementi fondanti e strutturanti del regno e ne ricevettero ulteriore spinta e rafforzamento.

Scrive ancora Tabacco: “La robusta ripresa dell’anteriore esperienza normanna avvenne su un piano di superiore consapevolezza, come risoluto programma politico e con largo ricorso ad una cultura giuridica improntata di assolutismo imperiale romano. La legislazione fu ambiziosissima nel rivendicare al principe e al suo apparato di potere l’intera responsabilità della vita pubblica.” (cit., pag.202).

Vale la pena approfondire ulteriormente questi concetti, al fine di meglio individuare il nocciolo di questa serie di scritti che vi sto proponendo. Durante il regno di Federico II, infatti, “(…) il grande corpo delle norme emanate era dominato sostanzialmente da una universale e meticolosa volontà di controllo, per tutto pacificare nel regno, e per costruire una macchina produttrice di profitti per il potere, con solerte determinazione di imposte e di introiti doganali e inasprimento dei monopoli, con innovazioni monetarie, con creazione di magazzini statali di cereali e merci varie (…). Per tali fini la legge consolidava ovunque la gerarchia dei funzionari e in pari tempo esigeva da essi, con minaccia di pene gravissime, l’incorruttibilità (…). (cit., pag.203).

Introiti che erano assai consistenti e cospicui. Non ho rintracciato dati precisi, ma dovendo procedere per approssimazione, possiamo dire che, ai tempi di Roberto d’Angiò (e quindi sul finire del ‘200, le entrate dello stato assommavano a centomila once d’oro (che corrispondevano alla metà degli introiti del ricchissimo re di Francia). Non molto lontane da questi valori dovevano essere le entrate ai tempi degli Svevi, entrate che potevano contare su enormi proprietà demaniali,  sulle entrate derivanti dalle diverse tassazioni esistenti sulle città e sui loro commerci, e anche (seppure assai limitatamente) da “interventi” sulle proprietà dei baroni e della chiesa.

Se infatti non fu intaccato quel rapporto di integrazione e coordinamento tra funzionari dello stato e i rappresentanti o amministratori dei beni appartenenti all’aristocrazia (civile o religiosa che fosse), è indubbio che Federico II, tendesse a garantirsi una supremazia reale (nel senso del regno), anche nei loro confronti, delimitandone efficacemente proprietà e diritti e subentrando ad essi non appena se ne presentasse l’occasione (tradimenti, eccessi, allontanamenti, ecc.) e quindi rafforzando ulteriormente la fedeltà nei suoi confronti.

Dunque, nonostante le turbolenze che si registrarono durante tutto il loro dominio (da Enrico VI, fino a Manfredi) nel corso di quasi tutto il XIII secolo, la casa di Svevia mantenne, proseguì e rafforzò il radicamento di un forte potere statale nell’italia meridionale, con le caratteristiche specifiche che ho cercato di sottolineare.

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