Historia – Gli Angioini

Quei tratti peculiari che sono arrivato a definire “statali” e che hanno caratterizzato il governo della sicilia e del mezzogiorno d’italia durante la dominazione normanna prima (dagli albori dell’anno mille fino al traguardo del secolo), e sveva successivamente (da Enrico VI nel 1194 a Manfredi nel 1266), perdureranno ancora allorquando prenderanno il potere gli angioini e anche quando si evidenzierà la frattura (con segno aragonese) del regno.

Cercherò di esporre gli elementi essenziali di questo processo nel presente scritto.

L’arrivo degli angioini francesi, fortemente voluto dal papato, contro le teorie e le politiche “supramatiste” federiciane, e sostenuto da una alleanza di forze in funzione antighibellina, ebbe due principali conseguenze. La prima fu l’arrivo di un consistente numero di nobili francesi di vario rango cui furono distribuiti terre e diritti del demanio, molto spesso in maniera “esuberante” ed “abusiva”, dando origine ad insediamenti notabilati che si inserirono in varia maniera (laddove in contrapposizione, laddove in forme coordinate e di migliore convivenza) con le baronie e il sistema vassallatico preesistente. La seconda conseguenza fu l’arrivo di banchieri e istituti di credito del nord, al fine di riscuotere le erogazioni di denaro (e i pingui interessi) dati agli angioini e al papato per sostenere la campagna militare contro gli svevi e per il sostegno a questa causa di varie città, nobili, principati e governi.

Nota Tabacco nello scritto più volte citato nel presente lavoro: “Ai veneziani, ai genovesi, ai pisani, si aggiungevano, nella ricerca di privilegi, i fiorentini, i senesi, i lucchesi, finchè, nella prima metà del XIV secolo, regnando Roberto d’Angiò, la grande concentrazione mercantile e bancaria delle compagnie fiorentine dei Bardi, dei Peruzzi e degli Acciaiuoli raggiunse nel mezzogiorno l’assoluta preponderanza nel commercio del denaro e il dominio delle finanze pubbliche, prestando alla corte e ai baroni, alle città e ai mercanti e proprietari locali, ricevendo depositi da enti ecclesiastici, e dal re dazi, zecche ed imposte in appalto, anche talvolta provvedendo al soldo delle truppe, ed operò spregiudicatamente nell’acquisto di prodotti grezzi e di vettovaglie, anche in momenti assai delicati, nello smercio di prodotti costosi, nella protezione delle proprie clientele mercantili: non senza fruttuosi inserimenti di singoli membri di queste potenti famiglie direttamente nell’ordinamento di corte, come consiglieri, familiari, ciambellani.” (Giovanni Tabacco, “Dal tramonto dell’impero alle prime formazioni di Stati regionali”, in Storia d’Italia, Einaudi, 1974, vol. 2, tomo primo, pagg 204-205).

Ho voluto riportare questo lungo brano, perché da un lato esso contiene la conferma della grande valenza e del notevole peso che la fiscalità dello stato aveva assunto, e quindi il permanere e il consolidarsi di tutti quegli elementi che ho più volte definito come “statali”; dall’altro introduce un fatto assai interessante che sarà in futuro elemento caratteristico e non sempre positivo, di successivi accadimenti, e più in particolare, del ruolo del mezzogiorno nell’economia nazionale. Nota infatti acutamente Tabacco: “Non, si badi, il Mezzogiorno come società capace di aprirsi a nuove esperienze economiche, ma il “regno” del mezzogiorno, come collaudato sistema di procacciamento, a sua volta suscettibile di essere sfruttato.” (cit., pag.205).

Su quest’ultimo argomento credo che tornerò in futuro, se deciderò di prolungare questa rubrica di “inserti” sulle vicende storiche del mezzogiorno e della capitanata. Qui voglio proseguire nella disamina degli elementi che “perdurano” nella organizzazione del regno nel mezzogiorno d’italia e in sicilia, e delle novità che in questo quadro di solida continuità si vengono a determinare.

Il 1282, infatti, si verifica un fatto di notevole importanza che porterà la Sicilia a separarsi dal regno, per stringere una solida alleanza con gli Aragonesi. La storia del mezzogiorno d’Italia si legherà progressivamente alle vicende di questa casata e, di conseguenza, alla Spagna, con una serie di conseguenze di vario genere. Nel presente scritto, mi limiterò alle vicende che coinvolsero il mezzogiorno durante una gran parte del XIV secolo e quindi tenterò di delineare quelli che mi sembrano i caratteri più interessanti di questo processo.

Anzitutto i fatti. Ho precedentemente accennato all’arrivo di baroni e nobili francesi al seguito dei d’Angiò, nonché l’inserimento di elementi francesi nella gestione dello stato. Ciò si dimostrò particolarmente negativo nei confronti dei baroni siciliani, la cui presenza era significativamente più forte e diffusa nell’isola, rispetto ad un forte prevalere di beni demaniali nella penisola, dove l’alienazione di questi beni a favore dei nuovi venuti non ebbe conseguenze così conflittuali con la nobiltà e i privilegi preesistenti.

E’ simpatico ricordare che l’elemento scatenante (secondo la narrazione comune), fu dovuta alle offese perpetrate da un soldato (o ufficiale ?) francese, nei confronti di una dama, il cui accompagnatore reagì violentemente (è il caso di dire “cherchez la femme”). Da questo evento prese spunto la rivolta che, nata a Palermo, si propagò rapidamente in tutta l’isola, portandola alla separazione dal continente e dalla casata d’Angiò, e, contestualmente al coinvolgimento della casata di Aragona per assumerne la corona.

Ai fini del presente lavoro e dell’ipotesi che vado svolgendo in questi scritti, gli elementi che intendo sottolineare sono i seguenti.

Anzitutto il sistema amministrativo e fiscale, con le caratteristiche che abbiamo sin qui delineato, continuò a funzionare durante tutto il dominio angioino, segno di un profondo radicamento e di una ottima funzionalità della macchina amministrativa e fiscale che era stata messa in campo a partire dall’anno mille e che perdurava ancora.

La seconda considerazione si riferisce al fatto che, nonostante la separazione, l’altro caposaldo, che ho più volte ripreso nel corso di questi scritti, e cioè la “fedeltà” vassallatica quale troncone altrettanto fondamentale della solidità del regno, perdurò sia in sicilia che nella parte peninsulare, seppure con due diversi regnanti e con quelle specificità sopra delineate, seguendo percorsi quasi “paralleli”.

Si giunse addirittura, perdurante la suddivisione dei regni, a strategie di collaborazione e di vere alleanze politiche, tra i baroni dell’una e dell’altra parte (come nel 1354 ad opera di Niccolò Acciaiuoli, mallevadore di un accordo tra varie fazioni).

Il rafforzamento del ruolo dei baroni e dei vassalli in genere, continuando a costituire uno dei due elementi fondanti, crebbe progressivamente sia nell’isola che nel continente. Ancora una volta cito, a questo proposito, una acuta riflessione di Tabacco: “In questo senso il Mezzogiorno prolungò forse il suo Medioevo – quel disordine che impediva la costruzione di grandi tirannidi durature – anche al di là dei termini raggiunti dall’Italia più celebrata per le sue autonomie comunali.” (cit., pag. 211).

Paradossalmente, insomma, quegli elementi che erano stati gli elementi fondamentali per l’ affermazione “statuale” del regno meridionale, così fortemente perseguiti (in continuità con i precedenti normanni) dalla costituzione federiciana, diventavano “occasioni” di appesantimento e di ritardo rispetto ad altre realtà economiche e sociali dell’italia e dell’europa.

Concludo con una piccola chiosa relativa all’arte e alla cultura in età angioina: Tutto quanto avvenne nel corso di quel secolo non ostacolò e anzi sviluppò ulteriormente interventi nell’arte e nella cultura in genere: i monumenti angioini (fra questi Castel Nuovo e Castel Sant’Elmo, sebbene nel tempo profondamente rimaneggiati), l’ampliamento della città di Napoli e del suo porto ne sono testimonianza; come pure è da ricordare che Boccaccio, arrivò a definire Roberto d’Angiò “il re più sapiente del mondo dopo Salomone”.

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