Sempre Grecia

Ormai hanno gettato la maschera.

In questo ultimo periodo avevo raccolto una serie di articoli e di interventi di economisti, studiosi, tecnici ed esperti. Avevo intenzione di sviluppare uno studio ragionato intorno al problema e alle questioni dell’economia greca, superando approcci semplicistici, faciloni, approssimativi.

Ho deciso di cancellare tutto, perché quanto sta avvenendo non c’entra nulla con l’economia, il diritto, i meccanismi di accumulazione e quant’altro gira intorno a questi concetti (o principi).

Ciò che sta accadendo è solo e semplicemente (si fa per dire) la messa in pratica del comportamento protervo ed aggressivo di una oligarchia politica al soldo degli interessi più beceri e regressivi del capitalismo finanziario.

A nulla servono contro questo atteggiamento, gli sforzi di mediazione politica, il coraggioso attivismo politico di Tzipras, stretto tra la volontà di ricercare con onestà, duttilità e coerenza un onorevole compromesso e le spinte interne al popolo greco, le sue esigenze, la necessità di un percorso che possa condurre ad una ripresa dell’economia, di migliori condizioni economiche e sociali, di un migliore radicamento delle ragioni di un popolo intero.

A nulla serve l’impegno e la capacità professionale non solo teorica, ma anche pratica e concreta di Varoufakis, il cui stile di comportamento e il cui impegno sulle e nelle questioni di merito, si è speso senza risparmio nella individuazione di strade e percorsi possibili rispetto alle posizioni ricattatorie o (in molti casi), pigramente negative espresse dalle istituzioni europee, che in realtà non avevano né voglia, né (in molti casi) neppure la capacità di confrontarsi con ipotesi diverse da quelle dettate dalla logora ed insufficiente logica dell’austerità

A nulla sono serviti i richiami di personalità del mondo economico, della scienza e della cultura internazionali (Krugman fra tutti), nel riprendere e sostenere tesi e proposte di ragionevolezza rispetto alle scelte che andavano progressivamente delineandosi nella “leadership” (sic !) europea, incapace di affrontare i termini di una trattativa reale, ma invece barricata dietro ottuse ed insufficienti scelte di politica economica miopi ed inefficaci.

A nulla servono gli interventi di giornalisti, di giornali economici (ad esempio lo stesso “Il Sole 24 ore”), che si sono sforzati, in questi giorni e settimane a ragionare con una cautela e una attenzione maggiore di quella che abbiamo potuto verificare nei quotidiani, nella stampa o nella propaganda mainstream, tutta volta a giustificare le scelte dell’europa contro quegli scialacquatori dei greci, a sostegno della necessita di fare riforme (maledetto eufemismo per dire tagli ulteriori e indiscriminati), obbligati a “rispettare i patti” (sottoscritti da governanti irresponsabili e incompetenti). Giornali e giornalisti  incapaci di far altro che ripetere ritornelli che altri (ancora più incapaci) dettavano loro.

Perché di questo si tratta.

Se la guida, la strategia, l’ipotesi di un confronto potesse essere possibile, sarebbe stato necessario non dico affrontare i nodi fondamentali del rapporto tra l’Unione Europea e i singoli stati membri (cosa della quale ho ampiamente parlato e che è oggettivamente sul tappeto ai fini di una prospettiva credibile per il futuro dell’Unione stessa), ma anche solo e semplicemente discutere delle relazioni tra un paese in grave difficoltà economica e con una drammatica situazione economica e sociale dei suoi abitanti, ed una Unione realmente interessata a individuare le percorribili strade per la permanenza di quello stato e del suo popolo all’interno dell’Unione.

Si trattava di vedere (nel senso letterale del termine) che politiche terribili richieste negli scorsi anni a quel popolo e a quel paese, invece di migliorarne le condizioni strutturali o anche solo meramente contingenti, ne avevano aggravato la situazione, determinando l’ulteriore arricchimento di pochi, l’aumento di pratiche corruttive e ulteriormente distruttrici delle già scarse risorse esistenti, e l’impoverimento fino alle soglie di mera vivibilità o addirittura di sopravvivenza per ampi strati della popolazione.

Osservare e prendere atto di un simile risultato, non è certo cosa che richiami la necessità di mobilitare fior di intellettuali, esperti o economisti di rango. Sarebbe cosa che gli impiegatucci (si fa per dire, visto che sono lautamente pagati) della troika, nei loro continui viaggi ad Atene, utilizzati per passare veline, ordini e diktat agli improvvidi governati di quel paese durante i due decenni trascorsi, avessero attraversato i quartieri della città, avessero guardato le conseguenze dei licenziamenti, della scarsezza di medicinali, il taglio della luce negli appartamenti, senza neppure ascoltare le proteste, le richieste, le rivendicazioni.

Necessari sarebbero stati, e lo sarebbero ancora, gli economisti, i ricercatori, gli esperti, per comprendere come, a partire da questo stato di cose determinato ed aggravato da quelle improvvide scelte, si potesse e si possa uscire, mettendo in piedi quali strategie, quali scelte, quali azioni concrete.

Ma questo richiederebbe intelligenza e buona volontà.

Invece queste persone, i governanti di questa Unione, incapace persino di raccogliere e gestire povera gente che affronta mille rischi per cercare un modo per sopravvivere, interessata ad espandere una politica economica che viene generalmente giudicata insufficiente e comunque distorta rispetto ad una reale ripresa dell’economia, legati dalla volontà di espandere sempre di più mercati per lo sbocco delle merci, orientata a spendere e spandere a favore di un pericolosissimo riarmo contro i rischi provenienti dall’est (che ormai si individua esplicitamente nella Russia di Putin), queste persone non hanno né mente e né cuore per prendere in considerazione le ragioni di uno stato e di un popolo.

La mia non è rassegnazione, perché intendo continuare, con le sempre minori forze a disposizione ad affrontare questi argomenti e ad impegnarmi per una alternativa reale, concreta, credibile, possibile.

Il mio è però un grido di rabbia profonda, di rabbia matura, a fronte di questo incalcolabile danno che i governanti dell’Unione intendono realizzare e stanno concretamente producendo e determinando. E’ un grido di rabbia verso uno scenario futuro fatto di ulteriori, maggiori e ancor più drammatiche condizioni economiche e sociali per i popoli di questa Unione, per quelli dei paesi vicini, per quelli provenienti dalle aree del sud del mondo.

E’ un grido contro l’incapacità di governare, di proporre, di realizzare di questa Unione Europea.

Sempre che questa Unione, con queste premesse e questo modo di agire, continui ad esistere.

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