Lavori in Contrada Postiglione

Certo non è un bel vedere.

Per i nostri occhi abituati a vedere ormai da cinquanta anni, la macchia mediterranea scendere incolta fino a riva, ai limiti della sabbia o, in alcuni casi, ai sassi, di quel breve, ma bellissimo tratto di costa che da San Menaio Graganico (frazione di Vico del Gargano), porta fino alla baia di Calenella (anch’essa nel territorio di Vico), la vista è immediatamente turbata dai lavori di “Consolidamento” eseguiti ed appena terminati.

Le essenze tipiche di quella zona, il sottobosco confuso e rigoglioso, i pini piegati dal vento salmastro del maestrale e, in qualche caso, inclinati quasi orizzontalmente al terreno, coprivano tutto il costone di roccia che dalla cima degradava, spesso violentemente fino alla spiaggia.

Questo costone di roccia aspra, cui piante ed alberi si attaccano con tenacia, abbarbicandosi al sottile e tenue strato di terra che la ricopre, è segnata, in maniera quasi invisibile dal tracciato della piccola ferrovia locale che, a mezza costa, attraversa la pineta per giungere alla stazioncina di Peschici, appena sotto Torre Pucci, che costituisce la sua meta finale.

Arduo è sempre stato, anche per l’incosciente voglia di ricerca di noi ancora ragazzi, inerpicarci lungo quel costone, sia per l’asperità del terreno, sia per l’intrico della vegetazione che rendeva difficoltoso ogni passaggio. Che io ricordi, dopo la lunga scalinata che dalla spiaggia di San Menaio porta fino allo slargo prospiciente la ormai inattiva ed abbandonata Colonia Postiglione, costruzione realizzata, come la ferrovia, durante il ventennio fascista, esiste un solo, difficile e ripido sentiero che consente il passaggio dalla spiaggia verso l’alto e permette di giungere, tra rocce e pineta, la piana di Calenella.

Per noi la spiaggia di San Menaio terminava a quelle scalette, quei cento scalini (che percorrevamo anche quattro, cinque volte al giorno); da un lato era il territorio consentito, autorizzato ad essere oggetto del lungo periodo di vacanza con la famiglia, i genitori; dall’altro, oltre quelle invisibili “colonne d’Ercole”, era il regno dell’avventura, della scoperta, dei giochi non consentiti se non sotto uno stretto controllo e, più tardi, con l’età crescente, il luogo dove allontanarsi in compagnia di qualche coetanea per sperimentare i primi approcci adolescenziali dell’affetto e i primi, fugaci contatti fisici.

Progressivamente, con l’arrivo del turismo di massa, con le nuove costruzioni che hanno sradicato alberi e pineta nella zona della piccola frazione marina, con i condomini che hanno ben presto sostituito o soffocato le rade presenze delle case di pescatori e contadini, o le sparute ville di qualche notabile, con l’aumento dei lidi e degli stabilimenti balneari, con il progressivo sovraffollamento, la zona di spiaggia che andava oltre le “mitiche” scalette, ha perduto il suo fascino antico. E’ diventata meta di abituali passeggiate mattutine o serali per singoli, coppie e gruppi, intenti a cercare conchiglie, sassi dalle forme particolari, o semplicemente interessati a passeggiare.

L’ultima di queste spiaggette, sassosa e piuttosto difficile da raggiungere, lontana e quasi separata, con alcune grosse rocce, dalle passeggiate della maggior parte dei “villeggianti”, era diventata anche meta saltuaria di nudisti e naturisti occasionali e comunque interessava un numero assai ristretto di persone, anche in conseguenza del tipo di turismo della zona.

Adesso, con due distinti lotti di lavori destinati al “Consolidamento” della fascia costiera in località Postiglione, il paesaggio è alquanto modificato.

Cinquecento metri dopo le citate “scalette”, quella veduta prima descritta (spero in maniera sufficientemente comprensibile anche a chi non l’abbia mai vista), è sostituita da un muraglione composto da grossi massi di pietra, a forma di parallelepipedo,  che si alzano per una misura variabile dai due ai tre metri, in un paio di casi ancora di più, salendo in alto verso la costa franosa.

I grossi massi sono posizionati l’uno sull’altro, a breve distanza dal costone roccioso; la distanza tra questi e il costone è riempito di pietrisco e terra, formando un terrapieno di dimensione variabile che, mi auguro, possa vedere, almeno lì, la possibilità di venir coperto da vegetazione o da qualche essenza arborea. Questa muraglia prosegue fino all’inizio di quell’ultima spiaggetta di cui parlavo prima.

Ad onor del vero, in alcuni tratti, ho potuto notare la realizzazione di terrazzamenti (al di sopra del muraglione di pietra, sul fianco del costone roccioso), realizzati con tronchi di legno e riempiti di terra. In questi terrazzamenti ho visto che sono state eseguite delle piantumazioni di alberi ed altre essenze, anche se nessuno degli operai intenti al lavoro ha saputo darmi indicazioni più precise, né io, per la mia scarsa conoscenza di botanica, sono riuscito a individuarne la tipologia.

Tuttavia, nonostante questi specifici interventi, che indicano una qualche cura, una qualche accortezza nei confronti dell’ambiente circostante, resta la visione di questo muro di massi che interrompono la vista e la tradizionale organizzazione del paesaggio precedente, paesaggio che, stando ai miei ricordi cinquantennali e a quelli di altri miei coetanei, non era stato sostanzialmente modificato nel corso di questo non certamente breve periodo, nonostante stiamo parlando di un ambiente sottoposto sicuramente a problemi di cedimento del terreno e a fenomeni di instabilità, data la natura di quel territorio.

Perché questo è il dubbio che rimane: un’opera di questo genere sicuramente si presta ad una difesa dalla erosione marina, all’aggressione delle acque, cosa peraltro che ha solo marginalmente e limitatamente modificato quel tratto di costa, ma, al contempo, mi pone dei dubbi circa la sua utilità rispetto ad eventuali movimenti franosi, a cedimenti del terreno, alle piccole frane che possano interessare il costone roccioso a monte dell’opera realizzata.

Non sono un esperto e quindi le mie osservazioni e le mie perplessità (che tuttavia, ho verificato, non sono soltanto mie) si fermano a queste brevi considerazioni, alle riflessioni cioè del comune uomo della strada, circa aspetti e questioni di tal genere; alle quali posso soltanto aggiungere quanto ho affermato all’inizio di queste brevi note e cioè che l’opera, nel suo complesso, non è certo un bel vedere!

Qualcuno potrà, ed anche con ragione, affermare che la violenta antropizzazione del territorio, la massiccia speculazione edilizia che ha coinvolto l’area della frazione di San Menaio, come pure altre aree del litorale garganico, in nome dello “sviluppo” turistico ed alberghiero, aveva prodotto problemi e disastri ben peggiori. Si potrà affermare che una selvaggia aggressione ha trasformato boschi e pinete di una vivace macchia mediterranea in aree di speculazione, nelle quali l’ansia di un irrazionale sfruttamento del territorio si è lungamente combinato (e si combina tuttora) con una scarsa cultura dell’ambiente, della tutela del paesaggio e dell’utilizzo di questo non come risorsa, ma come mero guadagno speculativo.

E questo è sicuramente vero.

Ma rimane il fatto che a tutto ciò si è aggiunta un’opera la cui utilità ed efficacia mi pare sostanzialmente limitata e che aggiunge un ulteriore sfregio alla vista di quel piccolo territorio. Un’opera che rimarrà per molto tempo, insieme al pietrisco di risulta dei lavori stessi, che ha invaso la riva, la sabbia, la spiaggia e che solo il quotidiano lavoro millenario delle acque potrà trasformare in variegati sassi arrotondati.

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