Il futuro dell’Unione (Europea)

La mia valutazione circa gli “accordi” raggiunti a Bruxelles sulla questione greca è negativa, sia per le pesanti implicazioni che graveranno a peggiorare ulteriormente le condizione del popolo greco e della sua economia, sia (e questo mi pare l’aspetto ancora più grave), per il futuro dell’Unione e per le prospettive dei popoli dell’europa in conseguenza delle logiche che sono alla base di quell’ accordo.

La mia preoccupata conclusione è che un’altra europa non è possibile, per lo meno allo attuale stato delle cose e relativamente alle forze attualmente in campo.

Ma andiamo con ordine. Per il combinato disposto (che orribile espressione del gergo legale!) di questioni personali che (spero) si risolvano a breve, di questioni tecniche (mi si è impallato il computer per alcuni giorni), di estrema complessità del merito della vicenda (metodo e merito dell’incontro di Bruxelles), ho mancato di intervenire su alcuni passaggi nodali verificatisi durante la “trattativa”.

In verità la conclusione, mi pare semplice e persino banale.

Liberata da una serie di dichiarazioni fumose ed ambigue, tra le quali si è distinto (come suo solito) il nostro (ahimè) presidente del Consiglio, passato da una posizione di assoluta e totale condiscendenza nei confronti della Merkel, ad una dichiarazione di auspicata (non richiesta e non utilizzata da alcuno) “mediazione”, ed approdata infine ad un autoproclamato ruolo di positiva partecipazione alle conclusioni del summit, la realtà è scandalosamente evidente.

Sono state imposte a Tzipras e al popolo greco scelte e soluzioni che ripropongono logiche insopportabili (nel senso che non sono materialmente sopportabili) dal punto di vista economico e sociale; sono state imposte scelte che ripristinano pedissequamente ruoli e funzioni di organismi sovranazionali (la troika) che tanto danno hanno arrecato fino ad ora al popolo greco e ai popoli europei; sono state adottate misure che nei fatti impongono un protettorato sulla grecia, della quale vengono arbitrariamente definiti i limiti della propria sovranità.

Questa la sostanza.

Il resto va bene per i dibattiti e i talk show, ma non intaccano questa verità di fondo.

A Tzipras sono state poste condizioni capestro, di fronte ad un “parterre” nel quale la germania ha portato fino in fondo il suo disegno aggressivo ed egemonico sull’europa, riuscendo a ristabilire, nei fatti, (ma anche nella composizione geografica), la direzione di tutta un’area nella quale il suo dominio, politico, economico e commerciale, è assolutamente incontrastato.

Flebilmente e debolmente a questo dominio (ripeto il termine, perché non è casuale) della germania, hanno tentato di rispondere alcuni altri paesi, come la Francia, che ha persino mandato suoi “tecnici” ad aiutare il governo greco per preparare le proposte da portare in sede europea, riuscendo assai limitatamente a riproporre un tavolo di discussione, ma nel quale la decisione finale è stata imposta dalla supremazia tedesca e dalle sue linee guida.

Inesistenti tutti gli altri.

Maramaldesco e di poco senso sono le critiche rivolte a Tzipras, uomo costretto a discutere con una “pistola puntata alla tempia”, come qualcuno ha scritto, ed a buttare la propria giacca sul tavolo, quale gesto, estremo, ma simbolicamente assai significativo, della condizione nella quale era costretto a trattare.

Come pure credo che al momento discutere su cosa si sarebbe potuto fare “se”, si fosse scelta un’altra strada sia occasione certamente importante, ma non fondamentale rispetto a ciò che emerge da questa tornata di discussioni intorno alla grecia, ma che ci coinvolge tutti.

Emerge con evidenza una volontà di potenza (economica, finanziaria, ma anche “territoriale”), che si impone sulle scelte e piega a sé ogni opzione di democrazia.

Esiste, conclamata, una verità manifesta e cioè quella relativa ad una carenza (un “deficit”, ha scritto qualcuno) di democrazia vera all’interno dell’Unione, laddove prevalgono con lapalissiana evidenza le ragioni degli interessi dei paesi (relativamente) più forti rispetto agli altri e le logiche imposte dall’austerità e dal pareggio di bilancio in contrapposizione e in forma di sopraffazione sopra ai diritti dei popoli.

Quanto accaduto a Bruxelles è la conferma di quel processo avviatosi con il Trattato di Lisbona nel 2000 (a proposito del quale il prof. Bruno Amoroso aveva preconizzato scenari che, purtroppo, hanno assunto l’attuale deriva), con una dominanza territoriale ancor più ristretta e sostanzialmente coincidente, come ho già detto, con la Germania e i suoi stati satelliti.

La democrazia, come scrive quest’oggi Carlo Donolo (il Manifesto, 15 luglio 2015) “(…) non deve ostacolare, ma deve servire la potenza. Inoltre la sovranità nazionale ha senso solo se essa stessa (…) sta al servizio della potenza della finanza in quel quadro di risorta supremazia regionale, che proprio l’europa unificata avrebbe dovuto realizzare. Si tratta di una nuova soglia nel declino del regime democratico ed anche dello stato di diritto.”

Con mie parole, mi sento di affermare che quell’accordo imposto alla Grecia a  Bruxelles, è la pietra tombale di ogni prospettiva e di ogni possibilità di costruire non solo una europa dei popoli, ma anche una europa che sappia trovare al suo interno equilibrio e mediazione tra istanze diverse.

Persino “il Sole 24 ore” (19 gennaio 2014), e in tempi non sospetti, scriveva che la Germania, invece di farsi “locomotiva” dell’europa, continuava a contravvenire alle regole dell’eurozona presentando un bilancio import/export con un surplus che da otto anni eccede i limiti consentiti, senza minimamente curarsi dei conseguenti effetti negativi sugli altri paesi europei, sugli inevitabili squilibri che esso comporta nella zona euro, sulle gravi ripercussioni che tutto ciò determina sui debiti sovrani degli altri stati, e da tutto ciò faceva rilevare un possibile scenario da “eutanasia dell’euro”.

D’altro canto la massa incredibile di indebitamento dei singoli stati (non solo della grecia, si badi bene), porrebbero l’esigenza di una ristrutturazione del debito, o quantomeno di una discussione sulla “ricollocazione” di una parte consistente di questo.

Ma discussioni e riflessioni di questo genere (ben note agli economisti) si infrangono contro un muro insormontabile: la volontà indiscutibile di supremazia e di dominio “geopolitico” di una area.

Abbiamo accarezzato l’illusione che la fierezza di un piccolo e coraggioso popolo, guidato da una leadership di statura realmente europea, potesse riuscire, da sola e in breve tempo, ad aver ragione di una strategia combattuta dalle armate degli interessi dei banchieri e del capitalismo finanziario, strettamente intrecciati con la volontà di potere egemonico che si è affermato nel cuore dell’europa.

E’ stata una illusione dalla quale è necessario guarire in fretta. Compresa la portata del conflitto, è utile dispiegare le forze residue e disperse, stringere alleanze ed individuare le più opportune iniziative, non solo per dare piena e totale solidarietà al popolo greco, oggi taglieggiato ed oppresso, ma anche a tutti noi, perché il futuro non è affatto roseo.

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