Miserere

Molti di voi conoscono sicuramente la “versione” del Miserere di Zucchero & Pavarotti; oppure quella cantata da Boccelli. Io, che nella mia infanzia lontana, ho fatto il chierichetto e servito messa, ricordo le versioni più tradizionali ed auliche, quelle classiche che venivano cantate nelle occasioni più solenni, magari alla presenza del vescovo e di alti prelati.

La versione sicuramente più “alta”, ritengo sia quella di Gregorio Allegri (compositore, presbitero e cantore, vissuto tra cinque-seicento). Ne potete trovare con facilità su Youtube una bellissima versione cantata dal Coro del Claire College di Cambridge (https://www.youtube.com/watch?v=IA88AS6Wy_4).

Ma, al di là della esegesi storica, il richiamo di questo canto lo debbo in maniera determinante alla fortissima suggestione che ha, da sempre, anche adesso che professo spudoratamente il mio ateismo, determinato su di me.

Una suggestione determinata da una profonda sofferenza, ma anche da una empatia difficilmente emulabile da altre composizioni, che questo canto evoca. Una disperazione che riesce a cogliere sonorità così leggiadre ed alte che, difficilmente, si può sfuggire ad un empito di commozione profonda.

Disperazione, commozione, ma, in qualche modo, anche anelito di speranza.

Da qui vorrei partire nella estensione di queste note, rinviando in parte ad alcune mie osservazioni dettate dall’ “ottimismo della volontà” con cui rispondevo, poco tempo fa ad un intervento del prof. Cesaratto, particolarmente pessimista sulle vicende greche (https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/10/lamaro-greco/), avendo, dalla sua, tutta la corretta analisi derivante dal “pessimismo della ragione”.

Non riprendo qui quei concetti, con i quali rivendicavo, seppure in momenti di grande difficoltà come quelli attuali (difficoltà materiali, ma anche emotive e psicologiche), la necessità di una mobilitazione ed un impegno deciso a sostegno di idee forti, capaci di trovare la possibilità di inversione rispetto alle logiche miserabili dell’austerità e del pareggio di bilancio.

Come ho detto avevamo accarezzato l’illusione che la grecia e le proposte dei suoi attuali dirigenti (proposte tecniche audaci, ma riflettute e sensate) potesse costituire l’elemento di rottura con l’attuale deriva imperante a livello europeo, e quindi fosse giunto il momento di una possibile inversione di queste politiche. Ma la battaglia era impari e Tzipras ha dovuto soggiacere “con un coltello alla gola”.

Ma proprio in base a quei ragionamenti con i quali rispondevo allo scritto del prof Cesaratto, non mi voglio iscrivere al partito dei “depressi di sinistra” evocati in uno scritto di Alessandro Gilioli (scritto che contiene alcuni passaggi assai “acuti”), nel quale parte da una affermazione paradossale (e a mio parere anche amabilmente provocatoria): “Fosse esistita un secolo e mezzo fa, la sinistra italiana avrebbe rinunciato al Risorgimento dopo la fucilazione dei fratelli Bandiera.” (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/07/14/la-grecia-la-storia-e-i-depressi-di-sinistra/).

Credo invece che bisogna ripartire da una analisi “fredda” di ciò che è accaduto e di ciò che sta ancora accadendo, proprio in conseguenza delle scelte imposte a Tzipras e alla sovranità limitata “dettata” alla grecia dalle posizioni ultraliberiste e sostanzialmente antidemocratiche della germania.

Come punto di partenza sceglierei la frase di un articolo di Paolo Pini e Roberto Romano (il Manifesto, 16 luglio 2015): “La domanda inedita che dobbiamo farci è la seguente: può il “nazionalsocialismo” essere l’orizzonte europeo ? Siamo molto duri, ma la partita in gioco, purtroppo, è la democrazia liberale. (…) Siamo su un crinale, il baratro non è lontano e nella storia molti se ne sono accorti quando ormai era troppo tardi.”

Una affermazione drastica e decisa, che lascia pochi margini di dubbi e di incertezze circa la strada su cui ci stiamo (colpevolmente) incamminando, spinti da una decisa posizione della germania, decisa a tutti i costi a tutelare i propri interessi (con atti che contrastano con le stesse regole dell’Unione, come nel caso del surplus commerciale accumulato in questi anni), stringendo ad essa una corte ristretta di stati satelliti, obbligando tutti gli altri ad accettare le regole imposte dalle logiche del capitale finanziario.

A logiche di questo genere, ad imposizioni di questo tipo, a diktat di questa natura, Tzipras può opporre unicamente, come ha affermato con grande dignità e dimostrando ancora una volta la sua dimensione di statista europeo a tutti gli effetti, “il coraggio della capitolazione”.

Tuttavia, grandi contraddizioni si aprono anche nello schieramento avverso. Sono pesanti le affermazioni della Lagarde, presidente dell’ FMI, non certo una iscritta a Syriza, la quale afferma a gran voce e in documenti scritti, che, per quanto riguarda la Grecia (ma io ritengo anche per altri paesi europei, in primis l’Italia),  c’è la “necessità di pensare ad un taglio del debito perché non è sostenibile”.

E’ una affermazione che non solo pone in discussione le logiche che hanno sostenuto il vituperabile “accordo” siglato per la grecia, ma mette in discussione i presupposti stessi che sono stati imposti dalla volontà tedesca alle azioni e agli interventi dell’Unione, alle scelte di fondo e alle logiche di fondo entro le quali ci moviamo per scelta (la germania) o per obbligo (la grecia).

La signora Lagarde non è certo tacciabile di simpatie nei confronti di Tzipras, né ha scelto il campo avverso. A me pare evidente che esiste la consapevolezza, da parte della finanza americana, delle conseguenze negative che un ampliamento della crisi greca e dei successivi eventi, non certo tranquilli,  che si potrebbero innescare a seguito di una instabilità economica e finanziaria dell’europa. Insomma ritengo che ci sia una questione tutta interna all’Unione europea (nei termini prima sommariamente descritti) e, al contempo un sommovimento di carattere geopolitico a livello mondiale sul quale bisognerà cominciare a ragionare.

Forse (e non è una battuta), bisognerà andare a rispolverare le analisi del compianto Giovanni Arrighi, ampliare ed aggiornare in tempi rapidi le analisi e le riflessioni. Certamente dobbiamo imparare a vedere (letteralmente) ciò che implacabilmente avviene a livello geopolitico mondiale; come si muovono e come si muoveranno queste grandi “masse tettoniche” dell’economia mondiale. In questi spazi inserirci e trovare pratiche originali e nuove di intervento e di inserimento operativo concreto.

I vulcani nascono dal movimento conflittuale delle placche (almeno questo so in base agli scarsi studi sull’argomento).

In questo senso io vedo come necessario, indispensabile e non procrastinabile, prolungare (o forse avviare chè finora ben poco abbiamo fatto) il nostro sostegno al popolo greco e alla battaglia difficile e dura che sta combattendo. Allargare quella conflittualità che ha saputo generare ed operare per un suo ampliamento, con il coinvolgimento di altri soggetti a livello europeo. Ci sono le elezioni spagnole, ma il movimento, in tutta europa deve riuscire a battere un colpo, e presto.

Intanto è necessario avviare iniziative di sostegno. L’Arci ha cominciato con una raccolta di medicinali; sarebbe interessante verificare la possibilità di altre iniziative consimili in campo sanitario, assistenziale, culturale, oltre che, ovviamente, sul terreno strettamente politico.

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