Noi, la Grecia, l’Europa

Ho già espresso la mia valutazione negativa sul cosiddetto “accordo” di Bruxelles sulla Grecia. Un accordo capestro che non risolverà le questioni strutturali di quel paese e peggiorerà le condizioni umane e materiali del suo popolo.

Ho anche scritto sul preoccupante e grave pericolo che, proprio a partire da quell’accordo, ne deriva per il futuro dei popoli di tutta l’europa, schiacciati dalle miopi ed inefficaci politiche dell’austerità e del pareggio di bilancio che graveranno pesantemente a peggiorare ulteriormente le condizioni sociali ed economiche di tutti i popoli dell’unione. Politiche (quelle dell’austerità e del pareggio di bilancio), imposte con veemenza e senza palese contraddittorio dalla germania e dai suoi stati satelliti a tutti i paesi dell’Unione.

Ciò che voglio tentare di fare nel presente scritto, è cercare di capire cosa possiamo fare, noi, oggi, in questo contesto che si è palesato in tutta la sua drammatica evidenza, non più sopito e nascosto dietro posizioni di facciata che formalmente ribadivano la volontà di una politica comunitaria volta ad ampliare e rafforzarne il ruolo in un contesto geopolitico mondiale, ma che, al contrario, ha eliminato ogni paravento ed ogni parvenza di possibile e (pur) limitata democrazia, per disvelarsi nella sua edizione più marcatamente ed evidente di arroganza, di dominio e di sopraffazione dei forti sui deboli.

Ammesso che qualcuno avesse ancora dei dubbi.

Voglio provare, insomma, superando il quesito su cosa si sarebbe potuto fare di diverso da quello che Tzipras ha dovuto accettare con la “pistola alla tempia”, a cercare di ragionare sul cosa si possa e si debba fare dopo e a partire dall’imposizione di quell’ “accordo”.

Credo che anzitutto sia necessario prendere coscienza del fatto che si è trattato davvero di una “pistola alla tempia”, perché è realmente questo che è accaduto, ne dobbiamo prendere atto e dobbiamo trarne tutte le necessarie conseguenze.

Dalle lucide affermazioni che Varoufakis ripete in interventi ed interviste di questi giorni, emerge con evidenza che la volontà, cinicamente perpetrata da Shaube e dalla Merkel (nonché dai tecnocrati ormai stabilmente insediatisi nei gangli decisionali dell’Unione), non è mai stata quella di trattare o di discutere le proposte che mano mano la parte greca avanzava, bensì spingere quel paese e i suoi dirigenti ad uscire fuori dall’euro, a cacciare la grecia dall’Unione stessa.

La germania ha portato avanti e consolidato tragicamente, nel corso di questi anni e in specifico modo nel confronto con il governo greco, quei postulati palesemente negativi per le ragioni della società e dei popoli dell’europa; postulati avviati con il Trattato di Lisbona del 2000, che prevedevano la supremazia del capitalismo finanziario e delle sue logiche pesanti e distorcenti prevalere (appunto) sulle ragioni della società e dei popoli facenti parte dell’Unione medesima.

Io continuo a sostenere che quello (il Trattato di Lisbona), sia il termine “a quo” da cui partire, in questo accettando in pieno gli studi e le riflessioni del prof. Bruno Amoroso, a differenza di quanti (economisti e commentatori) fanno ascendere ad altra data la nascita e lo sviluppo di tali tendenze. Infatti, fino al Trattato di Lisbona, rimanevano ancora incerti i termini dell’ulteriore processo evolutivo dell’Unione e permanevano sufficienti “ambiguità” circa i possibili sviluppi della situazione.

Fatta questa precisazione (breve e non esaustiva che sarebbe interessante approfondire ulteriormente), riprendo il filo del ragionamento. La strategia della germania è stata dunque quella (ed a mio parere lo è tuttora, giacchè la partita non è ancora conchiusa) di estromettere la grecia dall’euro (se non addirittura dall’Unione), quale monito per altri paesi europei e per dimostrare la sua forza egemonica, economica e monetaria, sul continente.

Se questo è vero (torno a ripetere, prendo spunto per questa affermazioni dalle analisi e dalle denunce che ne hanno fatto Varoufakis e gli altri protagonisti della trattativa), è logico domandarsi perché la germania non sia riuscita a raggiungere questo risultato e quali sono (e saranno) le possibili conseguenze per il “protettorato” di fatto imposto alla grecia.

Sul primo aspetto, più che la tardiva e resistibile posizione della Francia (giunta a mettersi inutilmente a disposizione della grecia con propri “tecnici”), sono convinto abbiano prevalso forze ben più grandi che hanno interferito con la posizione tedesca a livello geopolitico mondiale. Non si tratta di fanta-politica, ma penso che l’intervento americano, neanche troppo nascosto, abbia avuto il suo peso e lo abbia ancora lungo un sottile crinale di accordo/contrapposizione con la cancelleria tedesca che si può leggere anche nelle posizioni del Fmi, le quali, ancora all’indomani dell’ “accordo” di Bruxelles, continuano a chiedere un taglio del debito greco. Questo è un elemento di conflittualità (che Shaube ha rigettato con drastica sicumera), che sicuramente si prolungherà.

Non è poi secondario chiedersi quanto abbiano inciso posizioni cinesi, sempre difficilmente interpretabili, sulla posizione di Putin, il quale ha parzialmente diluito una sua disponibilità, nei confronti di Tzipras, inizialmente sicuramente maggiore di quella mostrata nelle fasi finali della trattativa. A mio parere sullo scacchiere mondiale si muovono forze la cui comprensione è estremamente difficile da interpretare, e che indubbiamente non possono essere assunte come elementi favorevoli ad un disegno alternativo da costruire a livello globale, ma che è assolutamente necessario comprendere al fine della costruzione di una reale alternativa alle forme di dominio attuale del capitalismo finanziario.

Il secondo punto di domanda è relativo ai possibili scenari che si aprono in europa dopo e in conseguenza della vicenda greca. Il re è nudo! La volontà di egemonia espressa dalla germania e trasformatasi nella brutale imposizioni di scelte assolutamente inefficaci alla risoluzione dei problemi di quella società e di quel paese dimostrano la ricerca di riaffermare una posizione di dominio e di imperio all’interno dell’Unione, secondo le regole e le convenienze dalla potenza economica più forte.

Le misure adottate ed imposte alla grecia, inoltre, non sono la soluzione, ma anzi ne aggravano i problemi sia all’interno di quel paese, sia all’interno di tutta l’Unione. Il volume di debito accumulato (in grecia e negli altri paesi dell’Unione) sia quello pubblico che quello privato rimane totalmente incontrollabile (e ovviamente impagabile). Aumentare quel debito (come fatto in grecia e come potrebbe accadere per altri stati), non produce altro che una “insicurezza” della moneta unica.

Questo pone in termini completamente nuovi ed originali il problema di come affrontare la situazione attuale; apre ulteriori ed inedite contraddizioni; spalanca (parlo sotto l’effetto dell’ottimismo della volontà) orizzonti più ampi per una iniziativa incalzante, realmente e totalmente oppositiva ed alternativa.

Se il governo Tzipras riuscirà, nei prossimi giorni a gestire la fase di drammatico travaglio che si è aperta al suo interno, se il popolo spagnolo saprà dare una lezione di coraggio uguale a quello dimostrato dai greci, se soprattutto noi tutti (quando dico “noi” mi riferisco ad un fronte europeo ampio di convergenze da costruire per il raggiungimento di un obbiettivo di così alto livello), sapremo allargare il nostro impegno, potremmo riuscire a costruire una ipotesi di alternativa reale e concreta.

L’Alter Summit di Bruxelles di metà ottobre è una tappa, ma è un traguardo ancora troppo lontano nel tempo rispetto alle esigenze che ci impone la gravità dei tempi!

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