Caporalato & dintorni

Dice bene il prof. Devi Sacchetto: “ Il caporalato altro non è che un modo per gestire e controllare una forza lavoro povera che non può rifiutare il lavoro” (in http://www.connessioniprecarie.org/2015/09/02/sul-caporalato-e-dintorni/).

L’intervento è stato giustamente segnalato dal prof. Marco Barbieri, come un utile contributo alla discussione in corso, all’indomani dei tragici fatti “di cronaca”(se di cronaca si può parlare) che hanno riguardato la morte di alcuni braccianti (extracomunitari e non) in Puglia nel corso della recente estate.

Devi Sacchetto sostiene, a mio avviso correttamente, che sarebbe sbagliato circoscrivere il fenomeno del caporalato in agricoltura ad una “alleanza tra mafia e aziende conserviere”, mentre invece esso va collocato entro una lettura assai più ampia, significativa e politicamente pressante, relativa alla “questione delle condizioni e dei rapporti di lavoro”. In altre parole, ci troviamo di fronte alla capacità di una “rapida movimentazione di manodopera e da un doppio comando sul lavoro che può poi estendersi nel territorio fino alle comunità di provenienza dei lavoratori in Italia come all’estero” (cit).

Di ciò si trova conferma non solo in campo agricolo, ma anche nei servizi (vedi la situazione messa in luce dai lavoratori, molti extracomunitari, della logistica in Emilia e Veneto), nel turismo (ad esempio i rumeni reclutati a decine nelle strutture della costa adriatica), nell’edilizia (altro settore nel quale la intermediazione illegale della manodopera è diffusa da nord a sud).

Premesso il mio pieno accordo con la lettura complessiva della questione, come descritta da Devi Sacchetto, voglio invece soffermarmi sulle necessità di considerare un aspetto che in agricoltura non è mai stato secondario, sin dai tempi di Giuseppe Di Vittorio. E cioè che, nello specifico dell’agricoltura, i tempi di durata del rapporto di lavoro, sono assai “evanescenti”, e comunque assai più ridotti rispetto a quelli che si registrano in altri settori produttivi.

Se vogliamo ricorrere alla storia, una tradizione di “migranti” all’interno delle campagne ha da sempre caratterizzato il mondo del lavoro agricolo. Dalle nostre parti erano “i terrazzani”, gente senza proprietà, senza lavoro stabile, senza professionalità specifica, che attraversavano le campagne, da un podere all’altro, da una “masseria” all’altra, per cercare un lavoro occasionale. Ma posso anche affidarmi alle belle pagine di Sebastiano Vassalli, alla sua descrizione dei “camminanti” (in “La Chimera”, Einaudi, 1990, pag.210 e segg.), per descrivere una realtà comune, presente da ogni tempo e in molti luoghi di questa Italia (il romanzo è ambientato a Novara nel 1600).

In Puglia, oggi, la campagna di raccolta del pomodoro dura alcuni mesi, ma durante quel periodo un bracciante può trovarsi a lavorare presso decine di aziende diverse, per poche giornate ciascuna; a volte anche per una sola giornata. Analogamente per la campagna di raccolta dell’uva o per quella degli agrumi in Calabria e in Sicilia, o come per la campagna di raccolta delle angurie nel Lazio o per quella della frutta in Emilia. Una situazione simile, di lavoro cioè “scollegato” dalla unità produttiva fisica, non trova corrispondenze in altri settori dove, nella maggioranza dei casi, il lavoratore ha un rapporto diretto con l’unità produttiva stessa, sia essa un magazzino, un cantiere edile o anche solo una struttura turistico-alberghiera.

E questi lavoratori (soprattutto, ma non solo gli extracomunitari), non solo passano da una azienda ad un’altra, ma da una regione all’altra, secondo i periodi di raccolta e secondo le esigenze produttive delle diverse campagne agricole.

Io credo, per affrontare positivamente la pesante situazione che si ripete costantemente nel mercato del lavoro agricolo, una situazione che rende il lavoratore agricolo (extracomunitario e non) così debole e alla mercè della intermediazione illegale, che siano necessarie azioni plurime, su più livelli e ben coordinate tra loro.

Anzitutto, date le premesse di questo scritto, la tematica del lavoro agricolo deve far parte della generale rivendicazione relativa alle condizioni e ai rapporti di lavoro; deve cioè essere inquadrate entro la battaglia più generale contro la deregolamentazione dei rapporti di lavoro ed integrarsi nel più complessivo conflitto contro la precarietà, la esternalizzazione di attività produttive, il sistema dei subappalti  e contro gli sciagurati interventi legislativi assunti da questo governo (assecondando gli interessi più biechi del padronato) quali il Jobs Act (che nome risibile!), il sistema delle “tutele crescenti”, ecc.

Non va sottovalutato il lavoro e le lotte che, anche se saltuariamente ed episodicamente, si vengono a determinare su queste questioni (Davi Sacchetto ricorda nel citato articolo, lo sciopero di Nardò nel 2011); ed anzi è utile garantire una ampia copertura da parte del sindacato quando si determinano situazioni ed occasioni di questo genere.

Ma affinchè esse non siano semplici fiammate episodiche, è necessario che l’organizzazione di questi movimenti venga coordinata e rafforzata. Ciò va fatto considerando una ineludibile premessa: organizzare lotte ed iniziative solidaristiche dall’esterno non è mai valso a raggiungere risultati qualificanti (lo dimostra proprio il caso delle vertenze nella logistica), men che meno in agricoltura.

Sarebbe perciò utile individuare persone e gruppi (migranti e non), che siano costante punto di riferimento per i lavoratori agricoli e per le organizzazioni che operano nel settore. Una sorta di “capo-lega” itinerante; persone conosciute e riconosciute dai lavoratori agricoli e dalle organizzazioni che operano nel settore (sindacali e non). Persone che quando si spostano dalla Puglia all’Emilia, sappiano già chi contattare al loro arrivo e persone che le organizzazioni della Puglia, dell’Emilia, della Calabria, della Campania già sanno di poter contattare per organizzare e sviluppare le iniziative più opportune.

Un lavoro di questo genere non può che gravare essenzialmente sul sindacato, per la sua diffusa presenza sul territorio, ma, come ho detto, queste figure non possono e non devono essere esclusivamente “a carattere” sindacale.

Mi rendo conto che si tratta di un lavoro ampio ed assai difficile, di “lunga lena”, ma lo ritengo necessario, se non indispensabile, al fine di aggredire l’ampia complessità della questione.

Come pure è necessario un grande sforzo di convergenza tra tutti i soggetti interessati e coinvolti a vario titolo intorno a questa tematica, affrontando differenze e diversità, al fine di convergere verso un comune obbiettivo e un risultato qualificante.

Non si tratta di fari appelli ecumenici, o provocare confusione di ruoli, bensì dell’esigenza di sviluppare sinergie tra forze diverse, tra diverse aspirazioni, bisogni, esigenze e volontà, al fine di approdare a risultati unificanti e positivi.

Su queste tematiche il quattro settembre a Foggia ci saranno due distinte manifestazioni che si presenteranno in maniera distinta, se non addirittura contrapposta: la strada migliore sarebbe invece quella di affrontare, tenendo conto della diversità dei soggetti, delle loro diverse strategie ed opinioni, le complesse e specifiche tematiche che ho tentato di delineare e costruire convergenze anche su punti minimi, ma fortemente unificanti; superare pregiudizi e preconcetti e individuare un terreno comune, anche piccolo, su cui agire ed operare efficacemente; scegliere una azione comune, a fronte della volontà di dividere e parcellizzare portata avanti dalle logiche prevaricanti del capitalismo finanziario.

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