C’è vita a sinistra

Mi sono fatto persuaso (per dirla alla Camilleri) che a sinistra oggi, in italia, non si possa e non si debba puntare alla realizzazione di un partito.

Affermo ciò non perché non sia convinto della opportunità e della necessità di una formazione della sinistra, ma perché i fatti contribuiscono in maniera spesso assai sconfortante, a confermare che un simile obbiettivo non sia né possibile, né realizzabile.

A partire da Arco in poi, tutte le strade sono state tentate, provate e sperimentate (tranne forse quella che sarebbe potuta nascere proprio da quel “Convegno”). Sono state realizzate scissioni, ricomposizioni, aggregazioni, gruppi, forum, circoli, liste, “fabbriche”, associazioni, comitati; abbiamo sperimentato tante ipotesi diverse e ricercato tanti percorsi originali, ma tutte con l’insignificante conclusione che oggi, spesso mestamente, ci troviamo ad osservare.

E se da un lato continuo e costante è il richiamo alla necessità di fare subito ciò che si deve fare, di operare qui ed ora per costruire/ricostruire una compagine politica, altrettanto drammatico è il costante propagarsi di polemiche o di sottili distinguo ogni volta che uno qualsiasi dei soggetti in campo avanza proposte, iniziative o indica scadenze ed impegni (valga per tutti, solo come esempio e senza giudizio di merito, quanto sta accadendo circa la questione della raccolta di firme per i referendum).

Mi sono interrogato più volte su questi aspetti e più volte ne ho scritto (un lettore che ne abbia voglia, tempo e pazienza potrà ricercarli nel mio blog: www.michelecasa.wordpress.com). Mi sono convinto che la scarsità dei risultati conseguiti non risieda nella “onestà” intellettuale o nella buona volontà dei soggetti che si sono cimentati o che intendono impegnarsi in una simile impresa, o, perfino, nella quantità di “ottimismo della volontà” necessaria, ma nella medesima idea dell’impresa.

Cercherò di spiegarmi.

A partire dal banchetto del “Corvo” di pasoliniana memoria, immolatosi per soddisfare i più immediati “bisogni” dei due insensibili commensali, sono accaduti una serie di eventi (dei quali lo scioglimento del PCI è stata, ahimè, solo una tragica tappa), che hanno reso a mio parere del tutto superata l’idea, il concetto stesso di partito.

Si sono sviluppate concezioni oligarchiche della politica e concezioni della “cosa pubblica”, assai lontane dal coinvolgimento di strati più o meno ampi di popolazione; sono state messe in atto azioni, modifiche legislative, che hanno progressivamente spostato il nucleo del conflitto (sociale e politico) dai luoghi “naturali” del loro svolgimento (le piazze, il parlamento), portandolo in luoghi di “rappresentanza” formali e “istituzionali” del tutto estranei ai luoghi del conflitto stesso.

La politica, meglio ancora, la cattiva politica, si è assunta l’impegno di rappresentare aspettative ed esigenze non in nome di un mandato popolare, variamente mediato a livello istituzionale, ma in nome di una rappresentatività di interessi e di gruppi sempre più ristretti ed oligarchici (gruppi industriali e finanziari, lobbies mediatiche, ecc.). Parallelamente nelle formazioni politiche ha proceduto, gradualmente ma in maniera nefasta, la selezione di gruppi dirigenti o di singoli dirigenti “investiti” della loro carica e la costituzione di gruppi di potere (e di affari) variamente intrecciati agli interessi più immediati (o più spesso al malaffare).

Ciò che abbiamo oggi, davanti agli occhi, il berlusconismo, il renzismo, non sono che i punti di approdo di questo processo di imbarbarimento progressivo della politica e delle istituzioni, avviatosi da lungo tempo e rispetto ai quali vale la pena di ricordare che persino Enrico Berlinguer espresse non poche preoccupazioni quando ancora tali fenomeni erano agli albori.

Le vergogne istituzionali contro le quali cerchiamo di impegnarci (dallo SbloccaItalia al JobsAct; dall’Italicum alla BuonaScuola), sono la spudorata realizzazione di quel disegno conservatore e reazionario, che porta ad esautorare i poteri dei soggetti direttamente interessati e a mettere questi ultimi, al servizio degli interessi predatori di ristretti nuclei politici e finanziari.

Al contempo però, non dobbiamo sottovalutare che forze consistenti di popolazione esprimono, seppure in maniera diversa e molto differenziata, un rifiuto a delegare la propria rappresentanza seppure nelle limitate forme “istituzionali” ancora esistenti: dal voto di protesta, fino alle elevate e crescenti percentuali di astensione. Il rifiuto del concetto di delega (sia in senso negativo che positivo), si è allargato a dismisura, né ci sono segnali che indicano una inversione di questa tendenza.

Cresce, invece, l’impegno diretto a livello sociale e politico in forme più o meno originali e si registra un aumento della volontà a partecipare direttamente alle scelte che riguardano la persona, l’ambiente, il territorio, la comunità. Si costituiscono comitati, gruppi, associazioni di scopo e/o di interessi nelle più disparati parti di questo paese; persino gli strumenti di comunicazione mediatica ne sono influenzati (gruppi di lettura, appelli, associazioni “virtuali”).

E’ per il “combinato disposto” (pessima espressione del gergo legale) di questi elementi che ritengo la mia affermazione iniziale verificata. In questo contesto porsi l’obbiettivo della costituzione/ricostituzione di un soggetto politico a sinistra è opera disperata.

Partiamo invece dallo stato attuale delle cose; proviamo a mettere in rete, senza supponenza e senza obbiettivi di prevaricazione, senza pregiudizi e senza scomuniche preventive quello che esiste. Ciascuno faccia la propria parte con i mezzi e gli strumenti che ritiene idonei, utili ed efficaci: puntiamo a cercare convergenze dai gruppi di femministe (cui bisogna riconoscere la capacità di aver compreso l’utilità dell’autorganizzazione prima degli altri) fino ai Centri sociali; dai No Tav delle Alpi ai No Triv della Basilicata; dalle associazioni alle Coalizioni; dalle tante formazioni politiche della variegata galassia della sinistra ai gruppi sociali di autoproduzione agricola; dai gruppi di consumo alternativi alle cooperative sociali.

Da questo paziente ma necessario impegno può nascere quel nucleo di concetti, di principi, di elementi fondamentali da porre a base di un programma ideologico (così lo definiva qualcuno su queste pagine giorni orsono) realmente unificante, antagonista e alternativo al disegno e alla strategia delle forze oggi dominanti. Porre avanti la individuazione di un tale programma è strada già tentata e, purtroppo, non riuscita.

A maggior ragione ritengo questo tipo di percorso necessario, perché c’è la necessità che un simile progetto si misuri, come hanno dimostrato i fatti della Grecia, su un orizzonte più ampio rispetto a quello delle logiche strettamente nazionali. E quindi il processo che propongo non può che essere di dimensione europea. L’appuntamento dell’Alter Summit di ottobre a Bruxelles potrebbe essere, da questo punto di vista una tappa importante.

Solo partendo da questi presupposti, a mio parere, si potrà individuare una rappresentanza politica e una rappresentatività reale in grado di trovare spazio adeguato nei diversi livelli istituzionali.

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Una risposta a C’è vita a sinistra

  1. Marita ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo
    I movimenti a cui fai riferimento sono soggetto politico e non hanno bisogno di rappresentanza istituzionale. Sono le istituzioni stessa parte di quel sistema económico globale che vogliamo cambiare.

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