Sicilia: da Palermo a Cefalù

Lasciata Palermo, ci siamo diretti, seguendo la costa settentrionale della Sicilia, verso Cefalù. Prima tappa Termini Imerese, dove avevo programmato una visita agli scavi romani e al castello.

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La prima delusione è stata costituita dagli scavi: estremamente limitati, poco leggibili e tutto sommato poco significativi. Analoga delusione abbiamo ricevuto per quanto riguarda il castello: la mattina è chiuso, apre solo nel pomeriggio. Persino il Duomo abbiamo trovato chiuso, senza che nessuno riuscisse a darci indicazione quando questo potesse aprire.

Abbiamo fatto una breve passeggiata al belvedere, che offre davvero una bella vista sul litorale e sul tratto di costa orientato verso levante, in parte disturbata da alcuni insediamenti industriali (come purtroppo tanti altri sulle coste siciliane) le cui torri e ciminiere di diverse dimensioni svettavano sul litorale medesimo.

Avevamo deciso di soprassedere su quella inutile sosta e di procedere oltre, ma abbiamo visto la piccola insegna del Museo Civico e ci siamo diretti in quella direzione. E qui abbiamo avuto la prima, positiva, sorpresa della giornata.

Infatti, benché piccolo, abbiamo scoperto che il Museo conserva alcuni opere e ritrovamenti di varie epoche, sicuramente poche, ma tenute con cura e gestite con attenzione da un disponibile e gioviale custode il quale ci ha orientato nella visita. Reperti preistorici, statue e iscrizioni greche e romane, reperti islamici, quadri e dipinti: tutto ordinato con grande attenzione e disposto con una cura degna di miglior causa. Ogni reperto, catalogato, era corredato da brevi, ma esaurienti descrizioni o informazioni circa il luogo del ritrovamento.

Al termine della visita, il custode ci ha inoltre suggerito due altre possibili mete del nostro itinerario: il castello di Caccamo (comune a pochi chilometri da Termini Imerese, verso l’interno) e gli scavi di Himera, sulla strada per Cefalù. Non solo, ha chiamato telefonicamente il comune di Caccamo per assicurarsi che il castello fosse aperto e visitabile, cosa di cui ci ha prontamente informato.

Ringraziato il gentile custode, ci siamo diretti alla volta di Caccamo ed effettivamente abbiamo trovato un luogo di interesse assai bello ed importante. Si tratta di un castello normanno, in origine una grande torre circolare, successivamente ampliata e progressivamente rimaneggiata nel XiV e XVII secolo, abitata fin quasi ai nostri giorni da una famiglia di discendenza patrizia.

IMGP0011Il complesso è abbarbicato su un costone roccioso che cade quasi a strapiombo su più lati ed accessibile salendo lungo un aspro piano inclinato. Non solo questo castello era aperto, ma vi abbiamo trovato anche una guida (gratuita, a carico del comune), che ci ha condotto nella visita, aiutandoci a riconoscere i diversi interventi succedutisi nel tempo e le parti più interessanti e piacevoli del castello. Da vari terrazzamenti di questo si ha infatti una vista spettacolare che dall’alto del paese (500 metri sul livello del mare), guarda nella vallata all’interno e si prospetta fino all’azzurro del mare.

Una visita assai interessante, che moltiplica i suoi punti di osservazione secondo le finestre, le bifore, i balconi e le logge che si aprono a vari livelli nella massiccia cortina muraria, e che testimoniano anch’esse nella loro notevole diversità di forme e di stili, della complessa stratificazione architettonica lì accumulatasi.

Qualche imprecisione l’abbiamo notata, come la sala in cui sarebbe avvenuta la congiura del 1160 contro Guglielmo I, che, in realtà, ci è sembrata costruita in epoca successiva. Ma complessivamente, trovo che la tenuta del castello, la pulizia del luogo e degli ambienti, la cortesia degli accompagnatori siano elementi tutti che prevalgono sul resto e meritano un apprezzamento pieno e un plauso convinto.

E per apprezzare appieno di questa piacevole escursione, ci siamo fermati a pranzare in un ristorante proprio ai piedi della rocca, un locale a gestione familiare, ma assai interessante che ci ha proposto cibi biologici o comunque provenienti dalla zona (quasi a chilometro zero). Anche questa è stata una positiva esperienza, che ci ha permesso di approfondire la conoscenza delle tradizioni alimentari siciliane e di assaporare i gusti non abituali (per noi) di quella cucina.

Ho accennato prima della indicazione che ci era stata data per una visita agli scavi di Himera. Vista la sollecitudine con cui ci era stata proposta, abbiamo deciso di rinviare l’arrivo a Cefalù, previsto per il primo pomeriggio, e di fermarci a visitare gli scavi.

Se siete degli appassionati di archeologia, di storia antica o comunque interessati a fatti ed eventi dell’antichità, dovete assolutamente visitare Himera. Sperando che per allora i problemi che ho riscontrato non abbiano a perdurare. Sì, perché l’esperienza che abbiamo fatto, presenta luci ed ombre; ed adesso ve le descrivo.

Anzitutto arrivare è stata una impresa: una cartellonostica assolutamente carente e, laddove esistente, errata o fuorviante; siamo passati per ben due volte davanti all’incrocio dove avremmo dovuto svoltare, senza trovare alcun cartello; dopo aver chiesto informazioni a persone del luogo, siamo riusciti ad individuare un viottolo (sterrato) che conduceva agli scavi di un tempio. Purtroppo non abbiamo potuto raggiungere il sito, perché sul viottolo erano in corso dei lavori. Abbiamo individuato un cartello che indicava un parcheggio, ma da questo non si accedeva alla zona degli scavi. Infine, dopo altre numerose richieste di indicazioni, siamo riusciti a trovare una stradina che ci ha condotti all’Antiquarium.

L’Antiquarium, estremamente ben fatto, con sezioni espositive chiare, ampie e ben organizzate, è estremamente interessante. Esso espone il frutto degli scavi dell’antica città di Himera, città di origine e di impianto greco, forse una delle poche città il cui impianto originale è giunto intatto fino a noi, essendo stata distrutta dai cartaginese nel 407 a.c. e non essendo mai stata nuovamente colonizzata, mancando quindi di ogni trasformazione successiva rispetto all’impianto originario. Insomma una realtà quasi unica (almeno per quanto sia a mia conoscenza).

I reperti sono di grande interesse ed anche di grande valore. Statue, vasi, monili, reperti di grande bellezza e di estrema raffinatezza, come un monile in oro di una notevole delicatezza, una coppa in oro sbalzato e tante altre curiosità, appartenute a uomini e ad un mondo ormai scomparso che aiutano nella comprensione di quale fosse la organizzazione politica, sociale ed economica di quei tempi.

Così pure arredi funerari, tombe ed inumazioni, riportate alla luce e sistemate con precisione e grande valore didattico all’interno di questo museo. Particolare emozione produce la lettura di alcune tavole che illustrano il ritrovamento di una tumulazione collettiva (probabilmente si trattava di uomini in armi morti durante una battaglia), l’organizzazione della tomba e la disposizione dei corpi.

Avendo la visita suscitato in me grande curiosità ed interesse, ho chiesto di visitare gli scavi. Dopo molti tentennamenti e numerose raccomandazioni, sono stato autorizzato a salire in cima alla collina dove giaceva un tempo la città. Ho dovuto inerpicarmi per un’erta salita che (alcuni anni fa) era stata attrezzata con una comoda scalinata a gradino di legno ed una balaustra anch’essa di legno. Ebbene, parte della scalinata era rotta, franata o diroccata; la balaustra aveva ceduto o era addirittura bruciata ed inesistente in alcuni tratti. Insomma è stata una arrampicata più che una salita.

Ma il peggio è stato quando, ansimante e senza più fiato, sono arrivato in cima: sul grande pianoro ho potuto vedere solo uno spazio di terra brulla; gli scavi giacciono ormai nuovamente coperti dalla terra che si è accumulata a seguito delle intemperie e dell’incuria umana. Un altro pezzo importante della storia e della cultura abbandonato senza alcuna attenzione e senza alcun interesse. Una ulteriore offesa al patrimonio culturale ed umano di questo nostro paese. Che amarezza!

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