Sicilia: da Cefalù a Milazzo

Lasciata Cefalù, ci siamo di nuovo avviati verso levante; prima sosta programmata a Tindari. Nota positiva: sulla piazza che da contemporaneamente accesso al Santuario e agli scavi, si deve arrivare con i mezzi pubblici; lasciata l’auto al parcheggio, si raggiunge la piazza con un comodo piccolo autobus. Non so se per necessità o per virtù, ad ogni modo mi è parsa una decisione sensata e giusta.

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Dal piazzale antistante il Santuario (bruttissimo), si gode un bellissimo panorama; da lì infatti si gode della vista sulla caratteristica striscia di sabbia che caratterizza il litorale di Tindari, ma si può comodamente allungare lo sguardo su un lungo tratto di costa.

Da lì, percorso un ulteriore breve tratto di strada in salita, si giunge al cancello di accesso al sito archeologico. Il sito è costituito da un piccolo ma interessante museo, oltre alla zona degli scavi. Abbiamo cominciato la visita dal museo che contiene alcuni reperti assai graziosi: alcuni pezzi di nike, alcuni oggetti in vetro assai delicati e belli.

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Gli scavi sono assai ampi, anche se solo una parte di essi è realmente visitabile. Di particolare interesse è la struttura del teatro, la cui cavea si può ammirare per intero, ma solo una parte delle gradinate originali è rimasta intatta. La cavea era rivolta verso il mare, cosicchè, oltre il palcoscenico (ora inesistente se non per un piccolo arco rimasto intatto), probabilmente si poteva intravedere il mare. Anche la struttura della Basilica è rimasta in piedi e le sue dimensioni fanno pensare ad un edificio importante, posto di poco obliquamente all’asse stradale ed alle costruzioni dell’abitato.

I muri di queste costruzioni sono state riportate alla luce, e le diverse “insulae” si allungano sul percorso del decumano. Qui c’è la particolarità di questo abitato che, essendo stato costruito sul fianco della collina e non in piano, si allunga seguendo non il tradizionale allineamento su cardo e decumano, bensì lungo due decumani, uno superiore, l’altro più in basso. Almeno questo è quanto abbiamo potuto intendere dalla visita e dalle indicazioni forniteci dal custode. L’abitato (perlomeno ciò che è emerso dagli scavi), si sviluppava su più terrazzamenti degradanti verso il mare.

Le diverse insule sono perfettamente visibili, come pure i resti delle terme, dove gli scavi hanno messo in luce la struttura e le intercapedini interne delle singole stanze, con tutti i canali destinati a far circolare l’aria calda nei diversi locali.

Dopo aver nuovamente allungato lo sguardo a seguire l’andamento della costa, sotto un cielo che diventava sempre più cupo, ci siamo diretti verso Milazzo.

Questa è una cittadina costruita su una penisola che si protende con una forma stretta ed allungata nel mare; tanto stretta che, dalla cima del Castello si possono vedere tranquillamente ambedue le rive della penisola stessa. Ed è stato il castello di Milazzo la piacevole visita che abbiamo compiuto il giorno dopo, dopo una riposante serata, utile a ritemprarci soddisfacentemente.

Piacevole e non scontata, giacché dalle poche cose lette sulle guide che io avevo consultato, non avrei immaginato di trovarmi in una struttura dalle dimensioni assai considerevoli. Il Castello di Milazzo, infatti, è costituito da un primo nucleo, situato nella zona più elevata, eretto in epoca federiciana, circondato a sua volta da un altro castello aragonese e circondato da una cinta muraria di notevole estensione. Peraltro, il fatto che la struttura sia stata utilizzata come carcere in età moderna, ha determinato la conservazione di quasi tutte le strutture che sono, oggi, completamente visitabili.

Come ho detto, il panorama che si ammira dall’alto delle torri è davvero affascinante, come pure l’ampia veduta che da lì si può avere sulla cittadina di Milazzo e sulle sue spiagge.

Forse è giunto il momento di una digressione dalle bellezze paesaggistiche, archeologiche e monumentali della Sicilia, per affrontare le questioni legate al cibo e alla varia esperienza che abbiamo, a questo proposito, fatto durante il nostro viaggio in Sicilia.

Senza volermi intrufolare più di tanto, nei meandri della cucina siciliana, credo di poter affermare che, nonostante, come ovvio, si tratti di una cucina essenzialmente a base di pesce, ci siamo trovati a gustare sapori forti e nient’affatto scontati. Proverò a soffermarmi su questa espressione, ed è chiaro che i riferimenti che qui di seguito farò, sono basati su ciò che abbiamo mangiato durante questo specifico viaggio lungo le coste settentrionali dell’isola.

Un piatto che, ad esempio, mi ha molto colpito e che ho assaggiato più volte, è stata la pasta con le sarde; un piatto semplice, ma che non è per nulla scontato in quanto a sapore, rispetto a manicaretti più elaborati. L’aggiunta di pane grattugiato e fritto, garantisce un insaporimento del tutto che risulta assai gustoso e piacevole.

Non so poi se si tratti di una esperienza particolare, ma quando in un ristorante abbiamo ordinato spaghetti alla marinara, è stata una piacevole sorpresa trovare nel piatto, oltre alle tradizionali cozze, vongole e seppioline tagliate, anche pezzetti di spada e polpa di ricci di mare. Purtroppo non ho potuto verificare se si trattasse di una abitudine o di un caso specifico del ristorante dove abbiamo pranzato.

Tutto ciò per non parlare di quell’arricchimento particolare costituito dai pistacchi. Ho avuto modo di provarlo nel condimento di un piatto di pasta con pomodori secchi, spada e, appunto, pistacchi tritati. Temevo di trovarmi di fronte ad un piatto eccessivamente “secco”, ed invece il tutto si amalgamava assai positivamente; altrettanto buono è stato un piatto al pesto di pistacchi e gamberi. Superfluo parlare di quando mari e monti si incontrano, come nel caso della pasta con spada e melanzane, un piatto che ha un sapore pieno e convincente.

Tralascio, ovviamente, la bontà degli arrosti di pesce e degli immancabili involtini di pesce spada che costituiscono una garanzia di freschezza e bontà ad ogni occasione di sosta culinaria.

Gli antipasti sono stati in tutte le occasioni, sia nei ristoranti che abbiamo apprezzato, sia in quelli che ci hanno deluso, delle vere e proprie portate, spaziando dai pesciolini fritti ai piccoli calamiterai fritti, al polpo (lesso o al sugo), allo sgombro (lesso o al sugo), fino ad elaborati anche più complessi e saporiti come ad esempio la palamita in agrodolce o lo stocco al pomodoro piccante.

Ho accennato a qualche ristorante che ci ha deluso, ma, in effetti, si è trattato di occasioni sporadiche, se non addirittura uniche; ed è accaduto soprattutto quando la rinuncia alla tradizione ha lasciato spazio a piatti senza carattere e privi di personalità. Piatti sicuramente di buona fattura, ma che potrebbero essere cucinati a qualsiasi latitudine e che non connotano l’anima, il carattere, lo spirito di un territorio.

Devo dire che anche quando abbiamo provato qualche piatto “di terra” il sapore era squisito. Cito solo un piatto di linguine ai funghi porcini gustati a Caccamo, insieme ad una salsiccia di maiale locale veramente buona.

Ed infine, si fa per dire, la caponata, anche questo un piatto reso famoso dal Montalbano di Camilleri, anzi, come la chiama lui, la “caponatina”. Un sapore pieno, che riempie la bocca. Mi hanno detto che ce ne sono di varie versioni; io ho assaggiato (e poi anche cucinato, utilizzando i prodotti del mio piccolo orto), una particolare versione che mette insieme melanzane, cipolle (abbondanti), sedano e, a fine cottura, capperi e pezzi di olive denocciolate. Una vera delizia!

Non parlo dei vini, sono così tanti e tutti ormai, famosi, che citarne qualcuno andrebbe a immeritato detrimento degli altri. Vi invito solo a provarli, in occasione, spero, di un viaggio in Sicilia, o anche soltanto, se non ne avete l’occasione, sulla vostra tavola, acquistandoli in un qualsiasi negozio ben fornito. Potrete, anche se solo da lontano, gustare il sapore della terra di Sicilia anche solo in questo modo.

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