Roma: i Musei Capitolini

Non si può parlare dei Musei Capitolini, senza accennare almeno alla grande statua equestre di Marc’Aurelio che troneggia nella piazza antistante i due edifici che contengono numerose e bellissime opere d’arte.

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In realtà, quella che si trova in piazza è una copia; l’originale, restaurato, è conservato all’interno del museo, collocata in una sala ideata da Carlo Aymonino e realizzata (non senza ripensamenti ed aggiustamenti rispetto al progetto originario) con materiali d’avanguardia che ne permettono, insieme ad altre opere, una gradevole fruizione.

La statua di Marc’Aurelio (il suo nome completo era Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto) era una delle tante (dovrebbero essere almeno otto) statue equestri erette a Roma in età imperiale. Tutte le altre furono distrutte dalla meschina violenza iconoclasta dei cristiani e questa si salvò unicamente per un equivoco: la sua erronea attribuzione a Costantino le permise di essere preservata da una ottusa e generalizzata distruzione. Ad acuire il paradosso è il fatto che Marc’Aurelio non perseguitò i cristiani, che riteneva semplicemente dei fanatici religiosi. La cultura profondamente stoica di Mar’Aurelio lo avrebbe sicuramente aiutato a comprendere gli aspetti contraddittori legati alla vicenda della sua statua.

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Sia per fato che per ventura, la statua equestre dell’imperatore è giunta fino a noi, e, insieme alla lupa che allatta i due piccoli Romolo e Remo, bronzo anch’esso conservato nei Musei Capitolini, costituisce un altro emblema della città eterna.

La ristrutturazione del museo, ha anche permesso di mettere in luce e di poter osservare da vicino gli unici resti rimasti del grandioso tempio di Giove che sorgeva al Campidoglio. Totalmente distrutto, restano solo alcuni dei basamenti dell’antico edifico, e si resta decisamente frastornati nel guardare mura possenti alte oltre quattro metri, riportati in scala nella riproduzione del tempio: sembrano assai piccole e minute rispetto alla dimensione totale dell’antica costruzione.

Ma il museo conserva numerosi altre opere che fanno riferimento all’epoca romana: dai bronzetti di due oche (riferimento a quelle che, secondo la leggenda, con il loro starnazzare salvarono Roma dall’invasione dei Galli), alle aquile in pietra (simbolo della grandezza di Roma), agli affreschi distribuiti nelle varie sale che ricordano altri miti e altre leggende relative alla nascita e all’affermarsi della potenza di Roma: Muzio Scevola, gli Orazi e Curiazi, la battaglia di ponte Sublicio, il ratto delle Sabine, ed altre ancora.

Nè posso non fare riferimento, per quanto riguarda la statuaria, alle tante opere recuperate ed esposte: il giovane bacco in marmo vermiglio, il vecchio centauro che pare quasi ripiegarsi su se stesso, i tanti busti di imperatori, donne, filosofi e senatori che sono allineati lungo le pareti o esposti nelle tante stanze del museo.

Ed è una vera delizia soffermarsi a guardare le differenze tra le due statue di Venere. Quella “Capitolina”, la più famosa, la più classica (ne esistono circa cento diverse versioni), che tenta di nascondere, pudica, le sue nudità all’osservatore; e quella Esquilina, meno preoccupata delle sue nudità esposte, e che sembra, con il pensiero, andare piuttosto alle piacevolezze del bagno che si sta per concedere, o, forse, dal quale è appena uscita.

Una intera sezione del museo (ristrutturato), è poi dedicata ai ritrovamenti effettuati nei famosi “horti”, il principale dei quali, e sicuramente più conosciuto, va sotto il nome di “Horti di Mecenate”. Gli “horti”, altro non erano che bellissime ville urbane che gli uomini più facoltosi e raffinati di Roma realizzavano all’interno delle mura cittadine. Di queste ville se ne conoscono molte in città; ma Mecenate fu il primo a realizzarla sull’Esquilino, in una posizione particolarmente favorevole per quanto riguardava la visuale (sulla Sabina e sui Colli Albani), e per quanto riguarda la purezza dell’aria.

Il ricchissimo e raffinatissimo Gaio Clinio Mecenate (era questo il suo nome completo), celebre protettore di artisti e poeti dell’età di Augusto, nonché amico e consigliere dell’imperatore, effettuò una radicale risistemazione dell’area, trasformandola in un parco ricco di fontane e di statue, oltre che di costruzioni, edifici e fontane. Lungo i viali del parco si intratteneva con amici e artisti di vario genere, sostenendone le attività e le ricerche (da cui appunto la definizione di mecenatismo). Questi luoghi erano così conosciuti, apprezzati ed ambiti che, sotto Nerone, divennero parte della Domus Aurea.

Una parziale documentazione della bellezza e della raffinata decorazione dei luoghi, ci viene dalla esposizione di alcune delle statue ritrovate nella zona: un grande cane di granito, la statua di Marsia (spellato vivo per aver osato sfidare Apollo), una fontana a forma di corno, una deliziosa testa di amazzone, ed altri reperti ancora.

Ma la visita ai Musei Capitolini non può essere completa se non descrivendo, seppur sommariamente, la grande raccolta di tele presenti: maestri del trecento e del quattrocento, Tiziano, Tintoretto, i tanti quadri di Guido Reni e, soprattutto, le due tele di Caravaggio.

Il grande maestro che ha sconvolto l’arte sull’apparire del seicento, ha due quadri: il San Giovanni Battista e la Buona Ventura.

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Il San Giovanni è un tema ricorrente nei lavori di Caravaggio (considerando le attribuzioni dubbie, ne avrebbe dipinto almeno otto). Quello conservato nei Musei Capitolini, è molto simile ad un altro conservato nel Museo Dora Pamphilij, e raffigura un giovinetto, scanzonato nella sua fresca e dirompente nudità, che abbraccia un caprone. Anche questo quadro ha provocato e provoca ancora grandi discussioni, in quanto, notoriamente, San Giovanni Battista è raffigurata con una mansueta pecora. Ma, ancora una volta, Caravaggio, con la sua incredibile inventiva, con la naturale vivezza, con la connaturata irrequietezza, ci regala una tela di grande vigore. La luce, come in molti suoi quadri, scaturisce dalla tela stessa, illuminando il corpo del giovinetto con quel fantastico gioco di chiaroscuri che ha reso famosa l’arte di questo grande artista.

Per la sua caratteristica di assoluta naturalità, e per l’empatia che il volto sorridente e il dinamismo del corpo provoca, questo quadro è, a volte, chiamato anche il San Giovannino, utilizzando un diminutivo forse poco rispettoso della santità, ma che significativamente avvicina il personaggio a quanti ammirano questa tela.

L’altro quadro, quello della Buona Ventura, anteriore a quello esposto al Louvre di Parigi, è da attribuire alla prima fase pittorica del Caravaggio, che già anticipa le principali caratteristiche dell’arte caravaggesca. Una scena di vita quotidiana (del tempo): una zingarella che, mentre legge la mano di un giovane ben vestito, cerca di sfilargli un anello dal dito. Popolare la scena, popolari i personaggi, i cui volti (oltre che gli abiti) sono tratti da soggetti veri, reali; da persone che Caravaggio individuava nelle strade della città di Roma e ritratte nella più assoluta somiglianza e naturalezza. Grandi opere di un grande artista.

Come ho detto, i Musei Capitolini sono ricchi di importanti reperti e di grande opere d’arte e, a mio parere, la riorganizzazione di taluni ambienti, come ho tentato di descriverli, costituisce una degna collocazione di tali opere.

Un’ultima annotazione che vi prego di non trascurare nel corso di una vostra visita ai Musei Capitolini. Nell’attraversare il sottovaso che vi conduce dall’uno all’altro plesso del museo, non dimenticate di attraversare il braccio laterale che, oltre a darvi la possibilità di visitare alcune grandi aule di antichi edifici romani, permette una affacciata sui Fori Imperiali davvero notevole. La Basilica Ulpia, la Via Sacra, più in là il Tempio di Vesta e, sullo sfondo, il Palatino con la “domus” imperiale si presentano per una facile, istruttiva e bellissima lettura della storia, del pregio, del valore e dell’importanza che la città di Roma aveva assunto nel passato.

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Un passato cui guardare non con stupido rimpianto (come nel ventennio fascista), ma come sollecitazione alla capacità creativa ed inventiva dell’ingegno e dell’arte umana.

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