Il vento e la storia

Il titolo è ambizioso. Un bellissimo articolo pubblicato da Piero Bevilacqua sul Manifesto (La merce rara dell’abbondanza, il Manifesto, mercoledì 28 ottobre), mi ha fornito lo spunto per alcune, modeste, riflessioni che cercherò di delineare in questo scritto.

Riassumo, ma rinvio e raccomando vivamente la lettura attenta di questa articolo. Bevilacqua sostiene che, alla Grande Abbondanza (le maiuscole sono mie) di merci e servizi determinatasi sul finire del secolo scorso e che postulava una tendenziale caduta del saggio di profitto e quindi la necessità di ridiscutere le relazioni tra capitale e lavoro, il capitalismo dei paesi dominanti ha generato “(…) un’arma strategica formidabile: la Grande Scarsità, la scarsità del lavoro, il lavoro inteso come occupazione, come job.”(cit.)

Ciò ha determinato una modificazione profonda del rapporto capitale-lavoro, (a svantaggio del secondo, pressato com’è da una massa immensa di senza lavoro), ma anche una condizione di “malattia sistemica”, nella quale c’è sovrabbondanza di risorse finanziarie rispetto alle esigenze della produzione.

Di qui la valutazione che una vita di gran lunga migliore sarebbe possibile, e per tutti, e che solo “i rapporti di forza dominanti la ostacolano.”(cit.)

Magistralmente, così conclude il suo articolo Bevilacqua: “(…) una grande abbondanza (auspichiamo, di beni e servizi avanzati, frutto di una generale riconversione ecologica, di riduzione del lavoro) è alla nostra portata. E bisogna infondere nella società italiana tutta intera questa grande pretesa. La pretesa della prosperità e del ben vivere per tutti. E’ una prospettiva di nuovi bisogni, che non solo è possibile soddisfare, ma coincide con una tendenza storica inarrestabile e che capitale e ceto politico possono solo ritardare, con danno generale. La redistribuzione dei redditi e del lavoro, e la lotta alle diseguaglianze incarnano, come mai nel passato l’interesse generale, una necessità indifferibile e universale. Oggi possiamo far sentire a tutti, anche agli scoraggiati e ai perplessi, che nelle nostre vele può tornare a soffiare il vento della storia.” (cit.)

Ho già avuto modo si scrivere, in altri testi del mio blog, circa la caduta progressiva degli spazi di democrazia nel nostro paese, così pure delle gravissime sconfitte registrate dal movimento operaio, ed altrettanto del progressivo indebolimento delle ragioni “di sinistra” entro le formazioni politiche esistenti, nonché del totale asservimento della attuale compagine governativa alle logiche e agli interessi del capitale finanziario.

Non intendo riprendere qui argomentazioni e ragionamenti già esposti; il lettore interessato potrà ricercarli nel lungo elenco dei miei scritti.

Qui voglio affrontare e rilanciare due questioni. Quale deve essere il centro di una possibile iniziativa e quale strumento adottare.

Relativamente al primo punto, l’articolo sopra richiamato, lo evidenzia con palmare chiarezza: il lavoro.

E’ questo il centro e il punto di convergenza nel quale far confluire i cento, mille rivoli della lotta politica e sociale in atto nel paese.

Se riteniamo vero, così come è vero, che il Jobs Act, lo SbloccaItalia, la cosiddetta BuonaScuola siano tutti atti che colpiscono duramente la realtà economica e sociale del lavoro, la sua stabilità, i suoi diritti e, persino, la sua stessa essenza, costruendo un rapporto che, anche dal punto di vista istituzionale, concorre a peggiorare le condizioni economiche e sociali del lavoro, la necessità di riportare ad una unità complessiva queste battaglie risulta del tutto evidente.

Così come l’attacco specioso alla Costituzione, l’asservimento delle leggi nazionali alle logiche di Austerità dei Trattati europei, il TTIP (il Trattato sul commercio transatlantico), le logiche meramente militaristiche di intervento nei conflitti (leggi Nato), le scelte inoperose sulle questioni climatiche, rappresentano il vasto campo di battaglia su cui agganciare un confronto duro e difficile, ma assai importante e determinante per l’apprezzamento di scelte e di politiche totalmente divergenti ed opposte a quelle che il capitale finanziario (predatorio secondo Piketty) impone oggi con immensa protervia.

L’intento manifesto è quello di aumentare vincoli e controlli sul lavoro in modo che questo, nella perenne contraddizione con il capitale, sia reso totalmente incapace di generare quella conflittualità latente, la cui affermazione (del lavoro) procurerebbe una totale inversione rispetto alla deriva che stiamo vivendo, e una prospettiva totalmente diversa per l’intera società, per la più ampia comunità politica, economica e sociale, capace di andare anche oltre i confini dell’europa.

In questo modo, appunto, è possibile ritrovare il vento della storia e non, rinunciatariamente, osservare che esso si è smorzato, si è arreso (Franco Cassano, Senza il vento della storia, Laterza, 2014), non capendo che è proprio la mancanza della comprensione dei fenomeni in atto, la sua errata traduzione (o meglio il soggiacere alle forze dell’avversario), l’arrendersi alle logiche del potente nemico che ci riducono a navigare in un immoto (e fetido) mar dei Sargassi.

Ridare soggettività al ruolo e alle questioni del lavoro, nei termini che ho sommariamente elencato, ridare centralità alle questioni legate alle sue molteplici e divergenti forme, riorganizzare le diverse caratteristiche che il capitale ha voluto disegnare per esso (compresa la mancanza e la ricerca del lavoro), significa rilanciare un grande movimento decisivo non per una inesistente, fallace ed evanescente ripresa economica, ma per ribaltare totalmente i rapporti di forza attuali e disegnare una società equa e giusta.

Alcune note assai rapide sullo strumento.

Anche su questo mi sono espresso più volte. E cioè sul fatto che problemi e difficoltà di carattere storico, politico ed anche culturale rendono ormai improponibile la riedizione di un Partito di sinistra della natura e con le caratteristiche di quello che abbiamo conosciuto (e vissuto) nella seconda metà del secolo scorso.

La lettura di scritti e documenti, la osservazione di sforzi anche ammirevoli di compagni e uomini della sinistra, lo scambio di informazione e le discussioni con compagni e simpatizzanti, non mi portano a modificare quelle valutazioni e quelle riflessioni.

Mi pongo quindi il quesito se non sia più giusto, utile, valido ed opportuno rinunciare esplicitamente a questo obbiettivo, e non piuttosto ricercare la possibilità di forme originali di convergenza politica, in modo tale da salvaguardare diversità e specificità ormai consolidate, sia nelle scelte che nelle pratiche di opposizione al disegno dominante e di proposizione di strade e strategie nuove.

Puntare ad un Blocco di forze eterogenee e diverse, che convergano su un programma preciso, che condividano un progetto politico, mantenendo ognuno le proprie particolari e specifiche strutture, le proprie peculiarità, le proprie caratteristiche. Un Blocco capace di individuare e perseguire un obbiettivo di grande portata storica, politica e sociale, senza impantanarsi in questioni relative ad assetti e strutture, la cui composizione, forza e dimensione sia garantita da concrete esperienze di iniziativa, di mobilitazione e di lotta.

Un Blocco capace di affrontare le diverse scadenze elettorali se e quando sarà in grado di individuare e proporre nelle singole realtà, aggregazioni reali e momenti di legame vero con le vertenze e le lotte del territorio (occorre ricordare il recente positivo caso spagnolo?).

Un Blocco capace di proporre, però, una reale condizione di alternativa, antagonista e contrappositiva alle attuali scelte dissennate.

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3 risposte a Il vento e la storia

  1. wwayne ha detto:

    Mi hai fatto tornare in mente un film che ho visto tempo fa, e che rifletteva proprio sul mondo della politica e sulle sue storture. Il film è questo: https://wwayne.wordpress.com/2014/01/08/il-fine-giustifica-i-mezzi/. L’hai visto?

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