Il Podestà

Leggo, negli ultimi tempi, titoli e riflessioni giornalistiche (o pseudo tali, che il giornalismo pare sia diventato soprattutto una meschina riscrittura di veline passate dai potenti di turno), secondo le quali il potere politico, soprattutto nell’amministrazione delle città, trapassa dal campo della politica a quello dei tecnici.

Soprattutto il caso Roma, la vicenda relativa alle dimissioni (volute o imposte), del sindaco Marino, hanno portato in luce questa discussione. Sono in molti a disquisire sulle maggiori capacità dei tecnici rispetto a quelle dei politici e a sostenere, apertamente o surrettiziamente, di quanto sia giusta ed opportuna una scelta di questo genere.

Dissento fortemente da questi ragionamenti che, a mio parere, nascondono, consapevolmente o meno, un disegno e una strategia assai più grave e pericolosa.

Anzitutto il termine di politico. Qui si tratta non di dirigenti di partito, segretari di vario livello, bensì di sindaci, eletti, cioè, da un voto popolare e collocati in quella funzione per scelta dei cittadini al termine di una elezione popolare e democratica.

Viene il dubbio che sia proprio questo ad impensierire l’esecutivo (alias, il presidente del consiglio in carica), il quale a Roma interviene non per eliminare un sindaco colluso con la mafia, bensì per sostituire un sindaco scelto prima nella consultazione di base e poi eletto dai cittadini romani.

Non intendo discutere delle capacità del sindaco, cosa che lascio, appunto ai cittadini e agli amministrati di Roma, ma l’impressione che io ho avuto è che questa sostituzione sia nata tutta all’interno delle segrete stanze e decisa dai poteri forti di quella città e di questo paese.

Prova ne sia la campagna forcola e legaiola che è stata artatamente scatenata tra una Milano perbene e una Roma ladra e furbesca. Cosa che sollecita i più bassi istinti e ricorda le parole più invereconde della polemica leghista che si è miseramente infranta contro gli scogli delle indagini giudiziarie e contro la realtà palmare di un malaffare purtroppo ampiamente diffuso al nord, come al sud.

Tutto questo gran polverone nasconde, invece, una evidente intolleranza verso persone (o personaggi, se volete) che risultano sommamente invisi al manovratore, ne disturbano l’azione e il comportamento, ne costituiscono, se volete proprio per il loro semplicistico appropinquarsi alla gestione della cosa pubblica, l’esatto contraltare fatto di imperio, di diktat, di esclusivo dominio.

Per chi non si accontenta di fare da semplice passacarte del ruolo definito dal centro governativo e decisionale, non c’è altro che la messa all’indice, l’espulsione o, semplicemente, la privazione del consenso e soprattutto dei finanziamenti.

Che è a questo, sostanzialmente, che siamo ormai ridotti.

Il potere delle autonomie locali, è stato progressivamente e silenziosamente indebolito da scelte governative che hanno determinato la loro progressiva marginalizzazione nelle politiche sociali, di sostegno, di gestione della cosa pubblica. A causa della continua diminuzione di fondi fatta pervenire alle amministrazioni locali, in nome di una falsa quanto fantomatica lotta allo spreco, le amministrazioni hanno dovuto periodicamente restringere le azioni e gli interventi sui trasporti, sulle mense scolastiche, sulla gestione di un minimo di welfare sociale di loro competenza e, spesso, sono costrette ad alienare parti del patrimonio pubblico e, cosa ancor più grave, degli stessi beni comuni, per far fronte alla sempre maggiore esiguità del proprio bilancio.

Ciò ha reso gli amministratori dipendenti, più che dal consenso sociale dei loro cittadini, dalla possibilità di ricevere premi e prebende attraverso i molteplici canali della finanza pubblica. Questo li rende fortemente dipendenti dal consenso che ricevono (ed ovviamente che devono preventivamente garantire) dall’alto.

Come altro spiegare che il giorno stesso della rimozione di Marino, arrivano al comune di Roma ben trecento milioni per i lavori legati al giubileo, che fino a quel momento non erano stati offerti?

Il Comune, che era diventato, per una serie di ragioni, anche nobili della politica, il livello su cui misurare l’effettiva capacità di elaborazione, di costruzione di una vera e reale politica partecipata, viene impoverita e ristretta a mera gestione degli spazi, sempre più ridotti, imposta dalle logiche di austerità e di quelle (ormai diventate mitiche), delle restrizioni di bilancio.

Dunque la preoccupazione fondata è quella di voler rendere le amministrazioni locali, l’ultimo terminale di un processo che si struttura dall’alto, in maniera verticistica, governati da una ferrea e stringente logica che vede un uomo solo al comando dell’esecutivo, un parlamento che si costituisce secondo logiche di fidelizzazione al capo dell’esecutivo (vedi Italicum e cosiddette riforme costituzionali), delle regioni svuotate di autonoma capacità legislative (nel senso che hanno poche risorse disponibili), e delle amministrazioni locali governate da fiduciari del capo dell’esecutivo.

Cos’è questo se non il Podestà ? La triste figura di nomina dell’esecutivo, già conosciuta durante il ventennio ?

Il Comune viene privato di ogni reale potere di intervento e di governo della cosa pubblica, del bene comune. I patrimoni dei comuni, diventati sempre più inefficienti e sostanzialmente inefficaci perché privati delle risorse per portare avanti logiche di redistribuzione delle risorse a livello decentrato, divengono l’oggetto immediato della critica e possono tentare di resistere e di tentare una loro sopravvivenza (o meglio la sopravvivenza dei figuranti che si alternano al governo delle città), solo se riescono a diventare credibili interlocutori, e sostanzialmente pedissequi esecutori, delle politiche dettate dall’esecutivo.

I beni comuni, quelli che contraddistinguevano una comunità sociale, devono progressivamente essere alienati e venduti per rimpolpare le magre finanze. Ancor più difficile pensare di gestire i beni comuni in una logica alternativa al sistema e all’organizzazione dell’esistente.

Buon amministratore non è più colui che ricerca il bene comune attraverso gli strumenti e l’amministrazione della cosa pubblica, bensì chi riesce a gestire, con quel poco che ha a disposizione, il consenso; consenso che può ricevere solo se si adegua correttamente alle direttive e alle indicazioni che riceve dall’alto, insieme ad una porzione adeguata di finanziamenti.

Questa logica, che i recenti atti del governo rendono palmari ed evidenti, impongono adeguate riflessioni e conseguenti comportamenti.

Anche per questa strada, insomma, si impone una scelta concreta di opposizione alle liste e alle forze che a livello locale sono sostenute dal PD e richiedono che un fronte, fondato su concrete azioni di sollecitazione e di messa in moto di iniziative a livello locale (casa, sanità, assistenza, beni comuni) si ricomponga, se vuole davvero costituirsi come valida alternativa al pensiero dominante e alle azioni concrete dettate non all solidarietà, ma dalla imposizione autoritaria delle logiche di austerità.

Anche per questa strada si conferma, cioè, la necessità di costruire un fronte alternativo e di opposizione, con l’obbiettivo tuttavia, di diventare maggioritario, e di insediarsi al governo delle amministrazioni locali, con l’obbiettivo di costruire elementi, posizioni, capisaldi di contropotere organizzato, in “esplicita discontinuità con le politiche dell’attuale esecutivo”.

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