Fine settimana a Roma – 2

Novembre. Le onde si rompono sulle onde che si rompono su altre onde. Il rumore della risacca e delle onde arrivano distintamente al terrazzino da cui guardo il mare. il vento piega i rami delle tamerici, illuminate dai vividi colori di un vicino distributore di benzina. Sul lungomare di Anzio le auto passano rade e veloci, verso mete che sono sicuramente quelle di un accogliente, caldo e benevolo ricovero.

E’ buio, ma si intuiscono i movimenti delle nuvole che attraversano veloci il cielo.

Non è una buon preludio per la giornata di domani, l’attesa manifestazione della Fiom e di Unions, programmata da tempo per le strade di Roma.

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E, puntuale e ingenerosa, la pioggia arriva, all’indomani, in Piazza Esedra, al primo avvio del corteo, appena il camioncino della Fiom si avvia lungo il percorso, appena avanti allo striscione di apertura. Lo striscione che proclama: “Non ho paura”, una risposta di lotta ai terribili attacchi terroristici dei giorni precedenti, ma anche a chi vorrebbe farci scivolare verso una condizione di guerra che non ci appartiene. Che questa condizione di guerra non ci appartiene torna spesso durante il corteo, vivacizzato dalle felpe e dagli impermeabili rossi della Fiom, ma anche dalle tante bandiere arancioni della Pace. Bandiere che a lungo erano rimaste conservate nei cassetti e che, finalmente, rivedono la luce, anche se si tratta della una luce livida e fredda di questa piovosa giornata.

Di altro vogliono sentir parlare i metalmeccanici e i cittadini che partecipano a questo corteo, nonostante le avverse condizioni del tempo (e non solo di quello atmosferico).

Vogliono sentir parlare di alternative alla guerra, alla disoccupazione, di alternative alle mistificatorie manovre del governo in tema di lavoro, di pensioni, di scuola, di sanità. Vogliono sentir parlare di una opposizione chiara alla scelte di questo e dei governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni; di una ripresa dell’iniziativa sindacale e politica, del riconoscimento di errori e ritardi e di un necessario rilancio della vertenzialità nei confronti del governo e del padronato.

La stanchezza è tanta, e si sente. Si accumula intrecciando le sconfitte degli ultimi anni con la pioggia battente; mettendo insieme il freddo e l’umidità che entra nelle ossa di chi continua a marciare in questa fredda giornata con il timore di non saper riuscire a dare una risposta adeguata all’attacco del padronato e delle forze politiche conservatrici di questo paese. Forze politiche che, ammantate di panni pseudo innovatori e utilizzando il linguaggio modernista dei social, persegue, con pratiche deleterie, obbiettivi funzionali alle scelte del capitale monopolistico e alle direttive di austerità lanciate dalla “governance” europea.

E questo Landini lo dice, nel suo breve comizio, a conclusione di questa manifestazione, ai pochi, bagnati che si stringono davanti al palco cercando riparo dalla pioggia sotto ombrelli ed impermeabili; ai tanti che si sono riparati lungo i muri o nei ristretti spazi coperti davanti alle due chiese colonnate della piazza; ai molti che hanno già preso la via del ritorno, stanchi ed intirizziti da una malevola giornata. “Per una giusta causa” era opportuno esserci, era necessario essere presenti.

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Chiusa la manifestazione mi dirigo verso il museo di Villa Borghese. Una visita attesa e ricercata da almeno un anno, durante le diverse occasioni nelle quali mi sono trovato a Roma. In tutte le precedenti occasioni, infatti, non ero mai riuscito ad avere questa opportunità, nonostante i continui tentativi di prenotazione. Infatti Villa Borghese si può visitare solo su prenotazione, e qui cominciano alcune amare (a dir poco) considerazioni. Il biglietto costa undici euro, ma la prenotazione (obbligatoria), è di altri due euro. E’ una prenotazione o un balzello?

I locali di servizio sono assolutamente carenti e poco funzionali. Spazi sprecati in inutili corridoi, tanto marmo superfluo, pochi posti a sedere nell’attesa che giunga l’agognato orario di ingresso, tutti stretti ed assiepati in un buio corridoio.

Assurdo, poi, il fatto che il servizio di “guardaroba” è riservato a borse e buste, mentre non si possono lasciare cappotti e giacconi. Così, chi non è fornito di un capiente zaino o di una altrettanto capiente borsa, è costretto ad aggirarsi nelle stanze del museo con indosso giacconi e piumini.

Infine, è vietata la sosta, anche se breve, negli spazi tra l’ingresso e le sale del museo (chissà per quale motivo).

Fortunatamente gli impareggiabili tesori conservati in questo museo, ripagano grandemente questa pessima organizzazione. Solo elencare le stupende opere lì conservate fa fremere la mente e il cuore: dalla bellissima e neoclassica Paolina Borghese, conosciuta opera del Canova, alle statue dello scultore barocco per antonomasia, il Bernini. Il gruppo di Enea ed Anchise, ma anche il meraviglioso David, contorno nello sforzo di preparazione al lancio, con le labbra inserite, la fronte corrugata, il volto concentrato nel caricare la fionda. E, soprattutto, il gruppo di Apollo e Dafne, le due figure che si rincorrono nell’esiguo spazio della rappresentazione, il contatto del dio e la contestuale trasformazione della ragazza, il cui corpo già si trasforma in corteccia, le dita in rami e foglie, le dita dei piedi in radici; la trasformazione colta nell’attimo stesso in cui comincia a compiersi.

Non sono certo da sottovalutare le altre stanze e le altre opere: il salone degli imperatori, con i busti marmorei allineati alle pareti, la sala dell’ermafrodito, la sala egizia; e poi ancora, al piano superiore i due autoritratti del Bernini e i due busti del Cardinale Scipione Borghese, primo artefice di questa mirabile e impareggiabile collezione.

Sono innumerevoli le opere da guardare, da ammirare, da gustare. La pinacoteca è un susseguirsi incredibile di opere e di capolavori che hanno fatto la storia dell’arte. Da Antonello da Messina a Lorenzo Lotto a Rubens, a Cranach, a Raffaello, solo per citarne alcuni. E poi la magnifica opera di Tiziano: L’amor sacro e l’amor profano, denso di forme, di colori, ma anche di contenuti, di riferimenti, di simbologie esplicite ed arcane.

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Ma la maggior parte delle due ore riservate alla visita, l’ho dedicata alla sala nella quale sono raccolte le opere del Caravaggio: sono ben sei le opere qui conservate, relative a periodi diversi della sua vita artistica, a cominciare dal tenero Fanciullo con canestro di frutta, dove Caravaggio comincia a cimentarsi con i chiaroscuri e si diletta nella riproduzione certosina di frutti e foglie.

Un’altra opera “giovanile” è l’autoritratto in veste di Bacco Bacchino malato), dove l’artista si rappresenta con un volto scanzonato, aperto alla vita (ed anche ai vizi). Ed è forte il confronto tra questo volto e quello di Golia (anche questo un probabile autoritratto) rappresentato nel vicino quadro di Davide con la testa di Golia. Qui il volto è cupo, doloroso, ed urla disperazione e morte, guardato dal giovane David con sufficienza, pietà e mestizia, dentro uno sfondo cupo e scuro che è la caratteristica di tutte le opere mature del grande pittore.

Un colore nero che non è uno sfondo, ma è parte integrante del quadro, dell’opera stessa. Come quella del grande quadro della Madonna dei Palafrenieri, un nero cupo contro il quale si staglia la figura di una vecchia popolana rugosa, che raffigura S.Anna.

Che dire poi del San Giovanni Battista, simile nel soggetto (un giovane con il suo caprone) a quello conservato nei Musei Capitolini, ma al contempo assai diverso. Quello, carico di giovanile vigore disegnato con scatto virile, giocosamente avvinghiato al montone. Questo quasi avvilito, annoiato, mollemente adagiato, quasi distratto, disilluso e deluso dalle vicissitudini della vita quotidiana.

Ed infine il San Girolamo scrivente, la cui testa ossuta ed abbassata sulle carte è quasi corrispondente al teschio vuoto posto sul lato opposto del tavolo; con il braccio disteso, quasi a misurare la distanza, ma anche a stabilire il contatto.

Magnifica, una raccolta davvero magnifica.

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