COP 21

L’ipocrisia è cosa che, da sempre, si vende un tanto al chilo. E i corifei (della carta stampata, delle tv o dei moderni mezzi di comunicazione digitale), la rivendono a prezzi ancora più stracciati.

In questi giorni, a Parigi, la presenza di 195 capi di stato, rende la fiera delle ipocrisie un immenso mercato globalizzato, mentre le armate del capitale finanziario muovono i loro burattini e fanno loro pronunciare discorsi pieni di begli impegni e di nobili parole sulla sorte (ormai ampiamente compromessa) del pianeta.

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A Parigi si celebra la fiera. Nel resto del pianeta l’inquinamento avanza; la distruzione di migliaia di ettari di foresta prosegue; la battaglia per rendere legali pratiche pericolose come l’estrazione del gas di scisto attraverso il metodo del fracking si fa sempre più intensa; la pressione per allargare e “liberalizzare” la vendita del pollo al cloro o della carne agli ormoni, tramite la sottoscrizione del TTIP (il Trattato Transatlantico di libero Commercio), aumenta; l’ossessione di piegare le leggi della natura agli interessi delle ristrette oligarchie sovranazionali del capitalismo finanziario diventa sempre più oppressivo.

Sotto le pressioni di questi ristretti gruppi di interessi economici e finanziari, il pianeta soffre e, lentamente muore. Solo che il nostro pianeta non è fatto solo di rocce, di pietre, di sabbia, di montagne di mari, dai quali si continuano ad estrarre combustibili fossili, nei quali si perpetua l’emissione di polveri sottili e di scarichi nocivi.

Questo pianeta è fatto di piante, di alberi, di pesci, di animali e di uomini, che soffrono e muoiono in conseguenza di pratiche assurde, nocive e nefaste, perpetrate dalle scelte imposte dalle ferree logiche del capitalismo.

Ed ormai persino la terra stessa ne soffre, con processi di inaridimento progressivi che eliminano terre coltivabili sempre più ampie, che privano i mari della flora e della fauna, che imprigionano le ali degli uccelli impedendogli di volare e di sopravvivere. E le piante, gli alberi che dovrebbero garantire la continua rigenerazione dell’aria che respiriamo fanno sempre più fatica ad assolvere al loro compito.

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Questi scenari erano, una volta, appannaggio di pochi, sparuti scienziati che sembravano evocare un futuro tragico quanto remoto. Purtroppo oggi quelle catastrofiche previsioni sono diventate realtà concreta delle quali sono drammaticamente consapevoli tutti.

Ma mentre tutti, ormai, continuano a ripetere che la temperatura del globo non deve aumentare più di due gradi entro il 2030, nessuno assume impegni precisi, temporalmente definiti e drasticamente vincolanti in questa direzione.

Nessuno intende rinunciare ai proprio “benessere”, alla propria “qualità della vita”, senza rendersi conto che quel benessere, quella qualità producono, nel tempo, un peggioramento progressivo e un degrado irrecuperabile.

Tra le tante chiacchiere, ho sentito affermare, da parte di taluni rappresentanti dei paesi occidentali, quelli “sviluppati”, che occorrerebbe stabilire dei vincoli e persino un regime di multe nei confronti dei paesi meno sviluppati, perché essi sarebbero i peggiori inquinato.

Come se, oltre ai danni irrimediabili provocati nel Sahel o ai danni delle foreste amazzoniche, non fossero occidentali ed appartenenti ai paesi sviluppati, coloro che hanno provocato i disastri di Bophal; o come non siano occidentali ed appartenenti ai paesi sviluppati quelli che hanno provocato la marea nera nel Golfo del Messico.

Sono occidentali, sono appartenenti ai paesi sviluppati, sono figli del capitalismo selvaggio e del predatorio capitalismo finanziario tutti coloro che hanno spinto e spingono in direzione di dinamiche vessatorie e di profonda diseguaglianza tra gli abitatori del pianeta.

Sono questi i veri, unici, fondamentali responsabili del progressivo e inarrestabile peggioramento delle condizioni ambientali e climatiche del pianeta.

Questi sono i veri nemici da battere, ieri ed oggi.

La battaglia per il clima non è altra cosa rispetto alle battaglie contro l’austerità e i vincoli di bilancio imposta dall’europa ai suoi membri. La tutela e la preservazione dell’ambiente non sono cosa diversa dalle battaglie contro il capitalismo finanziario, le sue lite e i suoi rappresentanti al governo.

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Discutere delle diseguali dinamiche economiche a livello territoriale è l’altra faccia della lotta per la tutela del patrimonio ambientale, della biodiversità, di un ambiente pulito.

Come possono essere propugnatori di questi obbiettivi coloro che sostengono la sottoscrizione del TTIP, il libero mercato, la internazionalizzazione dei capitali, le multinazionali ?

Come possono coloro che oggi parlano a Parigi (che a tutti gli altri è vietato manifestare), decidere scelte positive e propositive, se sono finanziati, sostenuti, sovvenzionati dalle multinazionali che hanno invaso il pianeta di ogm, di pesticidi, di inquinanti mortiferi della fauna e della flora del pianeta ?

Le contraddizioni sono evidenti e stridenti.

Abbiamo (ahimè) un presidente del Consiglio che si vanta di procedere a passo spedito verso una economia ecosostenibile, che afferma di aver fatto grandi passi avanti nel campo dell’energia verde, ed al contempo emana una legge, lo SboccaItalia, che costituisce un regalo ai petrolieri e ai cementificatori del territorio. Non solo, questa legge, accentra in maniera antidemocratica discussioni e decisioni, privando le comunità locali della possibilità di decidere del proprio destino, ma addirittura autorizza trivellazioni e cementificazioni con pratiche deleterie e dannose per il territorio e l’ecosistema.

E queste forme di selvaggio sfruttamento e rovinoso degrado ambientale, non vanno forse di pari passo con la decisione di stabilire peggiori condizioni di sfruttamento del lavoro, come definito nel cosiddetto Jobs Act; o con la decisione di non intervenire con strumenti efficaci di politica economica ed industriale al fine di migliorare la situazione di grave disoccupazione, soprattutto giovanile, esistente oggi nel nostro paese ?

Identica la logica, analoghe le scelte. Drammatiche le conseguenze.

Mai i pennivendoli trovano più facile rivendere le cronache di una squallida e costosa fiera (l’Expo di Milano), come impareggiabile vetrina di attese e vane glorie, piuttosto che ragionare con accortezza sul perché la bilancia commerciale del paese peggiori costantemente. E’ evidente come sia più facile parlare di grandi vetrine e di mirabolanti esposizioni piuttosto che ricercare produzioni di qualità, prodotti naturali, produzioni virtuose che invertano un processo distruttivo della natura e dell’ambiente. Percorsi, cicli, filiere che rischiano di perdersi definitivamente, stritolate dai grandi gruppi agro-alimentari internazionali e dalle catene commerciali, tutti impegnati nel raggiungimento del maggior profitto possibile a scapito, troppo spesso, della salute e della vita dei consumatori e dei cittadini.

Quello che non peggiora (purtroppo) è il mercato delle armi, sponsorizzato con acquisizioni pericolose (le bombe per i droni acquistati recentemente dagli Usa), e con vendite altrettanto pericolose ed ambigue (quelle effettuate a favore dei paesi del golfo e dell’Arabia saudita anzitutto), portate avanti con impareggiabile ed indefessa attività dal già nominato presidente del Consiglio.

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