Ai margini di Cop 21

Salvini

Io non ci sarò, ma mi piacerebbe vedere la faccia di Salvini (forse non ci sarà neppure lui) e dei suoi seguaci nel 2050. Per la metà del secolo in corso, infatti, sono previsti 250 milioni di persone in fuga nel mondo da conflitti o guerre generate da cause ambientali.

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E’ sicuramente vero che non verranno tutte in europa e ancor meno in Italia, tuttavia una cifra di questo genere è di proporzioni bibliche, non rapportabile alle centinaia di migliaia che si muovono oggi e che interessano gli attuali flussi migratori che tanto preoccupano sia Salvini che i governanti europei, tutti incapaci di trovare soluzioni eque e sensate a questo problema.

la stima di 250 milioni di migranti viene da una fonte assai affidabile: l’ Unhcr. Fondamento di questi flussi saranno le conseguenze di decisioni e scelte in diverse parti del mondo: conflitti per accaparrarsi giacimenti petroliferi (come in Nigeria) o per costruire dighe (come in India), guerre civili per l’accesso alle scarse risorse idriche (come in Darfur o in Sudan), rivolte per l’espropriazione delle terre e la deforestazione (come in Cambogia), migrazioni di massa (come dal Bangladesh o dall’Assam) a causa dei mutamenti climatici.

Sono 79, afferma l’Unhcr, i conflitti in corso nel mondo da imputarsi a cause ambientali.

250 milioni di persone. Come ho detto, non verranno tutte in Europa o in Italia, ma certamente sarebbe divertente vedere quali assurde parole d’ordine potrebbero essere inventate per far fronte a questa migrazione di massa. Altro che ruspe e presepi.

Uguaglianza

O dei principi di civiltà dell’occidente. Che non siamo tutti uguali lo sapevamo già. I sette miliardi di donne e di uomini che popolano il pianeta non hanno assolutamente uguali diritti, né, tantomeno, uguali condizioni di vita.

Il rapporto Oxfam sul clima impartisce dati aggiuntivi al principio di diseguaglianza a livello mondiale.

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Infatti, secondo questo rapporto presentato nel corso di Cop 21, il 10% della popolazione mondiale è responsabile del 50% delle emissioni globali di CO2. Al contrario, la metà più povera della popolazione mondiale (quindi circa 3,5 miliardi di persone) ne produce solo il 10%, pur essendo la prima vittima dei cataclismi legati agli effetti dei cambiamenti climatici.

Una persona che rientra nell’1% più ricco della popolazione mondiale, produce un’impronta di carbonio 175 volte superiore rispetto ad un cittadino che rientra nel 10% più povero.

Alla faccia dei sacri principi dell’occidente democratico.

La vita

Gruppi integralisti cattolici e politicanti di seconda fila, si fanno portavoce di una battaglia in difesa della vita sin dal suo concepimento. La questione assume di volta in volta aspetti tragicomici, come quelli di alcuni uomini di casa nostra che impersonano “vizi privati e pubbliche virtù”; o come le iniziative delle “Sentinelle in piedi”; o semplicemente tragici, come nel caso registrato nei giorni scorsi negli Usa, dove un uomo ha ucciso alcune persone in una clinica per l’interruzione di gravidanza.

Ma i rischi per la vita sembrano piuttosto altri.

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Infatti, secondo uno studio dell’Università inglese di Leicester, un aumento delle temperature oceaniche pari a 6 gradi centigradi, è prevedibile entro la fine di questo secolo. Le conseguenze potrebbe essere quella di bloccare la produzione di ossigeno da parte del fitoplancton, interrompendo il processo della fotosintesi da cui dipendono i due terzi dell’aria che respiriamo.

Alla faccia della difesa della vita, appunto.

Giustizia

Le grandi multinazionali del capitale finanziario spingono per la costituzione di strutture di arbitrato internazionale esterne e superiori ai normali livelli giudiziari di stati e paesi. I famigerati ISDS (Investitor-to state dispute settlement body), sono la principale richiesta contenuta nel TTIP (in discussione tra Usa ed Europa), nel TPP (paesi del Pacifico) e in tutta una serie di altri trattati in discussione nel mondo.

In pratica sono livelli extragiudiziali, ma che eliminano il disturbo di passare attraverso i tribunali ordinari e di sottoporre le controversie tra interessi economici delle multinazionali e quelli degli stati e/o delle comunità locali, ad un ristretto gruppo di persone (tre in tutto, sempre gli stessi), che decideranno in merito.

Una vera e propria cessione di sovranità da parte delle istituzioni, nazionali e locali, agli interessi preponderanti del capitale finanziario e delle multinazionali che imperano in nome del libero commercio e che intendono sottomettere ai loro interessi la vita di miliardi di persone che vivono sul pianeta.

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In totale contrapposizione a queste logiche perverse, la richiesta del presidente ecuadoriano Rafael Correa che, a nome dei paesi riuniti sotto il gruppo Alba, rivendica l’istituzione di una Corte Internazionale di giustizia ambientale per proteggere i diritti della natura.

Una richiesta che, purtroppo, temo non avrà molto spazio nella cornice di COP 21.

Povertà

“I cambiamenti climatici colpiscono soprattutto i poveri e gli affamati”. Così denuncia la Fao in un documento presentato durante la Conferenza a Parigi di Cop 21.

In questo documento la Fao dimostra, con dati scientifici inoppugnabili, che nei paesi in via di sviluppo, siccità, inondazioni, tempeste e altre catastrofi innescate dai cambiamenti climatici, sono aumentate di intensità e frequenza negli ultimi tre decenni. Circa il 25% dell’impatto economico negativo delle catastrofi colpisce i settori dell’agricoltura, dell’allevamento e delle foreste.

I popoli indigeni e tribali, prosegue sempre il documento della Fao, sono i più esposti. I nativi abitano circa l’80% delle zone più ricche di biodiversità al mondo e le loro riserve sono una cruciale difesa contro la deforestazione. Pur essendo i meno responsabili per quel che riguarda il riscaldamento globale, gli effetti del cambiamento climatico mettono a rischio la loro stessa sopravvivenza.

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C’è bisogno di aggiungere altro per completare il quadro preoccupante e disarmante relativo alla situazione del pianeta?

A fronte di questa situazione, ampiamente denunciata, la discussione in corso a Parigi non sembra orientarsi verso scelte condivise e impegnative. Anzitutto da parte dei paesi più ricchi, le cui azioni sono orientate a difendere strenuamente gli interessi predatori delle multinazionali, sguinzagliate sul pianeta a cercare il massimo profitto possibile.

Forse, come ha detto il senatore Guido Pollice in un recente convegno, i 159 capi di stato riuniti per Cop 21 avrebbero fatto meglio a risparmiare le spese dei loro viaggi a Parigi.

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