i Referendum

L’ 11 gennaio, a Roma, in un incontro pubblico, saranno presentati i due referendum abrogativi riguardanti il cosiddetto e famigerato “Italicum”, la legge che stravolge l’assetto proporzionale del parlamento e il voto democratico dei cittadini.

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I due quesiti referendari hanno questi obbiettivi: il primo relativamente ai voti bloccati ai capilista e le candidature plurime; il secondo è relativo al premio di maggioranza e al ballottaggio senza soglia.

“Sono i due meccanismi che stravolgono i principi costituzionali del voto libero e uguale e della rappresentanza democratica, il cui carattere fondante per la democrazia la Corte costituzionale aveva già sottolineato nella dichiarazione di illegittimità del Porcellum”. Così afferma il comunicato stampa del Comitato per il SI all’abrogazione dell’Italicum.

Questo Referendum si affiancherà, come auspichiamo, a quello per dire NO alle modifiche costituzionali, per preservare, almeno formalmente, quei principi di democrazia, rappresentanza, uguaglianza, scritti nella carta costituzionale e posti sotto pesante attacco dall’autocrazia e dalla instancabile (finora) azione di picconamento di Renzi.

Delle ragioni per cui ritengo profondamente e pericolosamente antidemocratico l’operato del governo circa le modifiche costituzionali poste in atto da un parlamento non legittimamente eletto (come perentoriamente affermato dalla Corte Costituzionale), e peraltro costantemente ricattato, nonché attraverso procedure non sempre lineari e conformi alle regole e alle consuetudini del parlamento stesso, ho scritto in maniera circostanziata. (https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/30/italicum-e-dintorni/).

Potremmo validamente aggiungere che “questo Parlamento ha purtroppo dimostrato la sua incapacità di assolvere degnamente ai suoi basilari compiti di rappresentanza, per questo oltre alla presentazione dei quesiti di incostituzionalità sulla legge elettorale in tutti i tribunali dei capoluoghi organizzata dal Coordinamento per la Democrazia costituzionale è necessario intraprendere con determinazione la via referendaria – sull’Italicum e sulle principali leggi messe in campo dal governo Renzi – come via possibile e necessaria per riaprire un confronto democratico che il Governo Renzi ha negato e restituire al popolo la sovranità decisionale ad esso riconosciuta dalla Costituzione.” (questo brano è tratto dal citato comunicato stampa).

Qui mi preme soltanto richiamare alcuni concetti e sottolineare l’importanza di una risposta politica, forte e di massa, rispetto alla scelta di trasformare in un plebiscito il confronto referendario, così come voluto, ricercato ed inseguito in maniera invereconda dal presidente del consiglio.

Il punto fondamentale è, e rimane, il fatto che una minoranza di cittadini sarebbe in condizione di votare una maggioranza parlamentare, fatta di uomini scelti dal capo, e che a lui garantiranno (come ovvio), piena obbedienza. Questo fatto stravolge irrimediabilmente il principio di “una testa, un voto”, ed obbliga i cittadini, già malamente informati e peggio governati, a scegliere tra opzioni che potrebbero non rappresentarli in alcun modo, provocando un ulteriore allontanamento dei cittadini stessi alla partecipazione, alle elezioni, al voto (men che meno alla vita e alle attività politiche).

Questa legge che, è stato detto giustamente, è peggio della famosa “Legge Truffa”, rifiutata dai cittadini italiani negli anni sessanta, deve trovare analoga e decisa risposta per quanto riguarda, oggi, la consultazione referendaria. Sarà una dura battaglia, ma è assolutamente necessaria e decisiva per le sorti del nostro paese nei prossimi anni a venire.

Che sia necessario subito partire con l’organizzazione dei comitati referendari, è peraltro confermato da quanto sta accadendo intorno alla vicenda delle trivellazioni. L’insulso, grave e pericolosissimo dettato della cosiddetta legge SbloccaItalia, che altro non è se non un regalo ai petrolieri e ai cementificatori del nostro paese, assoggettando la volontà delle popolazioni locali ai voleri dei grandi gruppi economici monopolisti, è stato rimesso in discussione (parzialmente) dallo stesso governo quando si è accorto che, nella specifica occasione referendaria che si stava preparando per l’inizio del prossimo anno, c’era la concreta possibilità di essere sconfitto e sbugiardato dal voto popolare.

La stessa aria, lo stesso clima, lo stesso vento di protesta popolare, ampia e diffusa, dobbiamo saper ricreare intorno alle questioni della democrazia e del pesante attacco che essa subirebbe a fronte della approvazione di quello che si appalesa come un vero e proprio plebiscito sul governo Renzi.

D’altra parte, lo stesso Renzi non fa nulla per evitare questo tipo di confronto. Anzi, proprio in questi giorni ha rilanciato, con sfrontatezza, il suo attacco viscerale; rivendicando obbiettivi farlocchi per il suo governo e dichiarando che se il referendum non passerà, interpreterà questo voto come una sconfitta per il suo governo.

Dunque, perché non accontentarlo ?

Perché non mandarlo a casa ?

Lui e questo governo, e questo parlamento invalidato dalla sentenza della Corte Costituzionale, ma che continua a legiferare come se nulla fosse accaduto. Anzi operando continuamente e costantemente a danno degli interessi dei lavoratori, dei cittadini, dei disoccupati, dei giovani, delle donne, dei disoccupati, dei pensionati.

E’ una bella occasione per far sentire tutto il peso e la volontà di ribaltare scelte dissennate che, invece di garantire, proprio in tempo di crisi economica, una maggiore giustizia sociale, una maggiore equità, un più forte e più saldo governo dell’economia, agiscono per aumentare il divario tra ricchi e poveri, acuiscono le difficoltà economiche, garantiscono ricchezza e difesa degli interessi di gruppi economici ristretti a danno delle più ampie compagini popolari.

E questa deve essere la prima delle numerose risposte che questo governo deve ricevere, spiaccicate sul grugno.

A questa dovranno seguire le risposte sugli altri referendum che sono in corso di preparazione: sulla scuola, sul JobsAct, su tutte le leggi che hanno turlupinato i cittadini del nostro paese negli ultimi anni.

Io credo che, se riusciremo ad aggregare su questi temi forze ampie e diffuse nella società, sarà anche più facile costruire una alternativa vera, democratica perché così si potrà dare inizio ad un percorso di carattere popolare,con la finalità di aggregare tante persone entro uno spazio politico aperto, nel quale possano esprimersi e partecipare direttamente.

Ma è un percorso da non dare per scontato. Al contrario, esso deve emergere da un lavoro concreto, dalla unificazione per strade naturali di quelle forze che oggi, pur orientate e sostenute da un senso profondamente democratico, risultano disperse e disaggregate, organizzate intorno ad obbiettivi specifici, ma insufficienti a provocare un deciso ribaltamento delle scelte di carattere economico e sociale, necessario, anzi indispensabile per l’affermazione di un indirizzo antiliberista nel paese ed anche in europa.

Ma mentre in altri paesi, vedi la Grecia con il dimenticato Tzipras, in Spagna e in Portogallo, qualcosa comincia a muoversi in questa direzione, in Italia restiamo assai lontani non solo dagli obbiettivi, ma persino dalla organizzazione di una forza realmente antagonista ed alternativa al sistema di potere che si è andato delineando.

L’occasione dei referendum potrebbe rappresentare un punto di attacco fondamentale e, in qualche modo, risolutivo.

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