Balthus

Balthus non è propriamente tra i miei autori  favoriti, lo dico subito. Tuttavia è una figura sicuramente rappresentativa del nostro secolo (il mio, intendo, il secolo scorso), e quindi, approfittando della pausa derivante dalla chiusura del lunedì dei musei romani, sono andato a visitare l’ampia retrospettiva a lui dedicata.

La retrospettiva è allestita alle Scuderie del Quirinale, con dovizia di opere (quasi duecento tra quadri, disegni, schizzi). A Villa Medici una esposizione che, attraverso le opere realizzate durante il suo lungo, proficuo ed importante soggiorno romano, mette in luce proprio il metodo e il processo creativo delle opere. Non ho visitato questa seconda esposizione e mi sono limitato (si fa per dire, vista l’ampia rassegna), alla visita della mostra alle Scuderie del Quirinale.

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Come ho scritto in altre occasioni ragionando su simili argomenti non sono un critico d’arte e quindi mi limito ad esporre le mie riflessioni e le mie impressioni. Non aspettatevi dunque, valutazioni sconvolgenti o imprevedibili rivelazioni. Solo riflessioni di un modesto osservatore.

Una piccola digressione. Non so se dipenda da me, ma ho avuto modo di visitare varie mostre presso le Scuderie del Quirinale, ed ogni volta la mia impressione è che l’illuminazione non sia soddisfacente. L’ho notato alla mostra sul Caravaggio e a quella su Frida Kahlo; anche questa volta devo annotare una analoga impressione.

Veniamo al merito. Balthus, nome d’arte di un aristocratico figlio di genitori dai cognomi impronunciabili (almeno per quanto mi riguarda), è un artista la cui opera si è dipanata durante tutto il corso del ‘900, non senza suscitare polemiche (una per tutte l’accusa di pedofilia), ma sostanzialmente di costante successo e di continuativa affermazione.

Dire che Balthus è una figura complessa, è, a dir poco, una banalità. Io lo leggo come un aristocratico, laddove tale aggettivo non è riferito semplicemente ai suoi natali (che erano manifestamente nobiliari), bensì a sottolineare un aspetto della sua cultura e, quindi, della sua pittura, che lo lega a personaggi, luoghi e forme artistiche anche diverse della sua epoca.

C’è una indubbia prospettiva nei suoi quadri che gli deriva direttamente dagli studi classici e dalla estrema simpatia verso autori aulici della pittura italiana: non si fa troppa fatica, né bisogna leggere il catalogo per ritrovare chiari e precisi riferimenti ad autori illustri come Piero della Francesca, Antonello da Messina, grandemente stimati ed apprezzati da Balthus.

Ma sono anche facilmente rintracciabili, nelle sue opere, chiari rimandi al post impressionismo e, ancor più netti ed evidenti, alla metafisica, seppur vissuta ed interpretata in modo personale ed assai originale. In questo senso testimonia anche la presenza ad una mostra di qualche tempo fa (della quale purtroppo ho solo letto) a Palazzo Strozzi su De Chirico (dove era esposta l’opera “La strada”, presente in due versioni nella mostra attuale alle Scuderie del Quirinale).

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I quadri di Balthus sono frutto di una pittura attenta, mai frettolosa, anzi faticosamente realizzata e lungamente ricercata, impegnando tempi anche lunghi per completare una singola composizione; ripropongono luoghi, posti, stanze, pose e persino tappezzerie che vengono riprodotte in un modo che potrebbe sembrare addirittura pedante.

C’è poi il sogno, la componente onirica (ma anche bizzarra, a mio modo di vedere); essa parte dalle regioni della fantasia fanciullesca (i rimandi ad Alice nel paese delle meraviglie e ad Alice oltre lo specchio sono numerose e facilmente rintracciabili), e sembrano scomporsi e ricomporsi in tratti originali e nuovi nei dipinti di Balthus. né si può non prendere in considerazione che quei tratti, quei ricordi, quelle reminiscenze, servono ancora all’artista nell’attraversare altre stagioni, come quelle caratterizzate dal profondo coinvolgimento che all’autore derivano dalla lettura e dai disegni di Cime Tempestose e, ancora di più dal suo lavoro per I Cenci dell’amico e sodale Artaud.

Tuttavia una parte della pittura fantasiosa di Balthus non è riducibile ad una interpretazione che passa attraverso la letteratura fantastica, perché, in alcuni casi, sembra vivere totalmente di vita propria e di conchiudersi all’interno dell’opera stessa, senza altri rimandi o riferimenti (vedi per esempio “Il gatto del Mediterranee”).

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C’è poi la componente sessuale, erotica, ampiamente presente nell’arte e nella mostra, ma anche nella vita di Malthus, così estese, ampie e coinvolgenti, da arrivare alle (a mio parere) assurde accuse di di pedofilia cui si accennava prima.

La mia impressione (ripeto che sono un approfondito conoscitore, ma un semplice osservatore), invece, è che l’elemento del sesso, ripetutamente descritto in quel momento di difficile e subitaneo passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza e (poi) alla maturità, sia vissuto da Balthus in modo assolutamente naturale. Certamente con tutta la carica di contraddizioni, di ambiguità, che segna il difficile passaggio dall’una all’altra fase; e anche con tutta la carica di inconsapevole erotismo del fanciullo, della giovinetta che trapassa dalla precedente condizione di inconsapevole atteggiamento, a quella successiva di consapevole provocazione.

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L’attenzione dell’artista (forse eccessiva) è dedicata proprio al passaggio, all’attimo del passaggio da una sensualità appena intuita a quello di una sessualità matura (vedi per esempio “I bambini Blanchard”). Quest’ultima non è già più materia dell’indagine artistica perché già matura e quindi priva di tutti quegli elementi di incertezza profonda, di innocenza, conturbante perché inconsapevole, che contraddistingue proprio il momento del passaggio dall’uno all’altro stato dell’animo (ed anche del corpo e delle sue pulsioni profonde).

E chi, riandando con la memoria alla propria giovinezza, o a successive riflessioni mature, non ha vissuto o guardato con grande piacere ed apprensione a quel momento della propria vita e della propria personale esperienza, provando quelle emozioni che i quadri di Malthus infondono nello sguardo di un osservatore attento ?

Credo che sia, o sia stato, per ciascuna persona fornita di strumenti di introspezione sinceri e di serena osservazione dei propri stati dell’animo, un naturale, non tragico, ma sicuramente importante passaggio, una indimenticabile esperienza, un significativo momento.

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Laddove la malizia è tutta nel gatto, l’animale costantemente rappresentato da Malthus in tanti dei suoi quadri, anzi la sua autorappresentazione (vedi “Il re dei Gatti”). Un gatto sempre presente, ma che non può spiegare, raccontare, descrivere né ai personaggi del quadro, né, tantomeno, allo spettatore curioso che vorrebbe conoscere i particolari, le ragioni, le premesse di quell’istante che legge sulla tela, come vorrebbe pure conoscere le conseguenze di quanto vede. Solo il gatto, aristocratica immagine dello stesso autore, sa, conosce, ma non racconterà mai.

Allora, se c’è peccato, se c’è malizia, questa risiede solo ed unicamente in chi guarda la tela, in chi osserva la scena ed osa rappresentarla nella sua mente con le distorsioni mentali di un immaginario colpevole, di un racconto osceno, di una azione perversa che non è nel quadro, ma tutto nella propria, individuale e colpevole interpretazione dell’immagine, della scena riprodotta, del fotogramma visibile.

Ho concluso. Spero di essere riuscito a dare l’idea che mi sono fatto di questa mostra e, soprattutto, delle mie valutazioni sull’arte di Balthus, dopo aver visto questa imperdibile collezione di opere portate in esposizione in Italia.

Credo che, indipendentemente dal giudizio che ognuno può avere di questo autore, resti comunque una occasione assai importante e una visita da non mancare. La mostra è aperta fino al 31 gennaio.

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