Per la Pace !

E, finalmente, abbiamo marciato.

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Partendo dalla sede della Comunità Emmaus fino all’ingresso del campo di Amendola, sulla Foggia- Manfredonia, il campo di aviazione in cui alloggiano e da cui vengono diretti i famigerati droni del 28° gruppo “Streghe” del 32° Stormo dell’Aeronautica Militare, per l’utilizzo dei quali sono stati avviati “lavori di potenziamento e adattamento al volo notturno (…), che renderanno Amendola uno dei più importanti aeroporti militari italiani”. (il Manifesto, venerdì 6 novembre).

Undici chilometri buoni di strada che abbiamo percorso ad un passo sostenuto nel corso di una splendente mattinata di primavera, all’immediata vigilia dell’equinozio, il 20 del mese di marzo di questo 2016.

Il clima ci ha regalato una splendida parentesi tra le piovose giornate che ci hanno precedute e le giornate prossime che, secondo le previsioni, si preannunciano come altrettanto piovose e assai poco primaverili.

Finalmente abbiamo marciato.

Già solo il fatto di aver realizzato questa marcia è un risultato altamente positivo.

Molti dubbi ed incertezze si erano accumulate. L’opportunità di fare la marcia, in un contesto nel quale i temi della pace, della solidarietà, dell’accoglienza, vengono vergognosamente costretti dentro le ganasce inesorabili della paura, della diffidenza verso il diverso, dal timore dell’invasione delle orde dei migranti nei confronti dei quali vengono, oggi, nella “civile” europa, erette inesorabili ed insormontabili barriere di filo spinato, di polizia, di uomini in armi.

Un clima nel quale la tragica insipienza degli uomini (gli uomini dell’occidente, ricco ed evoluto), ha avuto la capacità di decidere di sostenere, con prebende e laute sovvenzioni, regimi autoritari (se non addirittura dittatoriali), pur di non vedere arrivare sui propri territori, bande di uomini, donne e bambini laceri, affamati, infreddoliti, impauriti, che cercano disperatamente di fuggire dalle guerre e dalle condizioni di fame da cui quegli stessi uomini (sempre gli uomini dell’occidente ricco ed evoluto), li hanno costretti a fuggire per la salvezza propria e delle loro famiglie.

Una opinione pubblica artatamente manipolata da giornalisti asserviti al potere dominante, i quali (giornalisti e poteri dominanti) giocano con i sentimenti, costruiscono artificiosi giochi dialettici che di volta in volta oscillano dalla falsa commozione verso le immagini di poveri bambini affogati, alla indignata reprimenda di violente aggressioni perpetrate da uomini ridotti alla indigenza tra il fango e la pioggia dei diversi “campi” sparsi da Idomeni fino a Calais.

Insomma un contesto non proprio favorevole.

Poi, la ricerca di una data utile e convincente per tutti, ricerca che ha determinato un primo rinvio dalla iniziale ipotesi del primo di gennaio, ad una successiva, per l’individuazione della quale si è sprecato inutilmente tempo, contatti, discussioni, incontri, confronti che si sono prolungati in forme che oserei definire defaticanti e persino (in alcuni casi) deprimenti.

La testarda determinazione di Mimmo (Guglielmo) di Gioia, e la serena ostinazione di Antonio Scoppelliti, hanno determinato che questa marcia avesse luogo.

Proclamata ed organizzata sugli stessi temi e sugli stessi obbiettivi della giornata per la pace e contro la guerra indetta in occasione del 12 marzo, seppure svoltasi ad una settimana di distanza, nella giornata che la chiesa cattolica dedica “alle palme”.

E, finalmente, abbiamo marciato.

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Un centinaio di persone tra quelle presenti all’avvio della manifestazione, quelle che hanno effettivamente “macinato” gli undici, lunghi chilometri dalla partenza al luogo di arrivo, e quelli che ci hanno raggiunto al punto d’incontro finale, all’ingresso della base dell’Areonautica Militare.

Lo striscione dell’Ambasciata di Pace, che avrebbe dovuto rappresentare la Provincia di Foggia, la quale si era costituita (a suo tempo), proprio come Ambasciata di Pace e che, attualmente, nicchia rispetto alle proprie funzioni, tentennando persino sulla disponibilità di utilizzare una propria stanza per le riunioni delle associazioni che ne fanno parte. Le tante associazioni presenti (Arci, Lega Ambiente, Donne in Rete, Merlettaie, Flai Cgil, Emmaus, Solidaunia, Stop Ttip, No Triv), a volte testimoniate da singole presenze individuali, ma significative ed importanti; il gruppetto solidale di Cicloamici; il gruppo dei giovani di Amnesty, la rappresentanza significativa di Casa Sankara; la presenza di Antonietta Colasanto (Consigliera per la Parità); ma soprattutto la determinata partecipazione di quel centinaio di persone che hanno percorso gli undici chilometri di marcia, sono riusciti a testimoniare una volontà che, seppure ridotta, schiacciata, delimitata, contenuta, persino repressa, ha voluto, con convinzione, esprimere la propria volontà per la pace, contro i venti di guerra che imperversano.

A me pare un grande successo.

Perché quel centinaio di persone non hanno rappresentato solo se stessi, ma un sentimento diffuso, oggi represso artatamente da logiche aberranti che tentano, in maniera assai strumentale, di giustificare iniziative aggressive, guerrafondaie, e persino criminali, dietro le logiche perverse delle strategie “sicuritarie”, della difesa dei “valori dell’occidente”, della difesa delle frontiere, della sicurezza dalle “invasioni”.

Ma è proprio così che naufragano, insieme ai barconi dei migranti che solcano il mediterraneo (dalla Libia verso l’Italia, o dalla Turchia verso la Grecia), quegli stessi “valori” che l’occidente proclama a gran voce, ma che è poi incapace di “esportare” nella realtà, anzi di applicare negli stessi territori dell’Unione.

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Ha scritto Bruno Amoroso: “Ora l’incanto si è rotto, cioè non esiste più. L’Europa di Barcellona (1995) è tornata a essere ufficialmente quel coacervo di paesi militarmente e economicamente imperialisti, in concorrenza perenne tra loro, e le raffinatezze culturali non hanno più attrazione né tra i propri cittadini né tra gli altri. La guerra e la povertà che l’Europa ha esportato nel mondo da almeno due secoli gli sono tornate in casa e i suoi lamenti ipocriti e i suoi veri dolori non fanno più impressione a nessuno.”(http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2015/12/11/46351-la-catastrofe-che-resta-dopo-due-secoli-di-dominio-europeo/).

Le mine antiuomo non le produce l’Isis, ma l’occidente civilizzato; i droni non sono nelle mani dei paesi arabi sconquassati da una guerra che dura da ormai cinque anni, né dalle tribù libiche in lotta tra loro, ma dalle “civili” potenze occidentali.

Dunque a chi la responsabilità del prolungarsi di queste guerre, dei drammi economici e sociali che coinvolgono, disarmano ed annientano la vita di milioni di donne, di uomini, di bambini ?

E in questo scenario di chi è la responsabilità del prolungarsi di questa agonia, di questa logica scellerata, di questa o di queste guerre sanguinose e sostanzialmente inutili, se non nella logica di dominio e di supremazia delle grandi lobbies che detengono le leve degli “affari” nel campo delle risorse energetiche, del petrolio e delle armi ?

Prima Camerun in Inghilterra, poi Obama, hanno affermato “di essere stati coinvolti”, non consapevoli, o non del tutto convinti, in giochi e in partite gestite da interessi e volontà a loro estranee.

Noi cento, noi pugno di uomini e donne di Foggia, oggi, abbiamo dimostrato in pieno la nostra consapevolezza e la nostra volontà. Per la pace, contro la guerra.

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