Non è una sconfitta

Pochi. Incredibilmente pochi. Nell’Assemblea del 14 febbraio a Roma, durante l’incontro che ha dato avvio alla campagna referendaria, non eravamo più di un centinaio di persone, provenienti da diverse parti d’Italia. Per molti è stata la prima occasione di incontro e di conoscenza, alla vigilia di una campagna elettorale breve ed assai intensa. Nei territori non è stato facile riuscire ad incontrarsi e ad assumere decisioni unitarie e neppure univoche; taluni hanno millantato crediti inesistenti e adesioni che, alla prova dei fatti, si dimostravano costantemente inesistenti.

Disorganizzati. Eravamo totalmente privi di una struttura coordinata di aggregazione e di organizzazione. Circoli e movimenti che fino a quel momento avevano lavorato in contesti territoriali ridotti e comunque circoscritti, sono stati chiamati a misurarsi con adempimenti e scadenze di carattere nazionale che avrebbero fatto preoccupare strutture organizzate di partito di ben altri tempi. Complicato è stato mettere insieme pezzi di organizzazione diversi e diversamente articolati sul territorio; coniugare aspirazioni, caratteristiche e caratteri assai diversi gli uni dagli altri, abbiamo dovuto persino cercare di superare antipatie personali e, a volte, squallidi interessi di bottega.

1453370109_Schermata-2016-01-21-alle-10.54.51-600x269

Totalmente privi di mezzi di comunicazione. Anzi, da questo punto di vista, oggetto di discredito, di attacchi, di totale disinformazione da parte di tutti i network dell’informazione sia privata che “pubblica”. Con un “corpo giornalistico” (sic !), che dal primo all’ultimo giorno ha fatto di tutto per non informare, disinformare, fornire elementi sbagliati e fuorvianti al pubblico televisivo. Pennivendoli, non giornalisti, servili nei confronti del potere, capaci di mistificare la realtà fino all’incredibile. Ho espresso più volte la mia valutazione sul livello del giornalismo e dei giornalisti nel nostro paese, in questa occasione si sono dimostrati ancora più servili ed ignoranti del solito. Le eccezioni (assai rare) non annullano il giudizio generale.

Il tempo. Pochissimo. Pressati dalla ottusa, pervicace e strumentale volontà del governo ad eliminare ogni pur minima possibilità di confronto, con una convocazione delle urne ridotta a tempi strettissimi, abbiamo dovuto lavorare in salita per realizzare dibattiti, incontri, discussioni, comizi, raduni, volantinaggi, manifestazioni. I nostri avversari, forniti di ben altri mezzi, foraggiati dagli interessi delle grandi lobbies petrolifere e conniventi con pezzi consistenti del potere politico, hanno diffuso informazione artefatte e fuorvianti, letture e tesi al di fuori della realtà.

Privi di mezzi economici. Quasi tutta la campagna si è dovuta basare sull’autofinanziamento ed ha gravato essenzialmente sulle spalle (e sulle tasche), dei volontari che si sono autotassati e hanno prodotto materiali, volantini, manifesti o hanno messo la benzina a proprie spese, con le proprie auto e hanno percorso migliaia di chilometri durante questa campagna elettorale. Il ruolo delle regioni promotrici dei referendum è stato in generale di basso profilo e della loro partecipazione economica hanno beneficiato solo ristretti e ben limitati gruppi di associazioni e/o di persone.

Rispetto a tutto questo il risultato del 17 aprile è semplicemente straordinario.

Siamo riusciti a portare alle urne oltre quindici milioni di cittadini.

Abbiamo saputo riportare l’attenzione del paese sui temi dell’ambiente, del mare, della salute, del territorio.

944898_10209424806040992_4343494053340365536_n

Abbiamo messo in evidenza il nesso stringente che esiste tra apparati dello stato, compreso personaggi della stessa compagine governativa, con pezzi significativi dell’apparato industriale e dei grandi gruppi monopolistici.

Siamo riusciti a rendere evidente che una alternativa ad una economia fondata sugli idrocarburi è non solo possibile, ma anche necessaria, se vogliamo restituire alle prossime generazioni la speranza di un mondo diverso e migliore, di un ambiente che non sia totalmente deteriorato dall’inquinamento, dai danni che esso provoca sul territorio, sulle popolazioni e sulle attività produttive che vi si svolgono.

Abbiamo dimostrato in maniera palmare la contraddizione di un governo che sottoscrive i recenti accordi di Parigi (Cop 21), e al contempo persegue scelte concrete, attraverso modifiche legislative e codicilli inseriti artatamente nelle diverse leggi dello stato (vedi legge di stabilità), con le quali si perseguono obbiettivi sostanzialmente diversi, mutuati dalla esigenza (o dalla necessità ?) di rispondere alle richieste dei grandi gruppi petroliferi, o addirittura di garantire favori a soggetti interessati a tali pratiche.

Al di là dell’auspicio che su tali questioni facciano piena luce le indagini in corso da parte della magistratura, la contraddizione appare stridente: mentre l’Olanda decide che nel 2025 farà a meno di forza motrice derivante da energie fossili, mentre la Francia dichiara di non voler realizzare piattaforme nel Mediterraneo, mentre la Croazia decide una moratoria sulla realizzazione delle stesse in Adriatico, l’Italia prosegue in una logica e in scelte dissennate ed opposte a queste strategie.

Così, mentre nei documenti sottoscritti il nostro paese si impegna, con tutti gli altri paesi del mondo, a contenere il riscaldamento globale entro i due gradi (meglio se 1,5 dice il documento conclusivo di Parigi), diamo il nostro contributo ad aumentare, già solo per quest’anno, la temperatura media del pianeta di 0,5 gradi.

Abbiamo contestato le fandonie a vario titolo messe in giro, relative al fatto che in caso di vittoria del referendum si sarebbero persi migliaia di posti di lavoro, che le piattaforme non inquinano, tanto che si coltivano anche le cozze, ed altre amenità del genere.

La più vergognosa di tutte, in ogni caso, è stato l’appello all’astensione dal voto, una parola d’ordine degna del più becero oscurantismo (tra i precedenti Berlusconi ed alcuni porporati), fatta propria dal presidente del consiglio e da un ex capo di stato che avrebbe fatto meglio a tacere.

Di tutto questo e di altro ancora abbiamo parlato negli incontri, nelle assemblee e nelle riunioni che abbiamo tenuto durante queste settimane, raccogliendo consensi e simpatie da una platea assai variegata di persone e, soprattutto (lo dico con grande gioia), di giovani.

Non siamo riusciti a raggiungere il quorum in questa impari battaglia, durante la quale ci hanno sparato addosso con l’artiglieria pesante, mentre noi eravamo armati solo della nostra intelligenza e della buona volontà.

Ma, l’abbiamo detto durante tutti i nostri incontri, il 17 aprile è una tappa, è stata una tappa della nostra capacità di suscitare, sviluppare e far crescere una vertenzialità diffusa, a difesa dell’ambiente, della salute, dei cittadini e della democrazia.

Già negli scorsi giorni alcuni territori hanno cominciato ad organizzarsi per proseguire questa iniziativa e questa lotta, su come proseguire le azioni di contrasto alla trivellazione del mare e dei territori (compresa larga parte della provincia di Foggia), su come combattere le numerose richieste di concessioni, su come sviluppare una iniziativa adeguata alla progettazione e alla pianificazione di una transizione energetica fondata su energie rinnovabili.

Il grande consenso registrato al referendum, la partecipazione di miglia di persone alle iniziative che lo hanno preceduto, non deve essere disperso, ma va organizzato e sviluppato intorno a questi obbiettivi.

La prima occasione sarà la mobilitazione nazionale del 7 maggio, a Roma, contro il TTIP, il Trattato Transatlantico che rischia di sconvolgere le nostre vite e soprattutto quelle delle generazioni future, in nome di quel libero mercato che altro non è che la libertà dei petrolieri, delle multinazionali, delle lobby finanziarie che intendono schiacciare i diritti dei cittadini e delle comunità.

946754_470275553178341_7725854816335463088_n
No, non è una sconfitta; è l’inizio di una nuova battaglia.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in racconto. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Non è una sconfitta

  1. malosmannaja ha detto:

    se non sbaglio ero già passato di qua alcuni mesi fa per elogiare le tue capacità di analisi e di “mobilitazione sociale”. anche stavolta mi sento in dovere di condividere quanto affermi in questo post. siamo andati a votare in oltre venti milioni ed hai ragione a dire che il risultato è incredibile visti gli scarsi mezzi di comunicazione e di finanziamento su cui poteva fare affidamento la campagna referendaria. d’altro canto, però, mi sembra ormai più che evidente che usare il referendum come arma contro il sistema di potere economico-finanziario ordoliberista equivale ad andare a combattere con la pistola ad acqua. quindi bene la mobilitazione di piazza, bene il non darsi per vinti, ma se non c’è un soggetto politico forte che si faccia carico di portare avanti un progetto *democratico* (la democrazia, in Europa e nel mondo è morta), l’unica speranza che ci resta è il colpo di fortuna tipo Davide contro Golia…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...