“Allonsanfan”

Il film è del 1974.

Io l’ho visto uno o due anni dopo, nel corso di uno di quei cineforum che all’epoca andavano per la maggiore e ai quali seguivano lunghi e spossanti dibattiti (una trama ragionata è pubblicata alla fine del presente scritto; per un’ampia e completa disamina critica del film: http://www.filmtv.it/film/15836/allonsanfan/recensioni/528501/#rfr:none).

Ricordavo poco del film, che ho rivisto in questi giorni a distanza di oltre quarant’anni.

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Ricordo, però, perfettamente che durante la proiezione mi commossi più volte.

Non era abituale per me commuovermi a quei tempi. Giovane, impegnato politicamente, forgiato alla scuola della militanza di piazza (seppure in una città posta alla periferia dell’impero), non avevo certo tempo per la commozione. Più in generale credo che la commozione sia un sentimento che prende e coinvolge maggiormente le persone anziane o, comunque, un po’ più in avanti negli anni.

I giovani, credo, oltre a nutrire (forse inconsapevolmente) sentimenti di disprezzo per la commozione, tendono a “rinviarla” nel tempo, ad un tempo futuro, il più lontano possibile dalle passioni giovanili; a quando, cioè, il cumulo delle passioni scema e il peso degli anni indulge ad un comportamento e ad un atteggiamento caratterizzato dal ripiegamento su se stessi, dal ripensamento critico degli accadimenti del passato e, a volte, dal cauto rimpianto per ciò che si sarebbe voluto fare e non si è fatto nel corso della propria vita, alle soglie del momento in cui si avvicina il tempo di abbandonare questo mondo.

Così privo o disabituato a quel sentimento, ricordo perfettamente che rimasi stupito dalla mia reazione alla visione di quel film.

L’averlo rivisto mi ha portato a riflettere sui motivi e sulle ragioni di ciò.

Scrive il Merenghetti (che attribuisce due asterischi al film): “(…) Non giovano alla coerenza del film certi elementi parodistici e una lettura più esistenziale che storica della politica.” (Il Mereghetti, Dizionario dei film 2008, Baldini Castaldi Dalai editore, Milano 2007, pag.100).

Ma forse è proprio questo l’elemento scatenante che, all’epoca, generò in me quel sentimento di commozione. Una visione, comune a grande parte della mia generazione, esistenziale della politica e della militanza; una visione che ci condusse, al di là della conoscenza dei testi sacri della critica e dell’analisi politica ed economica della società, dell’economia, della politica e del potere, a vivere così intensamente, e a volte anche drammaticamente la nostra esistenza nel corso di quegli anni convulsi della nostra storia nazionale.

Anni duri, anni bui, vissuti tra le stragi fasciste, le manifestazioni di protesta, grandi sommovimenti che attraversavano la società, la politica e la cultura, cortei di protesta, manifestazioni, scontri con la polizia e tra avverse fazioni. Anni duri, durante i quali l’attività politica era contrappuntista da aggressioni, omicidi, violenze anche individuali. Anni durante i quali si girava in gruppo, mai isolati, la sera non si rientrava a casa da soli, nelle tasche o nella borsa un qualsiasi strumento di autodifesa. Anni durante i quali la sicurezza e l’incolumità personale erano messi a dura prova. Io personalmente ero al secondo o terzo posto di una lista di dieci persone segnate a vista, in un elenco affisso alla porta della locale sezione di Ordine Nuovo.

In quegli anni la componente emotiva era forte, ed eravamo quotidianamente combattuti nell’inestricabile groviglio delle nostre pulsioni; tra l’immanente spinta a risolvere in concreto le contraddizioni che vivevamo nel reale, le tante sollecitazioni di un ritorno a casa (con le tranquille aspettative di una serena vita borghese), la tentazione di andare oltre e magari perdersi in quel vuoto intricato della lotta armata.

Noi soprattutto, come tanti Metelli, cercavamo una difficile composizione tra la lettura e lo studio dei Grundrisse, la opportunità di misurarci su una strategia di cambiamento possibile e l’anelito ad un ribaltamento totale dello stato di cose in cui vivevamo. Una contraddizione multipla dalla quale sarebbe stato impossibile uscire. Anzi, che ha provocato lacerazioni profonde non solo all’interno e tra le diverse strategie politiche, ma che ha segnato individualmente e personalmente tanti di quella generazione.

In qualche modo quel film costituiva una premonizione, oppure una rappresentazione oniricamente anticipatrice di quei tanti drammi, individuali e collettivi. Forse è proprio per questo che mi coinvolse, ancora inconsapevole delle attuali derive collettive, in quel modo conturbante.

E poi la scena finale, e quelle stupende, meravigliose musiche di quella sorta di tarantella tribale….. (https://www.youtube.com/watch?v=yCF5y7Q1m0A).

__________

“1816. Nell’Europa della Restaurazione, il prigioniero politico Fulvio Imbriani – aristocratico, ex giacobino ed ex ufficiale napoleonico – viene scarcerato e fa ritorno alla proprietà di famiglia. I suoi vecchi compagni di lotta fanno di tutto per coinvolgerlo di nuovo in attività rivoluzionarie. Lui li segue benché riluttante, fino a farsi travolgere in una rovinosa spedizione al sud.
Autentico antieroe, totalmente disilluso, Fulvio Imbriani vede ormai negli ideali rivoluzionari soltanto delle velleità anacronistiche e fallimentari. La Restaurazione seguita al Congresso di Vienna (1814-1815) aveva cercato in tutti i modi di fingere che la Rivoluzione francese e Napoleone non fossero mai esistiti. A questa Restaurazione su scala europea corrisponde quella privata del protagonista: tutto il suo antico fervore rivoluzionario evapora nelle rassicuranti comodità della sua dimora patrizia, ha un forte desiderio di tranquillità, benessere e pace, ed è proprio su questi desideri che la Restaurazione farà leva per imporre e perpetuare il proprio potere. Ne viene fuori un personaggio fortemente contraddittorio che esprime la propria schizofrenia nei confronti degli ideali che avevano acceso la fine del Settecento, tradendoli e riabbracciandoli in modo delirante. Fulvio Imbriani non fa che ribadire il desiderio di un altrove, accomiatandosi più di una volta dai suoi compagni; ma gli addii non sono mai definitivi e riaprono ancora nuove possibilità. Egli è un uomo stanco, apatico e disincantato, ma è anche un seduttore col suo stuolo di amanti statuarie e voluttuose, pronte ad immolarsi per continuare la lotta al fianco dei rivoluzionari. Tra i fedeli agli ideali e i suicidi, Fulvio sceglie di essere un sognatore che non smette di inseguire l’America. Spesso colto in uno stato febbricitante e narcolettico di chi vuole essere altrove, rimuovere passato e presente senza prendere decisioni, egli si ostina a inseguire il miraggio di un qualcosa che non avviene, di un’utopia che non si realizza ma sconfina con la follia. Alla realtà troppo dura da accettare si sostituisce la sua chimera. Allonsanfan non è un film storico coi suoi squarci allucinatori; nell’ostinata esplosione bacchica del dirindindin dell’uva fogarina, del racconto del rospo all’indifeso Massimiliano, del carnevale visionario di seni e natiche giganti di cartapesta, nel fantasma di Lionello che rinviene dalle acque. I fratelli Taviani ripercorrono il passato per rintracciare le forme larvali germinate nel presente, per sondare i corsi e ricorsi della storia che restaura dopo aver scardinato un sistema: nell’Italia dei primi anni Settanta si era ormai consumato il fallimento di qualsiasi idea rivoluzionaria, e l’anelito di rivolta degli anni Sessanta si era stemperato in un ripiegamento “restauratorio” nel privato e nell’edonismo, oppure al contrario si era radicalizzato e fanatizzato nella lotta armata e nei crimini delle Brigate rosse (fanatismo adombrato, forse, nel personaggio di Allonsanfan, nel suo “idealismo” sinistro e delirante). “Nel momento di Allonsanfan sentivamo in noi e fuori di noi questa forza orrenda della restaurazione, di una restaurazione violenta che avveniva dopo gli anni Sessanta – non dico il ’68, dico gli anni Sessanta perché è più complesso e più giusto – e sentivamo che l’opera di restaurazione fatta dal potere non era solo del potere ma agiva anche su qualcosa che era nel profondo di noi”. Allonsanfan è proprio questo: un viaggio alla ricerca di “quanto c’è dentro di noi di restauratorio su cui può agire il potere” (Paolo Taviani)”.(http://www.mymovies.it/film/1974/allonsanfan/).

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