Catalunya: Lerida e Poblet

Siamo ormai alle ultime battute di questo lungo e interessante viaggio.

Siamo a Lerida, una città nuova e dinamica. Appena entrati in città, individuiamo subito la cittadella storica, la Zuda (che in arabo significa fortezza), arroccata su una collina, lievemente rialzata sulla pianura circostante.

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La storia di Lerida è antica. La sua fondazione risale agli iberici, fu poi conquistata dai romani (nei pressi Cesare sconfisse Pompeo) ed infine dagli arabi che la tennero fino a tutto il XII secolo. Di questi ultimi è opera la strutturazione di una rete di irrigazione vasta e ben organizzata, che costituisce la base di quella attuale moderna.

L’insediamento accentrato nella Cittadella risale all’epoca della “riconquista” cattolica e il fortilizio del castello ad epoca ancora più tarda (nella sua attuale struttura e dimensione).
Ma il luogo, a mio parere, più interessante è la chiesa, la Seu Vella, l’antica cattedrale. Restaurata e, come spesso ho visto da queste parti, in parte ricostruita, la chiesa presenta alcuni aspetti che la rendono alquanto singolare. Vi convivono, infatti, segni e stili diversi: dal romanico al gotico, con evidenti riferimenti anche all’arte araba.

Cominciando proprio dall’ingresso, la bellissima Porta degli Apostoli immette nel chiostro che qui è posto davanti alla chiesa e non lateralmente o posteriormente come accade nella maggior parte dei casi. E questo è tipico delle costruzioni paleocristiane (vedi per esempio la Basilica di San Clemente a Roma), nonché delle costruzioni arabe. D’altra parte il sito su cui sorge la chiesa, è lo stesso dell’antica moschea.

Nonostante ciò il chiostro è tipicamente gotico, con i grandi finestrino suddivisi in trifore dalle snelle, sottili ed alte colonnine, variamente ornate nel fregio superiore. E’ molto piacevole passeggiare in questo chiostro, guardare dalle sue aperture lo sconfinato panorama che ci circonda e, nonostante il caldo intenso della giornata, godere di un fresco venticello che arriva fin lì e ci ristora in maniera soddisfacente.

La chiesa, come in altre precedenti occasioni di questo viaggio ho già descritto, rappresenta plasticamente la fase di passaggio dal romanico al gotico. Possenti e squadrati i basamenti delle colonne che si concludono con archi a tutto tondo a dividere le navate, da lì scaturiscono quasi come sospese nel vuoto le agili colonne portanti del soffitto che si ricongiungono con il caratteristico arco acuto a completare le volte delle navate (di chiaro segno gotico).

Attirano la mia attenzione alcune cappelle interne. Tra queste la Cappella dell’Epifania, di una leggerezza e leggiadria unica: le colonnine gotiche si dipartono da sostegni che paiono d’aria e si ricongiungono elegantemente nella volta; le finestre di alabastro sottile acuiscono questa sensazione di leggerezza. Interessante la Cappella di San Tommaso, ma per un altro motivo: si vedono i resti di un affresco (gotico) con la Madonna, il bambinello e i santi e, immediatamente sottostanti, disegni di un chiaro stilema arabo.

Le porte di accesso alla chiesa sono anch’esse diverse tra loro: alcune di impianto tipicamente romanico, altre di disegno gotico.

Dopo aver ammirato questo gioiello, passano decisamente in secondo ordine alcuni altri monumenti della città nuova che pure percorriamo alla ricerca di un luogo dove cenare. Consumiamo alcune tapas in un locale sulla strada (poco soddisfacente) e facciamo ritorno al nostro albergo, centralissimo, comodo e pulito (Hotel Transit).

Il sonno ristoratore (anche se siamo proprio sulla stazione ferroviaria), ci prepara per le ultime tappe del nostro lungo viaggio: i Monasteri reali di Poblet e di Santa Creuz; ambedue monasteri cistercensi, adagiati sulle basse colline che intervallano la piana tra Saragozza e Barcellona.
Di fatti la loro storia, fama, valore e ricchezza dipesero, all’epoca, proprio dal fatto di trovarsi lungo la principale via di comunicazione tra queste due città che erano le capitali, rispettivamente, del Regno di Aragona e di quello di Catalogna.

Erano questi i due regni più importanti della Spagna, essendo il resto della penisola iberica in gran parte in mano agli arabi, o comunque governate da dinastie di minor peso politico, economico e militare.

Il Monastero di Poblet si annuncia con una lunga, ma non altissima, muraglia di difesa. Propriamente è la prima di tre ordini di muri difensivi che proteggono il Monastero. Questo è oggi ancora utilizzato dai frati e, se volete, potete anche pranzare con loro, con un simpatico abbinamento della visita al monastero e il pranzo con i monaci (chiedere alla biglietteria prima dell’ingresso).

Il nome completo è Monastero di Santa Maria de Poblet.

All’interno della cerchia muraria più ristretta (e più alta), accompagnata anche da torrioni di difesa, sorge il monastero propriamente detto, mentre, entro gli altri due ordini della cinta muraria venivano svolte le diverse attività tipiche di un monastero che accompagnava, secondo la regola benedettina, la preghiera alle diverse attività lavorative: lavorazione della terra, conservazione e trasformazione dei prodotti alimentari; nonché tutte le attività connesse al buon andamento di una numerosa comunità e alle sue diverse esigenze (stallieri, calzolai, tessitori, costruttori, muratori, ecc.).

In più, in questo caso, come in quello di Santa Creuz, qui ci troviamo di fronte a un monastero reale, dove cioè il re e la sua corta svolgevano anche alcune attività di carattere politico e di rappresentanza come ad esempio trattative ed incontri con ambasciatori stranieri. Pertanto era dotata anche di ambienti consoni a queste funzioni, nonché di locali capaci di accogliere i regnanti, la corte e la numerosa scorta.

Il complesso del monastero è grandioso. La chiesa risale al XII secolo, è gotica, a tre navate, molto bella, si diparte da un transetto che invece è tipicamente romanico. Spiccano, all’interno della chiesa, il retablo in alabastro e il cosiddetto “Panteò dels Reis: nel transetto sono allineati i sarcofagi di otto re e sei regine di Catalogna e di Aragona.

Molto grande il chiostro romano-gotico, che presenta una particolare caratteristica: il “templet”, una fontana (romanica) che serviva per le abluzioni dei monaci dopo le attività lavorative. Tutto intorno i diversi locali destinati alle varie attività dei monaci stessi e cioè il capitolo, il refettorio, la biblioteca, la sala riscaldata da utilizzare durante l’inverno, il parlatoio.

Al piano superiore il grande dormitorio comune destinato ai novizi, ad unica campata.

Complessivamente una struttura assai ricca ed interessante sia per gli aspetti architettonici che per quelli artistici, che per quelli storici.

Due curiosità aggiuntive.

Il nome Poblet deriva dal grande bosco di pioppi che esiste (ed ancor più esisteva) in zona; il monastero era (ed in parte lo è ancora), uno dei più importanti complessi monastici d’europa.

A pranzo ci fermiamo in un ristorante nei pressi del monastero (Masia Saguès), dove mangiamo molto bene in un grande spazio coperto, assai piacevole, tra gli alberi e i prati.

Poi proseguiamo la nostra strada avendo come meta l’altro monastero, quello di Santa Creuz, dove ci attende una gradita sorpresa.

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