Polonia: appunti di viaggio

Dire che ho visitato la Polonia è esagerato.

In modo più modesto e veritiero posso affermare di aver visitato Cracovia, Wroclaw (Breslavia) e alcune zone della Bassa Slesia.

Tuttavia, nonostante queste notevoli limitazioni “spaziali” (si potrebbe dire geografiche), credo di poter affermare di aver fatto un viaggio bello ed interessante, che mi ha permesso di conoscere luoghi nuovi, e soprattutto di aggiungere una parte significativa alle mie conoscenze di questo vasto, articolato ed estremamente diversificato territorio europeo.

Si tratta di un territorio (quello da me visitato), che ha conosciuto una evoluzione assai diversa da quello comune ai paesi della europa occidentale, sia perché totalmente al di fuori di quello che è stato l’imprimatur, significativo ed indelebile, impresso ai territori che facevano parte dell’impero romano; sia perché la storia, più o meno recente, li ha visti coinvolti in regole e meccanismi diversi da quelli che abbiamo conosciuto nella zona occidentale dell’europa.

Tutto ciò è leggibile, seppur diluito dagli infernali meccanismi della globalizzazione e dalla rapacità dei processi attraverso cui si diffondono gli stilemi del capitalismo finanziario dominante, nei monumenti, nelle strutture urbane, nelle dinamiche lungo cui si evolvono comportamenti, atteggiamenti, delle persone, degli abitanti dei cittadini di questi luoghi.

Ho potuto infatti osservare, oltre ai monumenti, ai palazzi, alle chiese, che testimoniano un notevole livello culturale ed economico raggiunto da queste zone in varie epoche (e su questo mi soffermerò in prossimi specifici scritti), anche una società dinamica ed in notevole fermento, in rapida crescita economica, non priva di limiti e di contraddizioni.

Le città, i territori, le zone da me visitate, sono ampiamente inserite all’interno di un circuito culturale e turistico di massa che le rende (nelle articolazioni, nei meccanismi, nei processi, nella composizione dell’offerta) del tutto simili ad altre zone dell’europa. Mi riferisco qui alla tipologia di offerta turistica, contrassegnata dalla presenza di grandi catene alberghiere (ibis ad esempio) e di marchi a carattere internazionale (McDonald per citare il più comune e conosciuto). Ma anche ai meccanismi di riproduzione e diffusione di ristoranti tradizionali che, appena affermatisi, si riproducono e diffondono sul territorio (rischiando di perdere l’originalità iniziale). Come pure alla miriade di agenzie che organizzano tour e giri turistici sia in città, che nei dintorni (i campi di Auschwitz anzitutto, ma anche le miniere di sale, o rinomate località montane), tralasciando in nicchie per pochi informati, e comunque di difficile realizzazione, tour più complessi come la visita ai “nidi d’aquila” (nel parco di Ojocow), o l’itinerario delle chiese di legno.

Al contempo, tuttavia, è facile notare come in alcune manifestazioni, la “esposizione” delle tradizioni non sia una “riscoperta” di qualcosa di antico andato in disuso per un certo periodo di tempo, quanto il prolungamento e il perpetuarsi (anche se solo nelle sue forme esteriori e mercificate) di abitudini e costumi che si sono protratti nel tempo. Le “rievocazioni” storiche sono da noi, nella stragrande maggioranza dei casi, proprio delle rievocazioni: i costumi, seppure di foggia antica, sono nuovi; si ricercano antiche tradizioni ed usanze, si riscoprono e si ripropongono (in diverse forme spettacolari), usi e tradizioni del passato. Al contrario, lì, quando ad una sfilata di qualsiasi genere (purtroppo sempre più spesso se ne vedono a carattere militare), si incontrano personaggi vestiti in modo tradizionale, risulta evidente, anche ad un osservatore disattento, che quegli abiti sono stati lungamente usati. In molti locali (ristoranti, persino) ho trovato ambienti che ricreavano luoghi antichi con mobili che non erano restaurati, ma che realisticamente potevano essere stati usati il giorno prima. Le carrozze con cavalli che si incontrano con la stessa frequenza delle auto elettriche per portare in giro i turisti (diventati ormai così pigri che sono incapaci di camminare e godere appieno di una piacevole passeggiata nei centri storici di una città), non sembrano opere di modernariato, ma comode e sicure carrozze appena uscite dalla bottega dell’artigiano che le ha costruite.

Provo a fare un altro tipo di esempio: il castello.

Per noi il castello è una costruzione del passato (in genere medievale) con delle torri e delle mura; nella maggior parte dei casi si tratta di costruzioni utilizzate storicamente per fini militari, economici, di controllo del territorio o altro. Sono costruzioni cadute in disuso a seguito di vari sconvolgimenti politici, sociali ed economici; in molti casi cadute in rovina e, solo più di recente, oggetto di restauri ed offerti, così, alla fruizione del pubblico e dei flussi turistici.

Lì il castello è altro. Una costruzione (prevalentemente tardo medievale), che è stata progressivamente riorganizzata, riadattata, ristrutturata, trasformata in palazzo, in residenza nobiliare (o reale). Al nucleo storico ed originario, sono stati progressivamente aggiunti dei pezzi, dei locali, degli ambienti ed è sopravvissuto nel corso del tempo, seppure adattandosi di volta in volta, e fino ai nostri giorni, alle nuove esigenze e ai nuovi bisogni.

Volendo riassumere, ed in estrema sintesi, attualizzare la mia esperienza, ho osservato dinamiche sociali, culturali ed economiche diverse da quelle cui noi siamo abituati nella parte occidentale dell’europa, seppure sussunte alle medesime logiche dettate dai meccanismi della globalizzazione.

Ho incontrato tantissimi giovani al lavoro nelle strutture turistiche e ricettive, nelle reception degli alberghi, ma anche come camerieri nei ristoranti, come organizzatori e guide dei gruppi turistici, alla guida delle macchine elettriche dei diversi tour urbani, ma anche come cuochi nei ristoranti e nelle strutture alberghiere.

I lavoratori più anziani li ho incontrato in attività più tradizionali: commercio, piccoli negozi, autisti di autobus, tram e taxi, addetti nei musei e nelle biglietterie, ristoratori, addetti alle pompe di benzina, commesse/i di negozi e supermercati.

In generale, però, l’impressione è stata quella di una società molto giovane, con tanti bambini piccoli, sguinzagliata a raccogliere i frutti di un boom economico che, temo, è essenzialmente eterodiretto e solo in parte si affida alle risorse del territorio e alle dinamiche virtuose che da esse possono scaturire.

Molte sono le società e le imprese attive in Polonia che sono sedi delocalizzate di grandi imprese tedesche o di multinazionali. Multinazionali sono i grandi centri commerciali che si allineano lungo le periferie delle città; multinazionali sono anche (come già accennato) catene di alberghi.

Devo aggiungere che ho letto molti cartelli con riferimenti all’utilizzo di fondi europei. In larga maggioranza quelli che ho visto riguardavano potenziamento ed ammodernamento delle diverse reti di trasporto pubblico, presumo, ma non ne sono a conoscenza, che ci sia un loro utilizzo anche relativamente all’ammodernamento della rete stradale ed autostradale che, per quello che ho visto, è abbastanza nuova.

Ho potuto vedere poco della struttura industriale che, per quanto ne so, è fortemente dipendente dall’estero ed in gran parte frutto di processi di delocalizzazione o di decentramento produttivo di imprese tedesche o di aree influenzate dalla sua economia (olanda, per esempio).

Per quel poco che ho potuto vedere di agricoltura, attraversando il territorio tra Cracovia e la Slesia, prevalgono attività monocolturali (mais e fieno in primis); orti e colture intensive relegate in spazi ristretti a ridosso dei tanti piccoli borghi e paesini che fanno da contrappunto al paesaggio di quel territorio.

Insomma una bella esperienza, un bel viaggio, del quale cercherò di darvi conto nel corso dei prossimi scritti che dedicherò a singoli luoghi e città, o a particolari esperienze (come ad esempio la cucina), augurandomi di fare per voi cosa gradita.

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