Italia Minore: Capua (1)

In questo scritto vi parlerò del viaggio, molto bello ed interessante, fatto in un recente fine settimana a Capua, Santa Maria Capua Vetere e S.Angelo in Formis.

Il titolo “Italia Minore” è chiaramente una provocazione, perché i luoghi visitati, i monumenti, le opere d’arte viste e conosciute, non hanno assolutamente niente di “minore” rispetto a luoghi, opere e monumenti di primario interesse nazionale. E’ solo che nel nostro paese (ma non solo), esiste una pratica diffusa che favorisce alcuni luoghi e alcuni circuiti turistici, dimenticando e tralasciandone altri, che sono altrettanto importanti ed interessanti; una pratica deleteria che, aggrumandosi intorno a circuiti ed itinerari assai ricchi e lucrosi, tralascia colpevolmente altre zone di questo nostro paese, zone e luoghi assai belli ed interessanti, che avrebbero proprio bisogno di un sostegno economico (ma anche sociale e culturale), molto maggiore.

Spero, con queste mie note, di suscitare l’interesse di altri, che, se non lo hanno ancora fatto, possano seguire questo stesso mio itinerario.

Inizierò da Santa Maria Capua Vetere. Era qui che sorgeva l’antica Capua, centro economico e commerciale di fondamentale importanza, come del resto l’intera Campania, in epoca romana. Qui correva la via Appia, realizzata da Appio Claudio nel 312 a.C., proprio per saldare strettamente ai destini della Roma repubblicana gli interessi economici, produttivi e commerciali di questa vasta area produttiva.

E gli interessi economici, culturali, politici e militari tra il lazio e la campania tennero a lungo, tanto che quest’ultima entrò con pieno diritto a far parte della Regio I, la grande area politico-amministrativa che si estendeva appunto, da Roma ad una gran parte della campania.

Da questo punto di vista l’Appia, la “regina viarum”, percorre qui il suo tratto più importante, prima di giungere ai porti del meridione dai quali si intrecciavano commerci e relazioni con la grecia e con l’oriente; la strada venne costantemente consolidata ed ampliata durante i lunghi secoli dell’impero romano; Traiano ne realizzò anche una diramazione (a partire da Benevento), che giungeva fino a Brindisi.

Per chi fosse interessato alle complesse vicende di questa strada, consiglio il libro “Appia”, di Paolo Rumiz (Feltrinelli, Milano, 2016). E’ il racconto, assai vivido e coinvolgente, di un “camminatore” che ne ha percorso a piedi la gran parte.

Il peso e l’importanza che Capua ebbe, lo si riconosce subito nei superbi resti dell’Anfiteatro, secondo per dimensioni e capienza solo al Colosseo di Roma. Anzi, si tratta dei resti del secondo Anfiteatro, che del primo, più piccolo, restano solo brevi ruderi, poco discosto dall’altro. Fu nel primo di questi che probabilmente combatté Spartaco prima della grande e famosa rivolta degli schiavi del 73 a.C.

Probabilmente fu in questi territori che ebbero origine i giochi gladiatori. Una “legenda” nel piccolo Museo dei Gladiatori, vicino all’Anfiteatro, racconta infatti che la nascita di questa pratica si può far ascendere al 264 a.C., in occasione dei funerali di Giunio Bruto Pera. Infatti, “poichè molti avevano mandato schiavi a sacrificare”, il nipote di questi appaiò gli schiavi affinché combattessero fino alla morte. Da qui ebbe origine la pratica dei “giochi”, che proseguì quasi ininterrottamente fino al VI secolo d.C.

Le rovine sono magnifiche e coinvolgenti, soprattutto di sera, quando gli ultimi raggi di sole colpiscono ciò che rimane delle antiche pietre. In verità della grandezza antica rimane poco, giacché le circonferenze esterne sono pressoché inesistenti, distrutte e riutilizzate come materiale di recupero per la costruzione di case, chiese ed altri svariati edifici.

Ciò che resta, le gradinate interne, l’ampio emiciclo, alcuni portali di accesso, i basamenti delle grandi colonne che sostenevano la costruzione, offrono comunque una idea ben precisa della grandiosità del luogo.

Scendendo poi nei sotterranei, dove belve, uomini e macchinari attendevano prima di essere utilizzati per i giochi, avrete una dimensione migliore della incredibile vastità del complesso: lunghi corridoi percorrono l’intera estensione dell’emiciclo, si incrociano tra loro, si allungano fino alle estremità dell’anfiteatro.

Notevole è anche che alcune delle antiche pietre pavimentali che incontrerete sul vostro percorso, riportano ancora il “bollo” dell’azienda che l’aveva prodotto. Infine i resti di una grande cisterna, segnalano il luogo in cui veniva raccolta l’acqua per le naumachie, oppure, polverizzandola e profumandola, per rinfrescare le persone sedute sugli spalti.

Nell’adiacente, piccolo, Museo dei Gladiatori, di notevole interesse sono i pannelli divisori che segnalavano gli scranni e i posti a sedere delle diverse famiglie e di coloro che frequentavano gli spalti dell’anfiteatro.

La visita a Santa Maria Capua Vetere, all’antica Capua, deve concludersi con altre due tappe: il Museo Archeologico dell’Antica Capua e il Mitreo.

Il Museo Archeologico è piccolo, ma assai interessante (potete parcheggiare nel cortile interno, cosa non di poco conto). Al suo interno reperti di varia provenienza che lasciano ben intendere il ruolo che ha avuto questa città nel corso della sua lunga storia: dall’età arcaica, al periodo etrusco, a quello sannitico fino a quello romano.

Infatti reperti, i manufatti, gli utensili, i vasi, le brocche, gli ornamenti, parlano tutti di una realtà che era al centro di traffici estesi che dal nord dell’Italia si proiettavano fino alla grecia e alle coste del mediterraneo orientale e viceversa. Una realtà economica estremamente dinamica che espandeva i suoi commerci in tutte le direzioni, uno snodo fondamentale per gli scambi tra il sud e il nord del mediterraneo. Insomma le testimonianze di una società ricca ed opulenta, fatta di imprenditori manifatturieri che prosperò nella produzione e nei traffici commerciali di ogni tipo e in luoghi anche lontani dalla proprio territorio.

Le testimonianze archeologiche (alcune delle quali non visibili se non dietro autorizzazioni e richieste scritte!), si estendono su spazi assai estesi e raccontano di un insediamento urbano di grandi dimensioni e di notevole valore ed importanza.

A ulteriore testimonianza di tutto ciò, nel Museo è esposta la statua del “Satiro in riposo”. Si tratta di una delle 113 copie dell’originale fatto da Prassitele. La presenza di questa statua conferma il ruolo, l’importanza, la raffinatezza, il livello culturale cui questo centro della “Campania felix”, era stato capace di assurgere durante la sua lunga storia.

Infine il Mitreo.

Di recente scoperta (1992) e grazie anche ad una purtroppo non comune sensibilità, il Mitreo è visitabile (dimenticavo di dire che tutti i luoghi che ho qui descritto sono visibili con unico biglietto cumulativo).

Si tratta di una opera veramente interessante e assai significativa. La sala di culto, ovviamente sotterranea, è quasi interamente affrescata, anche se la gran parte dei dipinti è irrimediabilmente deteriorata. La particolarità sta nel fatto, assai raro, che anche l’immagine di Mitra che uccide il toro è affrescata, contrariamente all’uso più comune che la vede scolpita (spesso su un’ara o un piccolo altare).

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Anche il soffitto è affrescato con stelle a sei punte che, probabilmente, brillavano alla luce delle torce.

(1 – continua)

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