Italia Minore: Capua (2)

Continuando nel racconto di questo viaggio nella zona dell’antica Capua, non bisogna dimenticare quanto visitabile nella nuova Capua, sorta nei pressi dell’antico insediamento.

Nell’anno 841, nel corso di una lotta per la successione al Ducato di Benevento, il principe Radelchi ingaggiò una banda di mercenari che distrussero l’antica Capua (l’odierna Santa Maria Capua Vetere). Dopo la distruzione, la popolazione fuoriuscita, si insediò in una ansa del vicino fiume Volturno, dove era precedentemente un porto fluviale romano. Nasceva così la “Nuova Capua” corrispondente oggi al comune della provincia di Caserta denominato appunto Capua.

Questa Capua Federico II utilizzò come elemento avanzato nel confronto strisciante con il papa e lo stato della chiesa, costruendo, fra l’altro, all’ingresso della città, sulla via proveniente da Roma due torri con un grande arco di trionfo “di mirabile fattura”.

Delle torri, poste a difesa di un ponte sul fiume, rimane oggi solo il possente basamento; dell’arco solo alcune statue, oggi conservate presso il Museo Provinciale Campano: un busto senza volto dell’imperatore, i busti di due suoi consiglieri (Pier delle Vigne e Taddeo da Sessa, a testimoniare l’importanza che costoro ebbero durante il regno federiciano), una testa figurante la giustizia.

Il Museo Provinciale Campano conserva molti altri reperti. Si compone di quattro sezioni (secondo la suddivisone proposta nel sito ufficiale): archeologia, quadreria, sculture e biblioteca. In realtà il museo è estremamente ricco di materiali archeologici, suppellettili, corredi, manufatti, ceramiche, vasi, monili, dipinti, sculture, monete, terrecotte ed oggetti di vario genere, alcuni dei quali assolutamente originali e decisamente unici nel loro genere, come cercherò di raccontarvi.

Preciso subito che il mio resoconto non sarà equanime, né bilanciato secondo l’importanza o il valore delle opere, bensì cercherò di raccontarvi ciò che mi ha più colpito, interessato e coinvolto nel corso di questa visita.

E quindi, oltre a sottolinearvi l’interesse per statue votive, le raccolte di monete, il lapidario (che conserva una quantità ingente di stele funerarie), voglio soffermarmi sulla collezione più singolare del museo: quella delle Madri (o Matres Matutae, come è definita nel museo).

Si tratta di una collezione unica, rara ed anche molto abbondante di statue di tufo che riproducono una donna seduta con uno o più bambini tra le braccia. Queste statue sono state ritrovate (superfluo qui riproporre le fasi contraddittorie ed altalenanti della individuazione, ricerca e recupero del materiale, in parte anche disperso a fini speculativi) in un unico sito, insieme a numerosi fregi architettonici e varie iscrizioni (in lingua osca).

Tutto ciò, indicava con chiarezza trattarsi del ritrovamento di un antico tempio dedicato alla maternità. Il ritrovamento di una unica statua diversa dalle precedenti avvalorò questa tesi. Fu trovata infatti una statua di dimensioni maggiori e che, invece di bambini, aveva nella mano destra un melograno e nella sinistra una colomba, simboli di fecondità e pace. La statua non poteva che rappresentare la dea tutelare del tempio, dedicato appunto, alla maternità.

La dea era la “Mater Matuta”, antica divinità italica dell’aurora e della nascita e le “madri” rappresentavano degli “ex voto”: offerte propiziatorie o anche espressione di un ringraziamento per la concessione della fecondità (questa la potrebbero anche raccontare all’attuale Ministro della Salute per la sua campagna sulla maternità). Le statue sono (così è scritto sul sito del museo), “la testimonianza più eloquente del culto con il quale gli antichi campani onoravano il mistero della vita considerando la maternità come un dono divino e avvolgendo di poetica spiritualità l’evento della nascita ritenendolo cosa sacra, come tutto ciò che di vitale esce dal seno della natura”.

Cronologicamente questa statuaria si colloca in un arco di tempo che va dal VI al II secolo a.C., ma alcuni esemplari, per la loro arcaicità e per la similitudine con altri reperti preistorici, sono sicuramente databili a periodi anche anteriori.

Insomma, vi assicuro, una raccolta assai ricca ed interessante.

Nel museo sono raccolti alcuni frammenti di mosaici, molto belli e delicati; fra questi spicca quello della “Schola Cantorum”, con un gruppo di cantori raggruppati e vestiti con tuniche uguali. Tnfine da citare, nella pinacoteca, un crocifisso ligneo del ‘300, un coevo affresco dell’Assunzione (riportato sulla parete ricostruita di un piccolo abside), e un polittico del ‘400.

Nella visita a Capua, oltre quanto raccontato, ci siamo soffermati a visitare il Duomo (ricostruito dopo i danni dell’ultimo conflitto) cui si accede attraversando un cortile porticato, sorretto da colonne di spoglio di antichi templi e costruzioni romane. Bello il campanile, tozzo e quadrato, ingentilito, su tutti i lati da tre ordini di bifore.

Ma voglio soprattutto raccontarvi, a conclusione di questo breve viaggio, della piccola Basilica di Sant’Angelo in Formis, un gioiello dell’arte medievale nel mezzogiorno d’Italia.

Sant’Angelo in Formis è una piccola frazione di Capua, famosa per questa bellissima basilica che sorge sul fianco del monte Tifata, in luogo, anzi è più preciso dire sovrapposta, ad un preesistente tempio dedicato a Diana Tifatina che era la principale divinità venerata nell’area campana.

Il santuario di Diana (costruito tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C.), era legato al mito della fondazione di Capua e, nell’antichità dedicato ad una divinità della natura selvaggia. In epoca romana era molto famoso, circondato da boschi e sorgenti naturali. In età repubblicana Silla volle rendere grazie alla dea, donando vasti possedimenti e terreni; ma ancora in età imperiale, prima Augusto e poi Vespasiano, confermarono le donazioni e le proprietà del tempio.

Caduto progressivamente in disuso, fu oggetto di recupero e di totale reinvenzione da parte degli abati di Montecassino, che edificarono la basilica e il vicino campanile utilizzando il materiale del tempio di Diana. Lo si nota con grande evidenza nel porticato con cinque arcate che anticipa l’ingresso alla chiesa: le arcate sono sorrette da quattro colonne diverse (due di marmo cipollino, e due di granito grigio) con capitelli corinzi non pertinenti e diversi tra loro, e sono sorrette da elementi architettonici diversi tra loro in funzione di basi.

Analoga evidenza si nota nella struttura del campanile, compositamente realizzata con materiali di reimpiego.

Ma ciò che rende assolutamente grandiosa questa piccola chiesa è l’incredibile ed affascinante ciclo di affreschi che ricopre per intero le pareli interne della chiesa, sia nella navata centrale che in quelle laterali, le absidi e la contraffacciata.

Gli affreschi, realizzati come la basilica tra il 1072 e il 1085, portano il segno dell’impronta bizantina, ma non mancano accorgimenti e caratteristiche di marcata impronta locale. Essi rappresentano un insieme unico con il chiaro obbiettivo di narrare ai fedeli quanto contenuto nelle Sacre Scritture. Oggetto di un lungo restauro, illustrano in modo vivido e didascalico i contenuti del Vecchio e del Nuovo Testamento. Nell’abside, sotto il Cristo benedicente e insieme agli arcangeli, è raffigurato l’abate Desiderio (che volle realizzare l’opera), il quale offre il modellino della chiesa.

E’ il ciclo di affreschi più completo e meglio conservato di tutta l’italia meridionale.

Un’opera di grande pregio, di grande valore e di grande importanza.

Faccio solo notare, amaramente, al termine di questo bellissimo viaggio, che lungo le tappe di questo giro, ci siamo incrociati solo con sparuti gruppi di turisti: alcune coppie, qualche famiglia, alcuni stranieri (francesi e tedeschi). Poche decine di persone in tutto, intenzionati ad ammirare, non senza difficoltà, queste gemme sparse del nostro patrimonio nazionale.

(2 – Fine)

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