Il Museo di Capodimonte

Parlare di questo magnifico edificio e dei tesori che esso conserva richiederebbe un volume e non un modesto scritto come quello che io mi accingo a fare.

Parlare, descrivere, o semplicemente elencare le opere in esso racchiuse, argomentare circa le origini e le successive fasi di arricchimento di questa preziosa raccolta, narrarne gli accadimenti, richiederebbe un lavoro di analisi e di ricerca superfluo (giacchè in molti lo hanno già fatto), e risulterebbe poco utile ad un qualsiasi lettore.

Pertanto ciò che cercherò di fare, sarà parlare di alcune opere che mi hanno particolarmente colpito tra le centinaia che ho visto, da Tiziano a Carracci, da Caravaggio a Guido Reni, da Masaccio a Botticelli.

Vorrei cominciare proprio dai Farnese, che poi è la famiglia che ha dato origine a questa fantastica collezione.

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Per la precisione dal quadro di “Paolo III con i nipoti Ottavio e Alessandro Farnese” di Tiziano, il quale riesce a rendere con mirabile arte non solo il tipo di relazioni esistenti tra i personaggi ritratti, ma anche la oggettiva tensione esistente tra gli stessi. In tutti i commenti che ho letto a proposito di questa tela, si conviene sul fatto che nella tela, Tiziano riesce ad esprimere con talentoso ingegno questo conflitto latente. Il papa, anziano, è seduto, ma con la mano stringe il pomolo del seggio su cui è assist, mentre con sguardo non troppo amorevole accoglie l’atto di sottomissione, non del tutto convinta, da parte di Ottavio.

L’altro nipote, Alessandro, appare alle spalle del vecchio pontefice, e sembra quasi dissociarsi dal confronto, ma la sua mano poggia, con forza, sulla spalliera del seggio pontificio, segno di un sicuro interesse per ambiziosi progetti.

Questa “malevolenza” di Tiziano verso la notoria e diffusa pratica del nepotismo, assai sviluppato alla corte dei Farnese e, più in generale, negli ambienti papali ed ecclesiastici, è, a mio parere, assai bene espressa. D’altra parte Tiziano è un “veneziano”, critico verso il papato ed in contrapposizione allo Stato pontificio; egli accetta di venire a Roma e a lavorare per il papa solo dietro la pressione dell’imperatore (ma anche perché gli erano stati promessi “favori” per il figlio, che, sembra, non si siano poi concretizzati).

Il che, a mio parere, la dice lunga sul rapporto tra arte e politica.

La seconda opera su cui vorrei soffermare la mia attenzione è la “Crocifissione” di Masaccio. E’ un’opera su tavola, che faceva parte di un polittico, successivamente smembrato e disperso. Alcune delle parti che facevano parte del polittico si trovano sparse in vari musei europei ed americani.

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Questa opera mi piace molto soprattutto per il suo carattere sperimentale. Infatti Masaccio tenta di dare una prospettiva al corpo di Cristo che dovrà essere visto dai fedeli dal basso verso l’alto. L’esperimento non mi pare ben riuscito (la figura è tozza, priva di collo, con la testa quasi incassata nel torace), ma tuttavia il tentativo non va sottovalutato, visto entro la cornice della dinamica arte fiorentina del tempo che diede interessanti risultati proprio nel campo della prospettiva.

Un altro elemento che mi ha colpito, è l’immagine della Maddalena. La Madonna e S.Giovanni Battista sono disegnati ai lati della croce, in atteggiamento dolente. Ma l’immagine della Maddalena è magnifica: in pratica la sua figura è disegnata unicamente dal mantello; non ha volto, bocca, occhi, è solo una macchia di colore, inginocchiata davanti alla croce, senza sovrapporsi ad essa.

E da quella semplice immagine, da quella sola macchia di colore, trasfigura una umanità dolente, carica di pregnante significato, che si rivolge affranta e piena di speranza verso l’alto, verso il sacrificio della croce.

Un vero capolavoro conchiuso in pochi centimetri quadrati di legno.

E veniamo alla “Flagellazione” del Caravaggio. L’immagine di questo grande dipinto si preannuncia da lontano percorrendo le sale della Galleria di Capodimonte.

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Il dipinto è, come accade soprattutto nell’ultimo Caravaggio, di una umanità crudele, che produce dolore e sofferenza. Le figure, o sarebbe meglio dire le parti di figure che emergono dalle tenebre circostanti, tracciano i confini di aguzzini che con sadico impegno torturano il corpo del cristo legato alla colonna.

Una tale ferocia che il Longhi, grande studioso di Caravaggio, la definisce “terrificante” e inserisce l’opera, mettendone in discussione la comune datazione, alla “seconda ed estrema tappa dell’artista a Napoli”.

Quasi in contrasto con il muscoloso sfoggio di violenza dei suoi aguzzini, la figura del cristo sembra staccarsi dal dipinto, e sembra quasi accennare ad un passo di danza, con un corpo che assume movenze assai diverse da quelle delle figure circostanti.

Un altro grande, grandissimo capolavoro di Caravaggio.

Da ultimo vorrei parlare del dipinto di un artista che non apprezzo molto. Si tratta di Guido Reni e del suo “Atalanta e Ippomene”.

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Atalanta è una ninfa, imbattibile nella corsa. Ippomene la sfida e vince con uno stratagemma ordito da Afrodite: lancia tre pomi che la ninfa si attarda a raccogliere, perdendo così la gara.

Al di là del mito, il quadro mi pare veramente eccezionale. Le figure, ben distinte tra loro, agiscono in un ambiente probabilmente notturno, nel quale il confine tra la terra e il cielo risulta assai poco delimitato e nel quale i colori, della terra e del cielo, quasi si confondono tra loro.

I corpi sono invece ben delineati, luminosi nella loro giovanile prorompenza. Benché lontani tra loro (il che dà senso alla competizione), essi però sembrano intrecciarsi, e i movimenti delle gambe e delle braccia, la loro postura, sembrano rimandare dall’una all’altro.

La composizione assume dona a chi la guarda una sensazione di innegabile armonia.

Ci sarebbe molto altro da dire circa gli altri capolavori conservati nel Museo, ma credo di essere andato anche oltre quanto mi ero prefisso di fare.

Un consiglio: non saltate la sezione dei contemporanei.

Benchè non molto grande, contiene opere di grande qualità, di ottimo respiro e di buonissimo livello. La raccolta è il risultato dell’impegno profuso negli anni dai suoi curatori, ma anche dell’attenzione che la città di Napoli ha sempre saputo dare all’arte e agli artisti, alla cultura in generale.

Ci sono opere di Burri, Kounellis, Warhol, Merz, Cucchi, solo per citarne alcuni.

Opere interessanti e, a volte, anche di non facile lettura, ma che contribuiscono a rendere il Museo di Capodimonte una realtà viva e concreta, capace non semplicemente di raccogliere ed esporre, ma anche di creare e proporre.

Cosa di cui c’è tanto bisogno!

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