Santa Maria Antiqua ai Fori

Continua, con ritardi, rinvii ed incertezze, la riscoperta di luoghi importanti all’interno dei Fori Romani. Il restauro, la ricerca continua, gli scavi, l’attività di recupero, offrono la possibilità di conoscere e visitare, periodicamente e, purtroppo, in alcuni casi solo per periodi di tempo limitato, luoghi ed ambienti bellissimi ed interessanti, che parlano di storia, di arte, di cultura.

Così dopo il Tempio di Romolo, la casa di Augusto al Palatino, la casa di Livia, questa volta è stata aperta, (con una mostra che chiude il 30 ottobre), la Chiesa di Santa Maria Antiqua.

Collocata vicino al tempio di Vesta, a ridosso della scala imperiale coperta che conduce al Palatino, la Chiesa fu realizzata utilizzando (come in moltissimi altri casi), le strutture di un preesistente edificio, molto probabilmente un quadriportico, riutilizzato e trasformato in una chiesa a tre navate. Le colonne laterali del quadriportico costituivano la divisione delle navate; quelle anteriori e quelle posteriori eliminate o inglobate nella struttura muraria. Il transetto rimaneva piuttosto largo; solo successivamente fu realizzato l’abside, scavandolo entro un muraglione preesistente.

La Chiesa è quella più antica realizzata nella zona dei Fori; fondata alla metà del VI secolo d.c. rimase in uso fino all’ 847, quando il terremoto colpì la città di Roma e la chiesa venne abbandonata e sigillata dai crolli, insieme alle altre strutture del vasto complesso dei Fori. Cominciò allora la fase di interramento progressivo di tutta la zona. Per oltre mille anni quella zona rimase ricoperta di terra e di erbe fino all’inizio della sistematica campagna di scavi avviati nel ‘900 e che continua tuttora, rivelando continuamente scrigni di gioielli preziosi.

L’importanza di questa chiesa risiede non solo nelle sue forme architettoniche, quanto soprattutto nel corredo estremamente interessante di affreschi scoperti, riportati alla luce, studiati, restaurati ed infine offerti al pubblico.

Dal punto di vista architettonico, si conferma la straordinaria semplicità della struttura e, come sopra detto, la capacità di adattamento e rifunzionalizzazione di preesistenti edifici pagani.

Per quanto riguarda i dipinti murali, si deve sottolineare la grande importanza dei ritrovamenti e dei restauri giacché si tratta di opere realizzate in un periodo che ci riserva poche testimonianze di tal genere. Infatti grande parte delle opere pittoriche, sia su pareti che di quadri e dipinti, sono stati perdute e distrutte durante il periodo iconoclasta.

Altri frammenti di pittura coeva esistono in un locale adiacente, da qualche tempo aperto al pubblico, il cosiddetto Oratorio dei XL Martiri, ma il ciclo pittorico di Santa Maria Antiqua è molto più esteso (oltre 250 metri quadri di affreschi) ed anche più interessante.

Nella navata a destra dell’abside, la parete è interamente affrescata (definita dai restauratori come Palinsesto). Gli studi condotti hanno accertato la presenza di ben sette strati di decoro su questa parete. Decori ed affreschi che si sono succeduti durante il periodo di apertura dell’edificio religioso, a cominciare da quello originario costituito da un decoro ad opus sectile.

L’opus sectile è una antica tecnica che consiste nel ritagliare marmi per realizzare pavimentazioni e decorazioni murarie ad intarsio. Una sorta di mosaico, che invece di utilizzare piccole tessere colorate per costruire personaggi, disegni, figure, le realizza con pezzi di marmo di diverso colore. Si tratta di una tecnica assai raffinata e prestigiosa sia per i materiali che vengono utilizzati (marmi tra i più rari e quindi costosi), sia per la difficoltà di realizzazione. Si tratta infatti di sezionare il marmo in lamine assai sottili, sagomarlo con grande precisione e metterlo in opera con capacità tecnica e artistica insieme. Bisogna inoltre avere a disposizione una grande varietà di marmi al fine di ottenere gli effetti cromatici desiderati.

A partire da questo, altri sei strati pittorici, susseguitisi nel tempo definiscono sia la bellezza dell’ambiente che l’interesse relativamente alla evoluzione delle qualità artistiche e tecniche degli interventi che si sono succeduti nel tempo per l’abbellimento di questa chiesa.

Molto interessanti sono anche i cicli di dipinti presenti negli ambienti ai due lati dell’abside.

Il locale a destra è chiamato Cappella di Teodoto, perché costui sarebbe il probabile committente dei lavori qui eseguiti. Teodoto era un nobiluomo romano, “Primicerius” (alta carica della gerarchia ecclesiastica) del Papa Zaccaria (741-752) e svolse funzioni di ambasciatore presso la corte dei Franchi, futuri alleati del papato durante la fase di distacco politico da Bisanzio.

Nella cappella è effigiato Teodoto che ha in mano ed offre a Cristo la chiesa di Santa Maria Antiqua.

Nella cappella è anche effigiata la storia e il martirio dei santi Quirico e Giulitta. Questi due santi, madre e figlio, hanno un posto di rilievo nella tradizione della Chiesa cristiana d’Oriente, martiri, probabilmente nel 304, sotto Diocleziano. In questa cappella, il ciclo pittorico descrive il loro martirio in una delle tante e diverse forme (persino leggendarie e fantasiose), tramandate dal culto cristiano.

La cappella a sinistra dell’abside è detta invece dei Santi Medici. La ragione consta nel fatto che il ciclo pittorico qui esistente e datato al tempo del papa Giovanni VII (705-707), presenta grandi figure di santi guaritori che non accettano denaro.

Oltre che per gli affreschi, questa cappella è interessante per un particolare recentemente scoperto. Sembra infatti che in questa cappella venissero ammessi i malati in cerca di guarigione, che qui sostavano e dormivano in attesa della celebrazione dei riti.

Ciò è molto interessante perché, se confermata, sarebbe una evidente applicazione della pratica dell’ “incubatio”, cosa poco comune nella tradizione cristiana.

“L’incubazione è una pratica magico-religiosa che consiste nel dormire in un’area sacra allo scopo di sperimentare in sogno rivelazioni sul futuro oppure di ricevere cure o benedizioni di vario tipo”. (https://it.wikipedia.org/wiki/Incubazione_(rito)).

A me ha subito ricordato un viaggio in Grecia, nel 2009, quando andammo a visitare le rovine di Epidauro. In quel luogo la pratica dell’ “incubatio” costituiva la base del culto di Asclepio e lì sorgevano grandi strutture per alloggiare i malati che cercavano guarigione in quel luogo santo e venerato, prima di essere ammessi al tempio del medico-semidio.

Ho letto che pratiche di questo genere erano conosciute in epoca sumerica ed adottate, oltre che ad Epidauro, anche a Pergamo e a Roma. Tuttora verrebbe praticata anche in Nordafrica.

Insomma un fatto assai interessante.

Nella chiesa sono conservate anche alcuni reperti di statue e di mosaici assai belli.

Una cosa che ho trovato interessante è il pavimento (o per lo meno quello che ne rimane). Mi è parso in uno stile che si potrebbe definire pre-cosmatesco: non ancora elaborato e dalle forme equilibrate e precise di un pavimento cosmatesco, ma che contiene i germi, gli elementi, le caratteristiche di quello stile. Anche in questo pavimento, ma in epoca assai anteriore al diffondersi di questa pratica e di questo stile, ci sono infatti tarsie marmoree policrome che compongono figure geometriche ed ornamentali.

Bello, decisamente bello.

 

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