Provincia di Foggia – 1

Con questa nuova serie di scritti, intendo raccontare le esperienze di viaggio, di incontro, di conoscenza dei luoghi della nostra provincia; si tratta di luoghi visitati per la prima volta, oppure rivisitati a distanza di molti anni.

L’intenzione non è quella di ampliare e approfondire la ricerca intorno a questi luoghi (esistono studi e indagini a questo proposito ben più valide ed approfondite), quanto di raccontare e proporre occasioni di visita a monumenti, posti, siti, molto vicini a noi, ma spesso misconosciuti o sottovalutati. Una modesta proposta, quindi, di possibili occasioni di viaggio, anche brevi e molto brevi, nei dintorni di casa.

Procederò quindi per sezioni, riferite ai paesi, alle città o ai luoghi di visita, senza un itinerario coerente di visita, ma riportando a voi, di volta in volta, le mie occasioni di viaggio, di visita o di conoscenza.

Non saranno né complete, né esaustive, ma, magari, qualcuno, leggendole, può anche annotare altri luoghi, o siti, o monumenti, con i quali completare la visita.

Lesina
Sito archeologico Isola di San Clemente

Qui tradizione orale, storia, ricerca archeologica si intrecciano dando vita a racconti e storie nelle quali è difficile separare il grano dal loglio.

Soprattutto quando l’oggetto della discussione, dell’indagine, della ricerca, riguarda un sito ricoperto dalle acque e quindi poco accessibile.

Infatti una leggenda, nota non solo a Lesina, ma finanche nel capoluogo della provincia, narra di una città sommersa dal lago, corrispondente all’antica insediamento urbano, successivamente distrutta da un terremoto, ed infine coperta dalle acque.

La realtà sembra un po’ diversa: la zona dove negli anni ’50 del secolo scorso venne eretta una croce, presumendo, in maniera errata, che in quel sito fosse l’altare di un antico convento che conservava le reliquie di san Clemente, è, probabilmente, una villa romana.

Così recita infatti il cartello indicatore del sito: “Ruderi villa romana – II secolo d.c.”, così confermano le ricerche condotte sul luogo da parte della Soprintendenza Archeologica e gli studi della dott.ssa Giovanna Pacilio.

“I saggi hanno restituito una stratigrafia di epoca romana: murature, rivestimenti pavimentali in coccio pesto o schegge di calcare e strati di preparazione.(…). Si è messa in luce una costruzione a pianta quadrata con rivestimento pavimentale in coccio pesto e dotata a N di una sorta di abside – esedra. I muri, conservati in altezza per pochi cm, sono in opera reticolata grossolana composti da tufelli irregolari di forma piramidale (cubilia) in calcare legati con malta grigiastra molto tenace. Attorno al cortile si sviluppa un peristilio, probabilmente coperto, di cui sono rintracciabili il fronte settentrionale ed i versanti occidentale ed orientale, del portico meridionale si intuisce invece il margine nord. Si tratta probabilmente di una villa marittima simile a quelle che in epoca romana vengono a dislocarsi lungo le coste sfruttando, come risorsa produttiva, il mare. Questa tipologia di edifici dotati di piscine, all’ interno delle quali si allevavano varie specie di pesci e molluschi, si sviluppò non solo lungo le coste tirreniche, in particolare quelle laziali, etrusche e campane, ma anche in Adriatico. In base ai frammenti rinvenuti associati a queste costruzioni possiamo datare la villa ad una fase tardo repubblicana/ primo imperiale (II- I sec. a.C.), che si sovrappone ad ambienti più antichi di cui rimangono solo tracce in opera incerta; l’esiguità della porzione di scavo (unico ambiente a pianta rettangolare) rende difficile definire l’estensione, articolazione planimetrica e la destinazione d’uso.” (http://www.archeologiadigitale.it/attidaunia/pdf/25-pacilio.pdf).

Resta da capire questo curioso “particolare”, e cioè perché nella relazione di Pacilio si parla di una costruzione del II-I sec a.c. e nella descrizione “in situ” questa si trasformi in una del II secolo d.c.

In attesa di un chiarimento circa questo “particolare”, sembra che si tratti di una costruzione romana di circa settanta metri quadri, con funzioni di villa ed annesso allevamento di pesci che sorgeva su questo isolotto.

E’ a questo isolotto che si riferirebbero, secondo Antonio D’Amato, alcuni documenti successivi all’anno 1000. “Nel 1164, il Conte di Lesina Loffredo, Regio giustiziere non che Crociato sotto la spedizione di Guglielmo II (detto il Buono), per devozione alla Chiesa, dona a Leonate Abate di San Clemente di Casauria, un’isolotto all’interno del lago di Lesina, distante dalla riva passi 100. (…) Leonate Abate di San Clemente di Casauria, fece costruire al centro dell’isolotto una piccola badia, dove i monaci assegnati, pescavano portando introiti alla badia di San Clemente stessa.” (http://lesinabloggata.blogspot.it/2012/08/lesina-sfatiamo-la-leggenda-di-san.html).

Dunque, anche per questa via documentale, non vi è traccia di una chiesa, né di un convento, bensì di una struttura con funzioni produttive annesse, in particolare e in specifico, attività di acquacoltura e/o di itticoltura.

L’isolotto, con le sue costruzioni, è definitivamente scomparso a causa dei fenomeni di bradisismo che interessano la zona.

Questo sito è attualmente raggiungibile attraverso una bella passerella di legno che, quasi a completamento del piacevole lungolago di Lesina, è stata da poco tempo messo in opera (nel settembre del 2016).

Da questa passerella e dalla sua ridotta piattaforma finale, ben poco è visibile del sito archeologico, coperto dalle acque.

Una paratia composta da lame di acciaio infisse perpendicolarmente nel terreno ed una pompa idraulica ne dovrebbero garantire la visibilità, ma, ad oggi, sembra che il progetto non sia ancora del tutto completo e quindi il luogo non è ancora fruibile alla vista dei cittadini e dei visitatori.

Noi abbiamo goduto di un venticello fresco e pungente durante la passeggiata che abbiamo fatto percorrendo questa passerella che si inoltra per circa 150 metri all’interno del lago, nel corso di un sabato pomeriggio di autunno, rinfrescato dalla pioggia di un acquazzone che ci aveva di poco preceduto.

Non nego che l’attesa, corroborata da un abbondante e gustoso pasto a base di pesce locale, consumato presso un ristorante del luogo, fosse indubbiamente maggiore: ci aspettavamo di vedere, o quantomeno intravedere qualcosa tra le lieve ondulazioni del lago. Ciò non è stato, ma non per questo possiamo dichiararci delusi: la passeggiata è stata sicuramente piacevole, come piacevole è stata l’occasione di conoscere un luogo nuovo e di poter approfondire la conoscenza di fatti che, liberati dalla loro aura leggendaria, pongono un ulteriore (anche se piccolo e limitato) tassello nella conoscenza del nostro territorio.

Anzi, sospinti da questa occasione, abbiamo trovato modo di andare a vedere (o meglio a rivedere) il complesso di Santa Maria Maggiore a Siponto, cosa della quale vi parlerò in un prossimo scritto.

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