Roma – 6

Difficile girare per Roma senza incontrare un luogo, una chiesa, un museo, una strada, una piazza che sia già conosciuto o visitato. Anzi, capita spesso che, nonostante una lunga e prolungata frequentazione, durata anni, anzi decenni, ogni tanto capiti di vedere qualcosa di non visto prima, magari tralasciato per trascuratezza o per fretta, oppure semplicemente perché non preso in adeguata considerazione.

E questo luogo si rivela fonte di interesse e scrigno di tesori.

A me accade spesso di incontrare luoghi di questo genere, (o di rivedere luoghi il cui ricordo è così sbiadito nella memoria da sembrare nuovi e mai visitati).

Uno di questi, visitato recentemente, è la Basilica di Sant’Agostino

La Basilica dei santi Trifone ed Agostino

Così infatti, per la precisione si chiama questa chiesa, a pochi metri dalla frequentatissima Piazza Navona, appena all’imbocco di Via Sant’Agostino, rialzata da uno scalone sull’omonima piazza. (La chiesa è anche detta di Sant’Agostino in Campo Marzio).

La chiesa, pienamente rinascimentale, anzi una delle prime chiese rinascimentali di Roma, presenta una facciata in travertino, realizzata con marmi di spoglio del Colosseo; la sua realizzazione risale alla fine del XV secolo. L’interno, nella sua sistemazione attuale, è opera successiva.

Il nome della chiesa deriva da quello di un preesistente edificio di culto gestito dagli agostiniani (San Trifone in Posterula), sostituito da uno successivo dedicato a Sant’Agostino e poi totalmente rinnovato nelle forme attuali (perpendicolare al precedente).

Molto interessante è che la chiesa conserva alcuni splendidi capolavori. Tra questi La Madonna di Loreto (o Madonna dei Pellegrini) di Caravaggio, un affresco del Profeta Isaia di Raffaello, la statua della Madonna del Parto di Jacopo Sandolino, un’opera del Guercino.

Come tutte le opere di Caravaggio, anche questa è circondata da complesse vicende e da non poche polemiche. Anzitutto sembra che questa opera sia stata offerta alla chiesa da Caravaggio come “(…) ringraziamento per l’asilo concesso. Il pittore infatti vi si rifugiò per fuggire all’arresto dopo aver ferito a Piazza Navona un aiuto notaio, accusato dall’artista di aver rivolto alla sua amante, troppe attenzioni.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Sant%27Agostino_in_Campo_Marzio).

Così descrive Roberto Longhi (uno che di Caravaggio ne capiva assai) questo quadro: “Nient’altro che un uomo e una donna di popolo, pellegrini fra i più sdruciti che, giunti al termine del lungo cammino, hanno la buona sorte di incontrare subito la Vergine, mentre, uscendo di casa e sostando a loro intenzione per un istante, si addossa all’antico stipite. Ed è a questo punto che, con nuovo discreto sottinteso, mentre va accarezzando impeccabilmente la testa “bellissima” della Vergine e ne sospende l’andatura in sosta statuisca, il Caravaggio insinua sottilmente il dubbio se si tratti di una bella che stia diventando idolo adorabile per gli occhi ingenui dei due pellegrini, o non addirittura di una antica statua che, al calore di quell’umile devozione, si stia rincarando e facendosi viva come in una eterna bellezza romana dei suoi tempi. E, di fatto, sorprende constatare che, la conoscesse o no, la testa di Irene di Cefisodoto sia la stessa della sua Madonna.” (Roberto Longhi, Caravaggio, Editori Riuniti, Roma, 1968, II edizione, 1977, pag.38).

Quale sofisticata e complessa costruzione, dunque, in questa tela: i piedi gonfi e nudi dei pellegrini (un evidente riferimento alla corrente pauperistica); la sottile contrapposizione tra la costruzione proprio in quei tempi realizzata a Loreto e le rovinose travi della casa della Madonna dipinte nel quadro; il colto (inconsapevole ?) riferimento al gruppo scultore della Eirene di Cesfodoto.

Da far rabbrividire e protestare, ancora una volta, i “detentori del metro aulico” dell’arte del tempo.

Questa volta, tuttavia, Caravaggio trovò dalla sua “(…) plaudendo, i popolani che si vedevano così posti sugli altari senza abbellimenti” (…) ed “è quasi certo che la forza del responso popolare ebbe la meglio nella balorda polemica sul decoro sollevata dagli avversari del maestro; col risultato, almeno, che il dipinto restasse dov’era.” (ibidem).

Sia come sia, a me sembra che il quadro esprima una grande e straordinaria dolcezza, ma anche una grande forza e un notevole vigore religioso, profondamente umano e spirituale insieme: la lucentezza delle carni della Madonna e di quelle del bambino esplodono dalla tela (si distinguono anche quando si spengono le luci a pagamento che illuminano il quadro), e con esse dialoga la silenziosa preghiera dei due stanchi e prostrati pellegrini.

Isolato su un pilastro, l’affresco di Raffaello del profeta Isaia sembra voler gareggiare con una delle figure michelangiolesche della cappella Sistina, completata proprio in quegli anni. Tanto simile l’opera infatti appare, per impostazione formale, vigore e colore a quelle del Buonarroti. E’ una figura molto plastica, con il busto che si torce e un braccio vigoroso che srotola una pergamena. La gamba sinistra, anch’essa muscolosa e forte, fuoriesce dal panneggio ricco, colorato ed abbondante.

Del Guercino vale citare un suo lavoro nel quale compaiono i Sant’Agostino, Giovanni Battista e Paolo l’Eremita.

La statua della Madonna del Parto, di Jacopo Sansovino merita un breve approfondimento.

Ritenuta miracolosa, godeva della venerazione del popolo e, particolarmente, delle partorienti che a lei si rivolgevano per un parto sereno, per un concepimento difficile, per una malattia superata. Tale era la popolarità di questa statua che Gioacchino Belli, quasi tre secoli dopo la sua realizzazione, dedicò ad essa, o meglio alle forme di venerazione che la riguardavano, un sonetto assai critico, duro e irriverente.

Giudicate voi.

“Oggi, a fforza de gómmiti e de spinte,/ Ho ppotuto accostamme ar butteghino/
De la Madonna de Sant’Agustino,/ Cuella ch’Iddio je le dà ttutte vinte.
Tra ddu’ spajjère de grazzie dipinte/ Se ne sta a ssede co Ggesù bbambino,
Co li su’ bbravi orloggi ar borzellino,/ E ccatene, e sscioccajje, e anelli e ccinte.
De bbrillanti e dde perle, eh ccià l’apparto:/ Tiè vvezzi, tiè smanijji, e ttiè ccollana:
E dde diademi sce n’ha er terzo e ‘r quarto./ Inzomma, accusì rricca e accusì cciana,
Cuella povera Vergine der Parto/ Nun è ppiù una Madonna: è una puttana.”
G. Belli, 2 febbraio 1833

Un’ultima curiosa annotazione appare doverosa.

Infatti, nella chiesa, “(…) insieme alle venerate spoglie di santi e cardinali vi giacessero anche le salme di famose cortigiane di alto bordo, (…): qui trovarono sepoltura Fiammetta, amante preferita di Cesare Borgia, Giulia Campana, la famosa Tullia d’Aragona e la sorella Penelope. Le cortigiane erano anche assidue frequentatrici di questa chiesa, tanto che avevano dei banchi a loro destinati nelle prime file e questo proprio per evitare che i fedeli, guardandole, si distraessero durante le prediche e le sacre funzioni.” (http://www.romasegreta.it/s-eustachio/s-agostino.html).

Insomma una visita istruttiva.

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