Napoli – 1 : Via Toledo

Molte delle notizie che leggerete in questo scritto, provengono dalla eccezionale ed interessante pubblicazione del voluminoso catalogo “Civiltà del Seicento a Napoli”, pubblicato dalla Electa in occasione della omonima mostra che si tenne a Napoli tra il 24 ottobre del 1984 e il 14 aprile del 1985.

Una mostra di grande interesse, artistico e culturale. Un catalogo come pochi se ne vedono al giorno d’oggi, con un corposo apparato documentale e con saggi di elevata qualità, scritti da personalità quali Giuseppe Galasso, Biagio De Giovanni, Giancarlo Alisio, Raffaele Causa ed altri ancora.

Una pubblicazione (due tomi, oltre mille pagine complessive), che aiutano non poco nella comprensione delle dinamiche artistiche, culturali, sociali ed economiche non solo di Napoli, ma anche dell’intero mezzogiorno.

Tra le altre cose, la lettura di quelle pagine sarebbe buon esercizio per tanti neo-borbonici dell’ultima ora, ai quali spesso sfuggono le complesse dinamiche e la contraddittoria realtà di quel reame.

Ma veniamo alla mia visita napoletana, che questa volta è cominciata da Via Toledo.

E’ durante il Viceregno spagnolo (durato dai primi anni del XVI secolo fino al 1734), che viene realizzata questa importante e lunga strada (quasi due chilometri).

Il 30 aprile 1537, ci ricorda lo scritto di Giancarlo Alisio (in “Civiltà del Seicento a Napoli, Electa, Napoli, 1984, pagg.77-90), cominciò la costruzione della nuova cinta muraria, che connetteva Castel dell’Ovo a Castel Sant’Elmo, e, sul tracciato del precedente fossato, venne realizzata Via Toledo.

Si trattava di una scelta di carattere eminentemente militare, per meglio garantire la difesa della città, ma anche di carattere economico e sociale, in quanto la nuova cinta muraria includeva borghi precedentemente esterni alle mura, e, soprattutto, garantiva la possibilità di nuove costruzioni negli spazi liberi ancora esistenti.

Questa della speculazione edilizia a Napoli è infatti una “malattia” presente nelle cronache contemporanee, ma niente affatto sconosciuta nella storia della città. Cenni in tal senso si trovano nello scritto di Giuseppe Galasso nel citato volume (cit, pagg. 23-29).

La spinta demografica all’inurbamento era forte e costante, tanto che la città partenopea divenne, dalla metà del XVI secolo in poi, la seconda città europea dopo Parigi, crescendo ad un ritmo sostenuto e costante. Più cresceva l’esodo dalle province verso la capitale del regno, più essa attirava altre ondate umane, nonostante fossero costretti vivere in condizioni disagiate e quasi disumane: “(…) i lavori più precari e improbabili; l’assenza di un tetto, per cui si dorme all’aperto, sotto i portici o sulle scale di chiese o di palazzi, in grotte e rifugi di fortuna, lungo i margini di strade riparati dai tetti, accanto o sopra i banchi di vendita, negli angusti locali in cui si lavora.(…) l’aspetto da corte dei miracoli di una folla urbana, di cui colpisce in particolare il fatto che va a piedi nudi. (…). Nelle province questa plebe sa – evidentemente – che si troverebbe ancora peggio.” (cit, pag.23).

A questo faceva da contrappunto lo sfarzo incredibile della corte regia e della vita aristocratica e borghese, presente in città ed impegnata in affari, intermediazioni, lucrose attività di ogni genere.

“Il dato strutturale più importante è, però, costituito dal fatto che un’aggregazione urbana così forte non riesce a varcare la soglia di una trasformazione economica decisiva. La sua (di Napoli) funzione di mercato di consumo prevale su quella di grande centro produttivo.” (cit. pag.24).
Dunque via Toledo è lo specchio di questa realtà.

Una lunga strada che attraversa i Quartieri spagnoli, una serie infinita di case che si sviluppano in altezza, fino a cinque, sei piani, contrariamente a quanto accadeva a quei tempi nelle altre città europee; una strada lungo cui si incontrano significative ed interessanti abitazioni, come anche luoghi di culto e case nobiliari di pregio, ma che non ricevono “aria” da piazze, slarghi, spazi aperti, anche in questo caso quindi dissimile dalle coeve esperienze delle altre città italiane ed europee.

E, subito, appena superato l’incrocio con la Galleria Umberto I, opera molto più tarda, della fine dell’800, si incontra il Palazzo Zevallos Stigliano (oggi sede di una banca).

Qui, insieme ad altri dipinti, quadri ed opere d’arte di vari artisti (fra gli altri Artemisia Gentileschi, Luca Giordano, Francesco Solimena oltre ad una intera sala dedicata al controverso e sfortunato Vincenzo Gemito), c’è l’ultimo capolavoro di Caravaggio: il Martirio di Sant’Orsola.

Per uno come me, appassionato dell’opera di Caravaggio, una visita da non perdere.

In questo palazzo, in stile neoclassico, al secondo piano, in una bella stanza, si può ammirare questo capolavoro.

Il quadro era stato commissionato da Marcantonio Doria, genovese di illustre casata che aveva intrecciato diverse attività di carattere economico e finanziario con i reali spagnoli e i cui interessi si erano spinti, di conseguenza, anche nel mezzogiorno d’Italia, tanto da divenire un nobile del regno.

E’ un’opera a mio parere molto intima, come sempre (nel caso di Caravaggio) estremamente compatta, che fissa l’istante in cui, scoccata la freccia, la santa viene colpita dal dardo del suo persecutore, mentre la mano di uno degli uomini che la circondano sembra protendersi nell’atto di proteggerla.

L’opera è tutta concentrata in quel tragico, fatidico istante nel quale il sovrano, sotto le mura di Colonia, irritato dal rifiuto di Orsola nei suoi confronti, scaglia la freccia e la uccide.

Nessuna aggiunta, nessun cedimento alla leggenda tardo-medievale del lungo ciclo di Sant’Orsola, partita in pellegrinaggio, del suo lungo viaggio di ritorno in compagnia delle centinaia di ancelle, dello sbarco dalle navi, della sua sosta a Colonia e della sua uccisione (insieme a tutte le ancelle). Questo intero racconto è riportato sulla bellissima e famosa cassa del Memlin conservata a Bruges (vedi in https://michelecasa.wordpress.com/2015/10/22/bruges-brugge/).

Qui tutta la storia è condensata in un attimo, in un unico, solo momento.

Un momento così denso e così breve, che si vede ancora il braccio teso del tiranno che ha scoccato la freccia, e la freccia stessa conficcarsi nel petto della santa.

Un ultimo tragico particolare: nel volto di uno degli uomini che circondano la santa, si riconoscono le fattezze di Caravaggio, quasi una premonizione della sua futura, imminente morte.

Tralasciando la descrizione delle altre opere, una breve aggiunta credo sia necessaria circa la sala opportunamente dedicata a Vincenzo Gemito, il grande artista napoletano vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900.

Sono qui custodite alcune sue opere estremamente intense (come del resto gran parte della sua produzione lo è stata), e mi riferisco in particolare alle teste degli scugnizzi: vivide, forti, vissute; riprese con una incredibile plasticità e una vivacità che ha quasi della compartecipazione e della immedesimazione.

Opere di una vita altrettanto intensamente vissuta, che ha purtroppo visto alternarsi a momenti lucidamente creativi, periodi di solitaria, tragica alienazione.

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2 risposte a Napoli – 1 : Via Toledo

  1. Davide M. ha detto:

    Letto tutto d’un fiato! Si sente la passione … complimenti! La domanda è: ma alla fine riuscirò prima o poi a andare a Napoli?

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