Napoli – 3 : Castel sant’Elmo e Certosa di san Martino

Con il biglietto unico integrato dei trasporti di Napoli si può arrivare in questa zona, quella del Vomero per intenderci, con la metropolitana e la funivia, con il bus e la funivia, con la metro e il bus, oppure a piedi. Insomma fate come volete, ma non potete mancare di visitare questa parte della città e i due importanti monumenti che qui sorgono: Castel sant’Elmo e la Certosa di san Martino.

Castel sant’Elmo si erge rigido, algido ed impettito in cima al Vomero. Fu realizzato nella prima metà del XVI secolo in sostituzione dell’angioino castello di Belforte, ed era chiave del sistema difensivo, ma anche punto strategico per il controllo della città, come infatti accadde durante la rivolta di Masaniello. Venne anche utilizzata come prigione: qui fu rinchiuso il grande Tommaso Camapanella, e alcuni tra i protagonisti della rivolta del 1799.

Il castello ha una pianta stellare a sei punte e dai suoi spalti potete ammirare un paesaggio fantastico in tutte le direzioni.

La Certosa di san Martino è un altro interessante luogo sul quale vale la pena soffermarsi maggiormente.

Il suo nucleo originario risale al 1325, in quando fu costruito il primo insediamento nella zona lasciata libera dal castello di Belforte. Fu poi nel ‘600 che, sotto la direzione di Cosimo Fanzago, esso fu trasformato in uno dei massimi esempi di barocco napoletano. Dopo l’espulsione dei padri certosini nel 1866 divenne sede museale, con una definitiva sistemazione dei locali nel 1900.

Ma la storia della certosa è assai più movimentata e complessa di quanto questa breve annotazione possa far supporre.

Per cominciare fu necessaria, come risulta evidente guardando il complesso dal basso della città, “(…) una notevole opera di ingegneria necessaria a sostenere l’edificio e a costituirne il basamento lungo le pendici scoscese della collina.” (http://www.polomusealecampania.beniculturali.it/index.php/certosa-e-museo).

Un altro elemento interessante è che la ristrutturazione del complesso venne cominciato, sotto la spinta del sempre crescente numero di monaci che arrivavano alla Certosa, già alla fine del ‘500. In una prima fase trasformando il severo gotico preesistente in uno stile rinascimentale, ampliando il numero delle celle e ristrutturando radicalmente il Chiostro Grande. Poi, con l’arrivo di Fanzago, con la definitiva risistemazione barocca della chiesa (interno e facciata), delle stanze del priore (detto il Quarto del Priore), del Chiostro Grande e di quello piccolo (il Chiostrino), e di tutti gli altri ambienti annessi.

L’opera di Fanzago si indirizza soprattutto verso una straordinaria attività decorativa che caratterizza, ancor oggi, la gran parte degli ambienti della Certosa.

Il complesso subì danni durante la rivolta del 1799; successivamente venne occupato dai francesi che ne allontanarono i monaci (in realtà acconsentono la permanenza di un ristretto numero di essi). Alla restaurazione del Regno, i certosini, sospettati di simpatie repubblicane, vengono nuovamente allontanati, ma successivamente reintegrati nella gestione della certosa (1804) fino al 1812, quando gli ultimi monaci abbandonano la Certosa. “Nel 1836 un esiguo gruppo di monaci torna a stabilirsi a San Martino (…). Soppressi gli ordini religiosi e divenuta proprietà dello Stato, la Certosa viene destinata nel 1866 a museo (…).” (informazioni ancor più complete e dettagliate in http://www.polomusealecampania.beniculturali.it/index.php/certosa-e-museo).

Dunque sono gli ambienti realizzati, riorganizzati e ristrutturati da Fanzago quelli che accolgono il visitatore della Certosa. Anzitutto la chiesa, ricca e superba che si preannuncia con un “serliana” nel piccolo cortile di ingresso. Nella chiesa ricchi addobbi di marmo, stucchi colorati e un altare di una incredibile e ricercata ricchezza, tutto in legno intarsiato e dipinto che gareggia alla pari con l’antistante balaustra marmorea; dietro l’altare un supero e bellissimo coro ligneo.

La chiesa è ricca di marmi, di stucchi dipinti e di opere d’arte dei principali maestri che operavano a Napoli in quegli anni; alle pareti, al soffitto, nelle cappelle opere d’arte di de Ribera, Vaccaro, Lanfranco, Solimena ed altri ancora.

Tuttavia gli ambienti che più mi hanno colpito, sono stati quelli della grande ed assai ampia sagrestia: più locali, rivestiti di legno o con armadi di legno intarsiato e lavorato; rivestimenti di legno che si alzano fino al soffitto decorato con affreschi luminosi e stucchi colorati; grandi quadri pendono dalle pareti. Insomma i segni di una ricchezza ed una opulenza incredibili.

Questa ricchezza si ritrova anche nelle stanze del Quarto del Priore, gli ampi e numerosi locali al tempo abitazione del priore ed oggi destinati ad ospitare la quadreria del museo. Da sottolineare che quelli esposti sono solo una parte dell’antico patrimonio dell’ordine.

D’altra parte l’ordine certosino è sì caratterizzato da una regola rigorosa che predica la solitudine (per gran parte della giornata i monaci erano tenuti al più rigoroso silenzio), ma prevede anche una intensa attività contemplativa. E che cosa c’è di meglio da contemplare se non l’arte che eleva lo spirito fino all’Altissimo?

Di tutte le collezioni contenute in questo grande complesso, (dalle carrozze alle navi, dalle innumerevoli tele alle antiche stampe napoletane, dalle porcellane agli arredi), voglio parlarvi di alcune cose assai interessanti viste nella sezione dei presepi.

Oltre all’arcinoto presepe Cuciniello, infatti, ed ai tanti altri lavori consimili, tre hanno particolarmente attratto la mia attenzione.

Il primo è un delicatissimo e minuscolo presepe realizzato dentro il guscio di un solo uovo: una raffinatezza unica.

Il secondo è una Madonna dormiente, realizzazione assai rara in occidente (sembra in fatti che sia stata realizzata seconda una “moda” siriaca); si tratta di una statua della Madonna coricata su un giaciglio e con una coperta, che riposa, ad occhi aperti, evidentemente dopo il travaglio del parto.

Infine un presepe di epoca aragonese. Qui le figure, di grandi dimensioni, sono intagliate nel legno e colorate. La particolarità che mi ha colpito è relativa alle vesti dei personaggi. Infatti, e in particolare nel caso della Madonna e di una delle ancelle (o angeli), gli abiti sono proprio quelli di epoca e foggia aragonese, riprodotti con una precisione ed un rigore incantevoli.

Due ultima annotazioni, non secondarie.

Dalla piazzetta antistante la Certosa si gode un magnifico panorama della città di Napoli, della quale è agevole distinguere le principali arterie viarie e i monumenti più significativi. Non perdete l’occasione di riposarvi qualche minuto sulle panchine ammirandone l’ampia veduta.

Ovviamente da lì avrete anche la possibilità di vedere le innumerevoli operazioni perpetrate dalla speculazione edilizia e dai vari palazzinari, strutture edificate ma non certo edificanti per la recente storia partenopea, tanto da essere stata definita il “sacco di Napoli”

In questa piazzetta, adiacente all’ingresso alla Certosa una piccola chiesa, detta la Chiesetta delle Donne, perché frequentata appunto dalle donne che, ovviamente, non erano ammesse all’interno della Certosa.

Se avete buone gambe e buoni polmoni, potete arrivare alla Certosa salendo i 414 gradini della scalinata che parte dalla zona di Montesanto.

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