Due mostre: Ligabue e Hopper

Due mostre monografiche: Antonio Ligabue ed Edward Hopper. Due artisti assai lontani tra loro per formazione, cultura, provenienza, vita ed, ovviamente, anche per espressione artistica. (Consiglio il biglietto di ingresso cumulativo alle due mostre a 20 euro)

Ambedue in corso a Roma, ospitate nel Complesso del Vittoriano.

Un complesso che sorge nel pieno di Roma, una costruzione bianca, scintillante e bruttissima. Una costruzione che dialoga in maniera del tutto insufficiente con le costruzioni e soprattutto con i ruderi che la contornano; un edificio che racconta di una vuota magniloquenza, di un formalismo esteriore che poco coinvolge il cittadino ed il passante.

E’ un monumento alla retorica, un edificio che ostentatamente inneggia alla Grande Carneficina, quella realizzata ai confini, per rendere unita e grande la nostra patria nella guerra nazionale del 1915-18; guerra nazionale per nessun’ altra ragione se non per il sangue versato da migliaia di giovani che provenivano da ogni parte dello stivale.

Una guerra costata centinaia di migliaia di morti, che non ha fatto altro che realizzare i prodromi di un’altra guerra ancor più sanguinosa. Ma il ragionare su questo ci porterebbe molto lontano.

Veniamo, invece, alle due mostre.

Parto da quella di Ligabue, una interessante e completa rassegna di tutta l’evoluzione pittorica dell’artista, che segue cronologicamente la sua vita segnata dall’ostracismo personale e sociale dell’autore, che diventano causa e conseguenza dei suoi ricorrenti problemi di salute fisica e mentale.

Ho letto scritti che affrontano la pittura di Ligabue attraverso lenti psicoanalitiche, che parlano di traumi sessuali e desiderio di sopraffazione; altri che affrontano la lettura delle sue opere attraverso la simbologia delle figure (cose ed animali) che lui dipinge; altri ancora che lo dipingono come un visionario.

Io non so se queste, o alcune di queste siano o meno valide interpretazioni. Personalmente, avendo visto in altre occasioni singoli quadri di questo autore e avendo avuto l’occasione, in questo caso, di ammirare un assortimento esaustivo della sua opera, mi sono convinto che Ligabue è un grande artista. E vi spiego subito il perché.

Riuscire a disegnare la pioggia, evocare attraverso un quadro, con piccole rapide pennellate, l’idea della pioggia che cade, riuscire a darne una immagine così reale, può essere solo opera di un grande artista. E ciò non avviene casualmente, ma viene ricreato a più riprese dal nostro autore. Se osservate “Cani da caccia con paesaggio” e “Caccia al cinghiale con postiglione”, vedrete la pioggia cadere sulle piante e sugli animali, sulle figure riprodotte nella scena. E credo che sia una cosa straordinaria, che richiede un grande e vero talento pittorico.

Il tutto è frutto di un lavoro duro, che progredisce e matura nel tempo e con la capacità di dominare istinto e sentimento. I primi lavori, si vede con chiarezza, si esprimono con una pittura spesso poco definita nel segno grafico e pittorico, le figure presentano sbavature e incertezze, tanto che spesso risultano più interessanti i disegni a matita o a carboncino su carta (anche questi presenti nella mostra).

Poi il segno si fa progressivamente più sicuro, i colori diventano più pastosi, quasi concreti, divientano materia sulla tela.

Si tratta di visioni fantastiche, ma aspre, dure violente. Ligabue rappresenta una natura nella quale i personaggi sono in lotta tra loro e per la sopravvivenza. Questa lotta riguarda certo animali feroci come leopardi, tigri, serpenti, aquile, ma anche animali comuni, da cortile, come galli e galline.

Nei quadri di Ligabue c’è una ricerca di espressività, un tentativo (riuscito) di comunicare emozioni e sentimenti da parte del soggetto principale del quadro. E questo lo si vede sia quando raffigura animali (“La tigre” è emblematico), sia quando realizza (i numerosi) autoritratti.

Credo che la migliore definizione di questo artista sia quella di Sergio Negri, critico d’arte e suo grande estimatore, quando afferma che Ligabue è un “espressionista tragico”.

Totalmente diversa l’opera (e la mostra) dedicata ad Edward Hopper.

La luce è la principale caratteristica della pittura di Hopper e la mostra lo evidenzia in modo ampio, magnifico, dettagliato, preciso.

Questo è lui stesso ad affermarlo con un brano trascritto su uno dei pannelli della mostra: “Forse non sono troppo umano, ma il mio scopo è stato semplicemente quello di dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”.

Per la luce utilizza sia l’olio che l’acquerello. Quest’ultimo, a mio parere, produce sfumature ancora più tenue e regala alla luce ulteriori possibilità e maggiori varchi.

A mio parere, guardando la selezione delle sue opere esposte, ha fatto ben più che “dipingere la luce”; i suoi quadri raccontano brani di territorio, pezzi di inquadrature, attimi di conversazione, fotogrammi di sequenze. E’ conosciuta e riconosciuta la reciproca influenza che i suoi quadri hanno avuto sul cinema e sulla fotografia e che queste hanno avuto sulla sua capacità espressiva.

E’ vero, peraltro, che i suoi quadri infondono in chi li osserva e si attarda ad ammirarli, una vago senso di incomunicabilità, di solitudine.

Questo si esprime benissimo in un suo quadro famosissimo “Secondo piano al sole”, nel quale, sullo sfondo di una casa luminosissima, si distinguono una giovane donna in bikini ed una anziana signora in abito scuro. Sono vicinissime, ma la loro distanza appare subito abissale benché viste da lontano, dalle espressioni indistinguibili, più bozzetti che figure ben definite.

Paesaggi urbani, brani di territorio, case (o pezzi di case), tralicci ed antenne, costruzioni di vario genere sono rappresentate nelle opere di Hopper.

Tutto studiato con precisione, mai frutto del caso o di una superficiale osservazione. Alcuni bozzetti presenti nella mostra, infatti, indicano chiaramente che per ogni quadro l’artista studiava a fondo ogni singolo particolare, la prospettiva, la collocazione delle singole figure, tutto con una precisione estrema, una cura certosina.

Nonostante la sua formazione si sia svolta in europa e il suo dichiarato interesse nei confronti dell’impressionismo europeo (dichiarava apertamente la sua passione per Degas), le sue opere della fase della maturità artistica, sono tipicamente americane.

Lo si vede nella scelta dei paesaggi, delle immagini, dei luoghi e degli “spazi” che descrive nelle sue opere. Ma lo si vede anche nella ricerca di un realismo assoluto che, come ho accennato prima, lo avvicina molto al mondo del cinema e della fotografia.

Peraltro i suoi quadri sono estremamente “statici”, non descrivono azioni, relazioni, movimento. Al contrario ritraggono attimi, momenti, semplici (si fa per dire) istanti di vita.

Insomma due belle mostre che, in qualche modo, con la loro ricchezza espositiva e con il loro grande valore, riscattano e qualificano questo edificio assai discutibile.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in racconto. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...