Italia Minore: Teano

Comincia davvero a piacermi questo girovagare attraverso l’ “Italia Minore”, che ogni volta di più si rivela come un incredibile ed inesauribile scrigno di tesori.

A volte, purtroppo, mal tenuti e peggio utilizzati, spesso chiusi al pubblico o con una gestione (giorni ed orari di apertura) che sembra dettata dall’isteria più che dalla logica di una moderna e corretta fruizione. A volte invece gestiti con saggezza e intelligenza sia quando pesano sulla gestione pubblica, sia quando sono unicamente sostenuti dall’impegno e dalla volontà di singoli o di piccoli gruppi che si organizzano e si strutturano per una migliore e proficua gestione dei beni storici, artistici e culturali del proprio territorio.

In ogni caso, sto scoprendo luoghi e cose assai interessanti ed anche molto belle.

Una recente visita l’ho fatta a Teano, conosciuta perché i libri di storia affermano che qui si incontrarono Garibaldi e Vittorio Emanuele II, definendo così la unificazione della penisola, mentre misconosciuta è la sua storia antica, romana e medievale.

In realtà lo storico incontro del 26 ottobre 1860 non avvenne a Teano, ma nei dintorni, in un luogo in aperta campagna, presso un ponte, e gli storici faticano ancora ad individuarne con precisione la localizzazione esatta.

Noi abbiamo saltato a piè pari la visita del cippo attualmente dedicato a tale incontro, ed abbiamo invece raggiunto l’abitato di Teano del quale avevo letto in precedenza alcuni cenni storici.

La visita, nel bene e nel male, è stata, lo dico subito, superiore alle mie aspettative.

Il territorio era frequentaro già in epoca protostorica; la città fu fondata nel IV secolo a.c. dal popolo dei Sidicini, un gruppo etnico di lingua Osca, affine ai Sanniti (con i quali peraltro ebbe anche duri scontri prima di fondersi con questi).

Alcuni interessanti reperti che abbiamo potuto ammirare nel locale Museo Archeologico, piccolo, ma assai interessante, lasciano supporre, tuttavia, una frequentazione del luogo databile anteriormente (VI secolo a.c.), e riferita all’esistenza di uno o più santuari in zona, preesistenti alla nascita della città.

Si tratta infatti di statuette in terracotta con evidente valore propiziatorio o a carattere votivo: divinità femminili e teste fittili anche di una certa dimensione (ne sono esposte un paio antropomorfe a dimensione reale).

I reperti riferiti al periodo sedicino, sono molto belli, delicati ed assai interessanti, anche perché gli artefatti ed i loro disegni rendono evidente l’esistenza di contatti e scambi con le popolazioni del medio adriatico e della Daunia antica, oltre che, ovviamente, anche con le popolazioni greche e della Magna grecia.

Ma l’opera di maggior pregio, non a caso posta al centro della zona espositiva dedicata a questo periodo storico della città, è una statua femminile di terracotta raffigurante Demetra (Cerere) con un porcellino in braccio. Il panneggio dell’abito della dea è pesante ed a larghe falde che scendono
lungo il corpo; il porcellino, mi pare un elemento importante da segnalare, è un elemento presente esclusivamente nel culto di questa dea. (vedi in https://it.wikipedia.org/wiki/Demetra).

Il culto di Demetra (quasi sempre associata a Kore) era fortemente sentito in Grecia sin dall’epoca micenea, ma è una divinità costante (dea dell’abbondanza, dea dispensatrice, artefice del ciclo delle stagioni, protettrice della terra), in tutte le culture di origine indoeuropee. (ibidem).

I Sidicini combatterono contro Roma (così come le altre popolazioni Sannite), e furono sconfitti. Ma la loro città, divenuta municipio romano, conobbe subito un grande sviluppo con il nome di Teanum Sidicinum. Ottenne persino una propria monetazione. Di questo periodo opulento sono tracce evidenti (conservate anche queste nel Museo), le monete e gli oggetti d’oro offerti alle varie divinità (soprattutto Giunone ed Ercole).

Teanum Sidicinum divenne ben presto la seconda città della Campania (dopo Capua), arrivando a contare oltre 50.000 abitanti (oggi i residenti sono circa 12.000).

Fu un grande periodo si sviluppo urbanistico: la città si estese progressivamente dal colle originario verso la pianura e si arricchì di edifici pubblici: un Foro, strutture termali, un anfiteatro e un teatro.

Quando arriviamo a visitare il Teatro, ormai fuori dall’abitato, ma all’epoca al termine del lungo decumano, l’amara sorpresa. mentre abbiamo trovato un Museo bello, ordinato, pulito, con del personale gentilissimo, qui troviamo tutto chiuso a causa, ci dicono, del rischio di crolli.

Così ci dobbiamo accontentare di qualche foto scattata attraverso le sbarre dell’inferriata che circonda il sito, a quella parte di cavea inferiore ancora esistente e ai ruderi della costruzione di sostegno a quella superiore. Dall’altra parte della strada, pezzi di colonna e blocchi di marmi che costituivano l’abbellimento della poderosa costruzione sono posati a terra, senza alcuna protezione se non quella di una semplice rete metallica che cinge l’area.

Ma torniamo al Museo, dove, oltre ad alcuni dei reperti (i più significativi) provenienti dall’area del Teatro, sono esposti alcuni mosaici, pezzi di statue e altre opere di epoca romana. Al piano superiore una bella mostra sugli usi e le usanze della tavola e della cucina di epoca antica. Oltre a vasi ed anfore dipinte a figure nere e rosse, anche molti oggetti di uso comune come pentole, tegami, piastre di cottura, fornelli.

E’ interessante notare come, insieme a ceramiche dai disegni assai evoluti, molti di fattura greca, con immagini di convivi, di dei e personaggi mitologici, ci fossero anche vasi che riprendevano usi e costumi locali, oppure disegni fantasiosi e di vita comune.

Il Museo è alloggiato in un edificio di epoca medievale definito “la Cavallerizza”; un locale a due navate con volta a crociera, “un edificio civile con originaria funzione pubblica, centro della vita politica, amministrativa e giudiziaria”, ove “si riunivano i nobili preposti alla custodia e alla difesa della città” (così si legge nelle note poste a commento all’ingresso del Museo).

In questa area si era ristretto il paese in epoca medievale, ritraendosi nella parte più antica dell’abitato, stringendosi intorno agli antichi contrafforti al fine di difendersi più facilmente in un periodo divenuto certamente poco tranquillo.

Nel 594 fu infatti espugnata dal duca Arechi I (longobardo) e fu sede di una contea longobarda; dopo aver fatto parte della contea di Capua, fu nuovamente contea indipendente dal 981. Federico II la rese demaniale, successivamente il Papa si impadronì della città, che fu riconquistata nuovamente dall’imperatore ed annessa definitivamente al Regno, del quale seguì le successive vicende.

Ma il ricordo degli antichi fasti rivive ancora percorrendo le strette stradine, i vicoli e le piazze della città: da ogni muro fuoriescono vestigia antiche: qui un blocco di marmo, qui una colonna scanalata, più avanti un brano di mura antiche, poco oltre un pezzo di capitello abbondantemente smussato.

Un peggioramento del tempo ed una pioggia caduta a secchiate ci ha impedito di proseguire e completare il giro della cittadina, cosa che mi riprometto di fare appena possibile in una prossima occasione.

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