Un assaggio di Cilento

Quattro splendide giornate di sole in questa fine di autunno ci hanno permesso un piacevole soggiorno in provincia di Salerno e la possibilità di visitare parte della sua ampia provincia.

Abbiamo visitato Paestum (del cui sito archeologico scrivo a parte), e alcune parti del Cilento delle quali vi racconto nel presente scritto.

Piacevole sorpresa si è rivelata la visita ad Agropoli, primo comune che si incontra avviandosi in questa zona. L’ampio lungomare, costeggiato da costruzioni realizzate nel corso di una prorompente quanto assai poco positiva fase di incremento urbanistico strettamente collegato alle dinamiche turbinose del turismo, non sono state il migliore biglietto da visita nell’approcciarci a questa cittadina.

La sorpresa è invece arrivata quando, sfidando in maniera poco responsabile le limitazioni del traffico, abbiamo raggiunto la sommità della rocca e il Castello Aragonese che qui sorge, circondato da un piccolo ma gradevole borgo fatto di casette fitte ed assiepate tra loro.

In epoca romana Agropoli non era che un piccolo borgo marittimo; assunse maggiore importanza nel VI secolo d.c., quando i bizantini ebbero necessità di avere un approdo sicuro a sud di Salerno e fortificarono la rocca alta sul mare. La rocca divenne presto un castello a difesa dalla espansione longobarda e rimase ai bizantini fino all’882, quando cadde sotto il dominio saraceno, che durò fino al 915. Dopo questa data, Agropoli seguì tutto il corso delle diverse fasi di dominio del mezzogiorno d’Italia, con i normanni, gli svevi, gli angioini e gli aragonesi. Perdette progressivamente di importanza nelle fasi storiche successive. http://www.viviagropoli.it/it/storia-e-cultura.php).

Il castello venne più volte rimaneggiato; l’ultima volta nel corso del XV secolo, sotto i Conti di Sanseverino che gli diedero le forme attuali. (ibidem).

Il castello è ben tenuto, è sede di mostre e di convegni. Vi si accede percorrendo l’antico fossato, da cui parte uno stretto ma comodo terrapieno che porta, più in alto e attraversando un ponticello, alla porta di ingresso; sull’antico portale sono ancora ben visibili le aperture nelle quali si inserivano i meccanismi per alzare ed abbassare il ponte levatoio.

Si gode una vista eccellente dell’intero golfo di Salerno!

Marguerite Yourcenar vi ha ambientato qui parte del suo conturbante racconto “Anna, soror” (in “Come l’acqua che scorre”, Einaudi, 1982). Ma Agropoli è stata descritta anche da Giuseppe Ungaretti nel volume “Viaggio nel Mezzogiorno” (Guida, 1995). Queste le sue parole: “E che cos’è quell’alta rupe che ci appare lastricata fino in cima da campicelli come da un’elegante geometria? E perché l’erba, quasi azzurra su quella rupe, trascolorisce irrequieta, come da un sottopelle di tatuaggio a una scorticatura smaltata? Ne vedrò più tardi l’altra anca, nuda e scabra: è la Punta d’Agropoli, e, come un canguro, sulla sua pancia, nascondendola al mare, porta la sua città: un’unica strada che le case fanno stretta, che bruscamente diventa quasi verticale, e ci offre una prospettiva di gente sparsa in moto.” (da http://www.cilentocultura.it/cultura/ungaret.htm).

I campicelli sono stati assorbiti dalla prepotente speculazione urbanistica di cui ho parlato prima, e lungo la strada si dipana non una “elegante geometria”, ma la diseguale linea degli edifici. Tuttavia la rocca è (fortunatamente) rimasta sostanzialmente intatta ed è ancora una bellezza da visitare.

Al di là dell’abitato nella larga piana di Trentova, punteggiata di case e cascinali ritrovo invece i “campicelli” citati da Ungaretti. Una larga piana in gran parte coltivata, che scende dolcemente verso il mare a formare una baia ampia, dolce e bella, limitata da grossi scogli che si spingono nel mare.

Purtroppo anche su questa bella baia troviamo il cemento: una lunga colata che costituisce la base di alcuni stabilimenti balneari. Incurante di ciò, il mare. calmo e azzurro lambisce con lievi onde la lunga spiaggia.

Ripartiamo da qui per addentrarci all’interno dei monti cilentani diretti a Vatolla, località nella quale soggiornò, ancora giovane e per alcuni anni, Giambattista Vico. Purtroppo, a causa delle errate indicazioni di alcune persone incontrate lungo la strada e di un supporto informatico (il navigatore) scarsamente disponibile ad usare intelligenti deviazioni, abbiamo percorso chilometri salendo e scendendo lungo i fianchi dei rilievi; abbiamo attraversato declivi e percorso creste montagnose. Il tutto su strade simili a tratturi asfaltati, con un fondo stradale, peraltro, spesso rovinato e disconnesso.

Fortunatamente il paesaggio è stato di buona compagnia: lunghi filari di olivi segnano ordinatamente i fianchi dei rilievi, a volte intervallati da altre coltivazioni intensive, a volte accompagnati da alberi da frutta, a volte sostituiti da ampie macchie di boschi, soprattutto querce e larici, qualche pino e qualche abete isolato.

Finalmente giungiamo a Vatolla, 440 metri sul livello del mare, frazione di Perdifumo, quasi al centro della Comunità Montana di Alento Monte Stella. E’ un grazioso paese, la gran parte delle abitazioni sono ancora in pietra, strettissimi vicoli ci conducono al Castello De Vargas (in realtà un palazzo fortificato), attualmente sede della Fondazione Giambattista Vico e del Museo Vichiano.

Qui Giambattista Vico, allora diciottenne e squattrinato, fece da precettore ai quattro figli della famiglia Rocca. Qui visse dal 1686 al 1695 in un “sito bellissimo e di prefettizia aria”, come lui stesso scrisse e la qual cosa noi possiamo confermare ancora oggi.

Qui trascorse il periodo dell’ “autoperfezionamento”, attingendo alla ricca biblioteca; qui scrisse le prime stesure di quello che sarebbe diventato uno dei suoi testi più famosi, “Principi di Scienza Nuova”; qui sembra (almeno ad ascoltare l’anziano custode che ci guida lungo le stanze del museo) si innamorò, ovviamente senza speranza alcuna, della giovane figlia dei Marchesi Rocca.

Noi abbiamo tratto giovamento del luogo con una breve passeggiata e un buon pranzo presso un locale e buon agriturismo.

Lasciata Vatolla, ci dirigiamo nuovamente verso la costa. La nostra meta è Castellabate, un “comune sparso” le cui frazioni si distendono dal centro, che si trova in alto (356 metri sul livello del mare), verso la costa con alcuni borghi prospicienti la riva del piccolo promontorio di Punta Licosa che chiude, a sud, il Golfo di Salerno.

Nella veloce e rapida discesa verso il mare, ci accompagna il rapido cambiamento dell’ambiente circostante: qui prevale progressivamente la macchia mediterranea; i pini si fanno numerosi e fitti, cespugli riempiono il sottobosco, grosse piante di agave spuntano lungo la strada.

Ci fermiamo più volte a fotografare uno splendido paesaggio.

La costa in basso, nonostante le numerose abitazioni realizzate da un turismo aggressivo e poco rispettoso della natura e dell’ambiente, è bellissima. Ampia, larga e piatta.

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Sotto di noi si distende l’abitato di Santa Maria, una volta piccolo borgo di pescatori, ora serie ininterrotta di case e villette di varie e diverse dimensioni. Il borgo antico è ben conservato, nonostante tutto e c’è anche un piccolo museo che conserva anfore e ancore del I secolo, provenienti da una nave romana ritrovata nel mare antistante.

Incombe la sera. Nonostante questa fine di autunno ci abbia regalato belle giornate, il sole è ormai al tramonto e dobbiamo rinunciare a proseguire il nostro viaggio lungo le coste del Cilento. Ci ripromettiamo di farlo al più presto.

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