Paestum

Potrebbe sembrare ozioso parlare di questo splendido sito archeologico conosciuto ed apprezzato ovunque; potrebbe persino sembrare ripetitivo percorrere i sentieri e le strade compresi tra questi ruderi le cui foto sono presenti in tanti libri di storia, di arte e di archeologia.

Tuttavia ritengo opportuno farlo perché, in occasione di una rinnovata visita a questo sito, ho trovato nuove ed ulteriori occasioni di conoscenza e di riflessione che proverò a comunicarvi in questo mio scritto.

Più che descrivervi luoghi, templi e monumenti, cosa che potrete trovare meglio elaborata in un libro dell’arte o in una buona guida turistica, intendo soffermarmi su alcune questioni, forse di minore importanza, ma che hanno stuzzicato la mia curiosità e che, credo, potrebbero essere interessanti anche per chi mi legge.

Il territorio su cui sorse la colonia della Magna Grecia intitolata a Poseidone da cittadini provenienti da Sibari, era abitato da una popolazione locale, gli Enotri, di incerta provenienza. Era probabilmente loro il tempio che i sibariti fecero proprio, posizionato presso quelle che erano allora le foci del Sele, e che dedicarono ad Hera.

Vicenda complessa quella di questo tempio, probabilmente abbandonato a causa delle frequenti inondazioni. Inondazioni continuate anche di recente, visto che, come ci spiega la signora che ci accoglie alla biglietteria dell’area archeologica di Paestum, il Museo Narrante realizzato nei pressi, è stato danneggiato per ben due volte dall’innalzamento delle acque ed è, oggi, chiuso al pubblico, nonostante le ripetute spese per il suo riattamento.

La fondazione di Paestum avvenne molto probabilmente da parte di fuoriusciti sibariti che qui giunsero tramite le vie interne che collegavano questa piana allo Jonio intorno al VII secolo a.c. L’insediamento originario registrò un immediato sviluppo grazie ai commerci intrapresi sia via terra con le popolazioni dell’interno, che via mare con le popolazioni greche, etrusche e latine.

Uno sviluppo che poteva contare sull’allentarsi della presenza etrusca che aveva fino ad allora fortemente influenzato e condizionato gran parte della campania alla destra del Sele. Lo sviluppo fu così rapido da portare in quegli anni alla realizzazione della cinta muraria e alla edificazione di quegli splendidi templi le cui rovine ancor oggi possiamo ammirare. E’ del 550 a.c. la costruzione della cosiddetta Basilica, del 500 la costruzione del cosiddetto Tempio di Cerere, del 450 quella del cosiddetto Tempio di Nettuno, il più grande e il meglio conservato dell’intera area.

Ho scritto “cosiddetti”, perché studi recenti indicano che le destinazioni di questi templi fossero diverse da quelle cui si è pensato per lungo tempo e che sono state alla base della loro denominazione.

In un primo momento si era pensato che la Basilica fosse dedicata a Demetra e Persefone, si è scoperto invece che era dedicato ad Hera.

Quest’ultima era una delle divinità più importanti. Figlia di Crono e Rea, sorella e moglie di Zeus, era considerata la sovrana dell’Olimpo.

Era la dea del matrimonio e della fedeltà coniugale. Era spesso ritratta come una figura maestosa e solenne. Nella mitologia romana divenne la dea Giunone, con il tempo protettrice dello stato e quindi tenuta in grandissima considerazione.

Anche il Tempio di Poseidone sembra fosse dedicato in realtà a Hera e Zeus. Questo tempio ha una struttura assai interessante e assai ben conservata, tanto da permettere attenti studi circa gli accorgimenti adottati per offrire all’occhio umano una dimensione di agilità e snellezza, pur in presenza di edificio così massiccio. Molti gli accorgimenti adottati: le colonne si assottigliano verso l’alto in misura considerevole, il numero delle scanalature delle colonne (24 invece delle 20 tradizionali), la convessità della trabeazione.

Infine il Tempio di Cerere, che, sembra, fosse invece dedicato ad Atena (dea della sapienza) ed è collocata in posizione diametralmente opposta ai primi due templi.

Ma al di là delle attribuzioni, resta l’incredibile fascino che queste costruzioni esercitano sull’animo umano e il sentimento di incredibile coinvolgimento emotivo che si prova girovagando tra le grandi rovine di questa area archeologica.

In particolare quando si ammira l’interno di questi templi, ed in particolare l’elegante struttura del Tempio di Poseidone, con il doppio ordine di colonne sovrapposte: grandi e massicce le inferiori, più agili, corte e snelle quelle superiori.

Attualmente è possibile, giusta decisione del nuovo direttore del complesso monumentale, entrare all’interno dei templi; la vista è sicuramente migliore e si possono meglio apprezzare particolari, angoli, parti delle quali prima era più difficile godere.

Non è l’unica innovazione realizzata da questo nuovo direttore. Provo a chiedere a un addetto dell’area archeologica come si comporta; la sua risposta, dopo un attimo di esitazione è: “E’ un tedesco”. Detto senza enfasi retorica e, mi è parso, privo di una significativa accezione critica. Il che mi fa intuire che, forse, le cose funzionano meglio che in precedenza.

Ad ogni modo Passeggiare nell’area archeologica di Paestum è fantastico.

Gustare le visibili ed importanti modifiche apportate alla struttura dell’abitato e alle stesse abitazioni in epoca romana è una interessante esperienza.

Sulla destra il grande Foro che modifica l’assetto precedente, sulla sinistra i resti di una abitazione romana della quale è ben conservato l’impluvio, ma sono anche distinguibili i “cubicula”, ed ancora più avanti il sacello ipogeo. Quest’ultimo è di grande importanza perché probabilmente questa era la sepoltura di qualche eroe mitologico cui si faceva ascendere la fondazione della città; ma è anche interessante perché la sua struttura arcaica e il suo valore sacro non conobbero interruzioni dalla fondazione della città fino a tutto il periodo romano.

Molti altri reperti sono presenti nell’area archeologica, così come nel vicino e ben ordinato museo archeologico. Statue, vasi bronzei, metope, sculture, arredi funerari, tutti provenienti dagli scavi della zona circostante; in alcuni casi recuperati a danno di tombaroli o anche rubati e recuperati.

Fra i reperti più importanti vi sono senza dubbio, a mio parere, le tombe dalle pareti interne dipinte e fra queste la conosciutissima Tomba del Tuffatore” che è l’emblema del museo.

Opere e raffigurazioni che hanno un grande valore archeologico ed antropologico, ma che, secondo me, hanno anche un valore artistico di grande rilievo.

Guardare infatti quei disegni evoluti, quegli affreschi di vita quotidiana, quelle figure dai segni a volte sfuggenti, a volte ben definiti, osservare la qualità dei colori, registrare l’incredibile inventiva di figure e composizione lascia assolutamente stupefatti.

E osservare l’immagine del tuffatore che, ad occhi aperti si lancia nell’acqua, oltre a richiamare simbolicamente il passaggio dalla vita alla morte, la dice lunga sulla sensibilità degli artisti e sulla loro capacità di raffigurazione. Stigmatizzare e incasellare rigidamente le forme dell’arte secondo periodizzazioni troppo strette e utilizzando categorie rigide e definizioni poco flessibili, non solo non aiuta la comprensione di quanto avvenuto nel passato, ma non fa neppure apprezzare appieno quegli elementi di gusto e di bellezza che sono i tratti tipici della qualità di un artista e delle sue opere. E, nel caso specifico, quei pochi tratti sono magnifici.

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