In piedi!

Bell’articolo di Riccardo Petrella pubblicato qualche giorno fa su “il manifesto” (In piedi, esseri umani, la povertà è un furto, “il manifesto”, 5 gennaio 2017).

Un articolo carico di forte emotività e di passione vibrante, seppure cementata da una solida e concreta osservazione dei processi predatori messi in campo dal capitalismo finanziario che tiranneggiano e colpiscono tanto il sud del mondo (asia, africa, etc.) mettendo in moto processi migratori di popolazioni dalle dimensioni bibliche; sia il nord del mondo, marginalizzando ed impoverendo progressivamente strati sempre più ampi di popolazione.

Nè si sottrae alla fondamentale domanda sul “che fare”.

“Il fattore più critico alla base di quel che sta succedendo strutturalmente è il sistema finanziario creatosi nel corso degli ultimi quarant’anni. L’obbiettivo principale, integrante tutto il resto, deve essere la demolizione di detto sistema. Tutto vi si rapporta: il tempo, lo spazio, la conoscenza, la tecnologia, i desideri, le cupidigie, la violenza, il potere, la negazione dei diritti, lo sgretolamento delle comunità umane, l’asservimento dell’umanità.” (cit.)

“ Anche se sembra irrealizzabile, è necessario promuovere una coscienza ed una volontà coordinate di azioni contro i derivati, la finanza algoritmi al millesimo di secondo, la speculazione e i paradisi fiscali, il segreto bancario, l’incompetenza e la furfanteria delle banche, le grandi concentrazioni bancarie e la banca totale, l’esistenza e il potere delle agenzie di racing, gli inciuci tra soggetti finanziari e organismi dediti al governo delle attività e servizi pubblici quali gli ospedali, l’educazione, l’università, la ricerca scientifica, contro la finanziarizzazione criminale della dell’economia, per la ricostruzione delle casse di risparmio pubbliche locali e la separazione tra attività di risparmio e attività di reddito e la loro regolazione funzionale, contro l’indipendenza politica della Bce e delle altre banche centrali, per una nuova generazione di finanza cooperativa e mutualistica, per le monete locali e la demonetizzazione dei beni e servizi pubblici essenziali per la vita, per il primato del potere politico eletto e partecipato sul dominio oligarchico di soggetti finanziari privati mondiali.”(cit.)

Mi scuso per aver riportato un così ampio brano, ma mi pareva il modo migliore per riassumere l’obbiettivo grande ed ambizioso che abbiamo di fronte, e per introdurre l’argomento che intendo affrontare con questo scritto e cioè con quali forze intendiamo ingaggiare questa biblica (o epica) battaglia.

Da un lato ci sono le rappresentanze politiche di forze ed organizzazioni che, in vario modo, hanno catalizzato il consenso popolare per rinsaldare una base elettorale che li vede presenti nel panorama politico nazionale, europeo e mondiale in funzione dominante, alleata o subalterna al capitalismo finanziario, alle sue logiche, alle sue scelte, alle sue determinazioni.

Dall’altra una dispersa e disorganizzata “area” di contestazione, di disapprovazione e di dissenso che, nonostante il tempo trascorso, nonostante le esperienze e le lotte organizzate, nonostante le diffuse aree di conflitto che sono state messe in campo continua a rimanere rachitica ed afona rispetto ai processi in atto, alle contraddizioni feroci da questi processi determinate, incapace di agire, di organizzarsi e di reagire.

Solo qualche giorno fa, alla vigilia di Capodanno, una intera pagina serviva, sempre a “il manifesto”, per riassumere “Appuntamenti, congressi, tesseramenti, rivoluzioni in famiglia” della variegata galassia della sinistra (o di centro-sinistra), previsti nei prossimi mesi. (Il calendario 2017. Qualche memo per inizio d’anno, “il manifesto”, 31 dicembre 2016).

L’esatto contrario, io credo, di ciò che sarebbe invece utile e necessario nella attuale situazione, confusa, contraddittoria e fin troppo articolata.

Come ha scritto Alfonso Gianni, “Il soggetto dubitante dovrebbe essere ciò che ancora non c’è, una nuova formazione di sinistra dotata di autonomia di pensiero e di sufficiente massa critica. In compenso ce ne sono diverse, forse troppe, tutte prive delle doti di cui sopra e ciascuna già indirizzata lungo un percorso proprio che non contempla neppure il parlarsi reciproco.” (La ricostruzione della sinistra nasce dal popolo della Costituzione, “il manifesto”, sabato 7 gennaio 2017).

In questa situazione quali speranze abbiamo?

Eppure il referendum ha dimostrato che i cittadini, quando si sentono coinvolti in scelte decisive per il loro futuro, rispondono e rispondono con saggezza e convinta partecipazione.

Dividersi in base a dannosi personalismi, a volontà individuali di emergere e di affermarsi, secondo interessi più o meno nobili, ma comunque legati a piccoli gruppi, quando invece il respiro dell’iniziativa dovrebbe essere ben diverso, mi pare assai dannoso ed irresponsabile.

Necessario sarebbe quell’alzarsi in piedi, di massa e di masse che propugna Petrella.

La domanda che continuo a pormi e che pongo in questo scritto è dunque, come ho avuto modo di scrivere più volte: di fronte alla impossibilità, o comunque alla difficoltà di una “reductio ad unum”, non è meglio lavorare per individuare, stante le diverse forme e strutture organizzative esistenti o in formazione, un terreno comune, uno spazio comune, un orizzonte comune al fine di orientare in una direzione univoca i diversi movimenti sparsi, ma vivaci ed attivi sul territorio, le diverse e variegate esperienze che sono state costruite e si costruiscono in diverse realtà, la miriade di esperienze che si coagulano intorno a questioni di vario genere e tipo?

In aritmetica il Massimo Comune Divisore è il numero più piccolo, che però è presente in tutte le cifre prese in considerazione. E’ malvagio porsi questo obbiettivo?

D’altra parte è anche vero che senza una analisi, un pensiero forte, una teoria, non c’è rivoluzione (chiedo scusa per questa volgare bignamizzazione del pensiero di Lukàcs). E questo oggi non c’è, a meno di non voler far assurgere a tale livello pensieri e proposte politiciste che attraversano l’attuale dibattito nella sinistra.

Anzi, molto spesso neppure questo accade.

Il “partito” novecentesco, così come lo abbiamo conosciuto e frequentato non esiste più e, ritengo, sarà assai difficile e problematico ricostruirlo. Si aprono spazi ed orizzonti a livello sovranazionale, mai indagati ed analizzati.

Non credo che mai più, dalle cime del Resegone, qualcuno potrà tornare a veder sventolare le bandiere rosse sulle fabbriche occupate (quantomeno perché non ci sono più le fabbriche).

Dunque, perché incarognirsi ed ostinarsi nella celebrazione del proprio piccolo e limitato giardino, e non piuttosto stabilire, cercare, attuare relazioni positive con coloro che abitano i giardini vicini?

Io spero, mi auguro che non debbano passare troppe generazioni affinché un ragionamento di questo genere prenda piede con consapevolezza e convinzione. Temo che non sia più un obbiettivo, un orizzonte che potremo riuscire a realizzare noi, anziani ed ormai invecchiati protagonisti di un “movimento” che non c’è più. Ma temo anche che non lo sia anche per la generazione che immediatamente ci segue, ugualmente coinvolta (per nostra responsabilità) in logiche inattuali e inapplicabili.

Spero, ovviamente, di sbagliare.

Ma, nell’occhiello di quell’articolo de “il manifesto” del 31 dicembre che prima citavo e che elencava le diverse e differenti iniziative dei vari gruppi di sinistra, era scritto, ironicamente forse, ma non tanto, “Solo per aficionados”.

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