Costantino – 1

Chiunque di voi abbia visitato il complesso della Basilica di San Pietro a Roma, avrà sicuramente avuto modo di vedere la statua equestre di Costantino, opera del Bernini, posta all’inizio della conosciuta, famosa e bellissima Scala Regia, la imponente rampa che da accesso ai Palazzi Apostolici del Vaticano.

La scala diede grande fama e lustro al Bernini; polemiche e discussioni suscitò, al contrario, la statua di Costantino, la cui primaria collocazione doveva essere all’interno della basilica stessa di San Pietro e poi sistemata nella attuale collocazione forse a simboleggiare, lì, proprio nel luogo di congiunzione tra la Basilica e i Palazzi Vaticani, la connessione tra potenza spirituale e potere temporale del papato.

Un potere temporale per il quale il papato aveva un indubbio debito nei confronti dell’imperatore Cosantino.

La statua, per la cui ricollocazione il Bernini, tra l’altro, inventò un abbondante drappeggio e una massiccia coronatura, fu oggetto di numerose polemiche circa la qualità dell’opera, la sua collocazione, la sua forma, la sua visibilità, e persino per l’assenza di ogni riferimento alla folgorazione ricevuta dall’imperatore alla vigilia della importante vittoria di Ponte Milvio (la scritta “In hoc signo vinces” fu collocata, insieme ad una croce, al di sopra dell’opera solo successivamente). All’epoca si registrarono persino motteggi irridenti ed un sonetto critico nei confronti dell’opera.

Il tutto riferito ad una figura, quella di Costantino, che ha un ruolo preminente nella chiesa, tanto da essere considerato “simile agli apostoli” ed “onorato” sia dalla Chiesa Cattolica che da quella Ortodossa.

Ho voluto ricordare questa “querelle” relativa alla statua del Bernini, perché, nella lettura del ponderoso volume dello storico Alessandro Barbero (Costantino il Vincitore, Salerno Editrice, Roma, 2016, pagg.850), di questione irrisolte, di palesi contraddizioni, di significative mistificazioni relative alla vita, alle opere e alle azioni di questo importante imperatore, ne emergono molte e di notevole valore e significato.

E, come fa notare l’autore, molte di queste sono purtroppo conseguenza di letture contraddittorie o parziali, anche quando sono frutto del lavoro di avveduti ed acuti storici.

Da quanto ho avuto modo di capire e da quanto ho letto finora, sembra permanere un atteggiamento reverenziale e deferente nei confronti di Costantino, anche laddove la storia ha ampiamente dimostrato l’inattendibilità (o anche la falsità) dell’esegesi riferita a questo imperatore. Valga un esempio per tutti, il famoso “Editto di Milano”, la presunta promulgazione della libertà di culto per i cristiani che la vulgata vuole emesso da Costantino; laddove è ormai dimostrato ed acquisito da tutti gli storici che non fu un editto, non fu promulgato a Milano e che l’artefice ne fu Licinio (sodale con Costantino nella gestione dell’Impero per alcuni anni).

Ma di situazioni come questa ne ho incontrate altre nel corso della lettura di questo testo ponderoso. Di alcune ve ne darò conto nel presente scritto; di altre in successivi di analogo argomento, sperando di suscitare il vostro interesse e la vostra curiosità.

Alcune delle cose lette hanno il sapore di curiosità estemporanee, come il fatto che Costantino è “un personaggio che in conversazioni private fra studiosi capita ancora sentir definire un gran figlio di puttana”. (cit. pag.10).

Ed è questa la mia intenzione nel presente caso: non fare il riassunto di questo studio (sarebbe quantomeno ridicolo), quanto trasmettervi alcune curiosità incontrate nella lettura del testo.

Relativamente a Costantino esistono, nel panorama della storiografia contemporanea, diversi e differenti profili: da quello di propugnatore di una primigenea fede cristiana, a quella dell’imperatore sanguinario, da quella dello scaltro politico a quella dell’acuto legislatore. Probabilmente non c’è da sceglierne una sola tra queste (o anche di altre che ne emergono tra le tante sue biografie); probabilmente la migliore ( o più opportuna) valutazione del lungo periodo storico segnato dalla sua presenza e dalla sua opera, comprende tutti questi aspetti, variamente intrecciati tra loro e comunque tutti concorrono a definire un personaggio di una elevata statura e di notevole rilevanza per la storia politica, economica e sociale del tempo e di molti altri anni a venire dopo il suo dominio.

Il pregio del volume di Barberio è di affidarsi ai testi, coevi e successivi, relativi alla figura di Costantino, dei quali fa attenta analisi, riproponendone altresì le diverse letture fatte da storici diversi. Inoltre utilizza, oltre alle fonti bibliografiche e agli scritti degli storici, anche altre fonti quali le monete, le statue, i cippi, le dediche e ogni altra nozione derivative da studiosi operanti in altri campi quali l’arte, la statuaria, la numismatica, ecc. Tutto questo concorre, a mio parere, a dare una visione più complessiva e completa della figura e dell’opera di questo imperatore.

Qui voglio subito soffermarmi su un punto, a mio parere importante, di una delle poche fonti coeve esistenti, dal quale si possono trarre interessanti conclusioni.

Si tratta di un panegirico del 313, scritto (e presentato) quindi all’indomani della vittoria di Costantino su Massenzio.

Si tratta di un panegirico, dove è evidente l’intento adulatorio; inoltre è stato elaborato a Treviri, nella Gallia, lontano da Roma. Tuttavia, al netto di questi evidenti “limiti”, ciò che lo rende estremamente importante, è che viene presentato proprio a ridosso degli eventi che hanno visto il trionfo di Costantino.

Ciò che ho trovato estremamente interessante ed anche curioso, è che in questo testo non c’è alcun accenno al famoso “sogno” di Costantino. Infatti, l’oratore, “…non ha mai sentito parlare né di un sogno né di una visione, né di crittogrammi dipinti sugli scudi dei soldati, né di croci apparse in cielo sotto gli occhi dell’intero esercito.” (cit. pag.46).

Ognuno di questi elementi, che nella agiografia successiva daranno vanto e splendore alla figura dell’imperatore, sono totalmente assenti. Nè si può pensare ad omissioni da parte dell’oratore, in quanto, nel panegirico, viene dato grande valore alla impresa di Costantino, che assume un valore quasi “divino”, e la cui vittoria viene associata ad un intervento “miracoloso”.

“Questo silenzio è tanto più significativo in quanto l’oratore dà assolutamente per scontato che le potenze celesti abbiano guidato e aiutato l’imperatore.” (ibidem).

Dunque si può concludere che tutti i coloriti aspetti e le visioni che verranno riportati in successivi testi e biografie o nelle opere d’arte realizzate nel corso dei secoli successivi (dal “Sogno di Costantino” di Piero della Francesca nella Basilica di San Francesco ad Arezzo, fino alla citata statua del Bernini in San Pietro a Roma), non siano altro che abbellimenti, aggiunte ed orpelli che la tradizione cristiana e particolarmente quella cattolica, hanno voluto attribuire all’imperatore, soprattutto in virtù e come riconoscimento di un debito assai sostanzioso nei suoi confronti.

Che questo debito fosse cospicuo lo vedremo nei prossimi scritti, quando vi racconterò, riportando indicazioni e testi, delle azioni e degli atti messi in campo da Costantino a sostegno del nascente cristianesimo e, soprattutto, di quegli atti che sono stati la base dell’affermazione del potere (spirituale e temporale) della chiesa.

Un potere che, nel bene e nel male, ha segnato profondamente la storia dell’occidente e che ancora oggi profondamente segna la nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni, e, spesso, anche i nostri comportamenti e il nostro agire sociale.

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