Costantino – 2

Le azioni e le gesta della “famiglia” costantiniana troverebbero spazio in una delle tragedie shackespiriane.

Per raggiungere il potere imperiale, Costantino uccise prima il (sarebbe più corretto dire un) suocero imperatore e poi due cognati anch’essi imperatori. I suoi figli diedero vita ad una lotta fratricida, tutti impegnati ad eliminarsi a vicenda, insieme ai vari nipoti, fino a che ne sopravvisse uno solo.

Ma di questo vi parlerò più avanti.

Voglio invece soffermarmi ancora sulla questione del “sogno” di Costantino, la visione della croce nella notte precedente alla battaglia di Ponte Milvio che lo portò alla clamorosa vittoria su Massenzio.

Il testo di Barbero (Costantino il Vincitore, Salerno Editrice, Roma, 2016, pagg.850), annota come tutta la storia sia costellata di “visioni” da parte di imperatori, re e governanti alla vigilia di eventi o imprese particolarmente significative. Varie fonti ne attribuiscono 6 a Cesare, 6 a Ottaviano, 6 a Nerone, 4 ad Adriano, 9 a Settimio Severo e così via. Del resto, anche la storia precedente e successiva ne è infarcita: solo per citare alcuni esempi possiamo ricordare (nel corso della guerra tra Roma e la Lega Laziale) la visone dei Dioscuri, numi tutelari dei laziali, visti abbeverare i loro cavalli ad una fontana di Roma, quale suggello all’affermazione di quest’ultima; oppure il “sogno” della nevicata del 5 agosto del 358, che fu alla base della individuazione del luogo ove costruire la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Tuttavia, nel caso di Costantino, si verifica una notevole, grande e consistente attenzione da parte degli storici, nel ricercare fonti (anche di carattere scientifico), atte a confermare o confutare l’effettivo verificarsi di fenomeni atmosferici in grado di giustificare o sostenere la “visione” dell’imperatore.

“Gli dei apparivano continuamente agli imperatori romani, e in genere gli studiosi non ritengono di doversi chiedere se quelle apparizioni si siano verificate davvero: è inquietante che nel caso di Costantino la storiografia sia invece così ansiosa di potervi riconoscere un nocciolo di autenticità.” (cit. pag.42).

Un’altra curiosità circa l’adesione di Costantino alla fede cristiana è quella relativa alla celebrazione (o meno) dei riti pagani all’indomani della vittoria su Massenzio.

Sempre assumendo la fonte offerta dalla trascrizione del panegirico del 313, alcuni storici, verificando l’assenza di riferimenti a sacrifici sul Campidoglio per celebrare la vittoria conseguita, sostengono la tesi di un deciso allontanamento dell’imperatore dal paganesimo.

La mancanza di riferimenti a questi rituali sacrifici (comunque non vincolanti per leggi o norme), costituisce sicuramente una omissione importante, ma questo non può automaticamente far dedurre che Costantino avesse abbandonato l’antica fede.

Infatti, oltre al fatto che una omissione non può, di per sé, costituire elemento valutativo, nel testo del panegirico viene espressamente descritta l’iniziativa di purificazione dei quartieri abitati da Massenzio. “…Costantino fece…purificare le sacre aedes e vi celebrò sacrifici espiatori prima di prenderne possesso.” (cit., pag.51).

Inoltre Barbero riporta come, da una fonte più tarda, relativa alla fondazione di Costantinopoli, “…l’imperatore, per sottolineare il parallelo con Roma, edificò un Capitolium con tanto di tempio dedicato a Giove Capitolino” (cit. pag.53).

Insomma elementi che confermano la complessità della personalità e nel comportamento dell’imperatore, cui vanno decisamente strette le forme esegetiche entro cui commentatori e storici interessati unicamente alla glorificazione della sua fede cristiana vorrebbero costringerlo.

Ma cominciamo ad approfondire la questione del “sogno” e del “segno”.

Qui utilizziamo un testo scritto dopo il 313 e prima del 316, da un retore cristiano, Lattanzio (per i più curiosi, il suo nome completo era Lucio Cecilio Firmiano); l’opera ha per titolo “De mortibus persecutorum”, e tratta delle complesse vicende svoltesi in quel periodo storico, fino all’affermarsi dei due grandi condottieri (e imperatori) Costantino e Licinio.

Tralasciando le complesse vicende narrate in questo testo a proposito dei conflitti che si susseguirono all’interno dell’impero e che videro alternarsi battaglie, conflitti, contrapposizioni tra i diversi protagonisti con numerosi scontri e grandi spargimenti di sangue in diversi luoghi del vasto impero, mi interessa concentrare l’attenzione sulle vicende relative al famoso “segno” che Costantino vide e fece imprimere sugli scudi (o sulle insegne) dei suoi soldati.

E’ utile, in premessa, ricordare tre cose: che Lattanzio è un retore cristiano, il primo che si occupa di tale vicenda; che vive e scrive a Nicomedia, importante località dell’Anatolia e quindi molto più lontana (per distanza e mentalità) da Treviri (dove era stato elaborato il panegirico del 313 del quale abbiamo parlato precedentemente); che in questo caso l’elemento di deferenza e rispetto nei confronti di Costantino si accompagna all’interesse concreto di essere, Lattanzio, precettore del figlio dell’imperatore.

Ma veniamo al punto: in questa opera si trova, e per la prima volta, il riferimento esplicito al sogno di Costantino.

Riporto qui l’intero brano del volume di Barbero. “Costantino fu avvertito nel sonno (commonitus est in quiete) di far mettere sugli scudi il “caeleste signum Dei”, e attaccare battaglia. Al risveglio fece quel che gli era stato ordinato: sugli scudi dei soldati fu “simboleggiato Cristo” (Christum in scusi notat). La descrizione di quel che Lattanzio dà di quel che sarebbe stato effettivamente dipinto sugli scudi è celebre per la sua scarsa chiarezza: “transversa X littera, sommo capite circumflexo”, una X messa di traverso, col vertice arrotondato.” (cit. pag.79).

Su queste poche frasi si è sviluppata una lunga ed annosa discussione storiografica che ancora non trova un punto di sintesi.

C’è infatti chi, secondo l’interpretazione tradizionale, parla del cristogramma composto dalle lettere X e P sovrapposte. Questa tesi ha il vantaggio di poter fare riferimento ad alcune (poche) riproduzioni di questo simbolo su alcune monete (in realtà la sua diffusione ampia si avrà solo nel secolo successivo). Ma c’è anche chi parla di uno staurogramma, e cioè di una T e una P sovrapposte, ma anche questo simbolo fu adottato solo successivamente dal cristianesimo. Al contrario risultano testimonianze che sia cristogrammi che staurogrammi fossero usati già precedentemente in ambienti pagani “come una specie di portafortuna”. Ci sono, infine, studiosi che parlano di simboli solari, nell’ambito del culto del Sole.

Di certo è che volendo utilizzare l’iconografia del tempo, nulla di tutto questo si percepisce dalla osservazione dei bassorilievi riportati sull’arco commemorativo di Costantino, inaugurato nel 315 a Roma, e dedicato proprio alla vittoria su Massenzio, dove pure sono rappresentati, e ben riconoscibili, gli scudi di diverse legioni.

A me personalmente, tra tutte queste interpretazioni, quella più intrigante mi sembra quella secondo cui “…Costantino abbia adottato un simbolo che non implicava una scelta militante né in una direzione né nell’altra, ma era piuttosto capace di attirare cristiani e pagani, di evocare Cristo e il Sole, in una prospettiva di sconfessione delle persecuzioni e di ricerca della concordia religiosa.” (cit. pag.80).

Ma su questa vicenda torneremo ancora.

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