Lo scopone scientifico

Sparigliare è una delle “regole” dello scopone scientifico, forse una delle più semplici, ma assai importante.

Il cartaro (e il suo compagno), devono cercare di “prendere” le carte in coppia (5 con 5, dieci con dieci, ecc.). Al contrario gli altri due giocatori devono cercare di “sparigliare (con il 7 si prende il 5 più il due, con il dieci il sei più il quattro, ecc.).

Non si tratta di prendere più carte, bensì di modificare il gioco, evitando per chi è di mano, di “mettersi sotto scopa” nei confronti degli avversari.

Secondo Chitarrella questa è addirittura una “regola fondamentale”, pubblicata su uno dei due “Codici” del 1840 (?), due raccolte di regole relative ai giochi di carte: tressette e scopone. (https://giochistars.it/scopone-scientifico/regole-scopone-scientifico/).

In verità di Chitarrella non si hanno precise notizie biografiche; sembra anzi che i due “Codici”, scritti in latino, siano opera di autori diversi e scritti in ambienti differenti. La “vulgata”, tuttavia, attribuisce entrambi i “Codici” ad un non meglio specificato Chitarrella, che ha finito per essere identificato con un sacerdote o un monaco domenicano. https://it.wikipedia.org/wiki/Codice_di_Chitarrella).

Mi pare del tutto evidente che l’intervento di Massimo D’Alema, in questi giorni, abbia sparigliato, sia nel PD che nel “campo” della sinistra.

Precisiamo: da molto tempo la mia strada è divergente rispetto a quella di D’Alema. Sin dalla “svolta della Bolognina” e dall’ultima fase della vita del Partito Comunista Italiano, le mie posizioni sono state radicalmente e progressivamente divergenti. Non mi sono mai tesserato al PDS, né alle successive filiazioni che hanno condotto gli “avanzi” di quel partito alla attuale deriva.

Ritengo, inoltre, che D’Alema sia corresponsabile di quel progressivo processo di disgregazione e di involuzione che ha portato alle attuali scelte del Partito Democratico; scelte che vanno contro gli interessi dei lavoratori, dei giovani, delle donne e di larga parte della compagine sociale popolare di questo paese.

Penso infine che D’Alema sia responsabile, in prima persona, e insieme ad altri di quel drammatico scivolamento che ci ha portati a partecipare a iniziative terribili, come la guerra nella ex Iugoslavia, e ad essere succubi di scelte assolutamente sbagliate che ci hanno condotto ad essere totalmente sottomessi alle scelte improvvide del capitalismo finanziario dominante e alle conseguenze di una politica europea di austerità e di dominio sui più deboli.

E’ quindi priva di qualsiasi codina acquiescenza il mio ribadire che l’intervento di D’Alema scompagina scenari e scelte sulle quali la sinistra (o almeno una parte di essa), si trova oggi a discutere.

Li scompagina nel PD, dove la minoranza bersaniana (simpaticamente legata ai “penultimatum), ritrova almeno la voce per parlare; ed al contempo nelle variegate e disarmanti “transustanziazioni” di livello regionale nelle quali questo partito si è trasformato (vedi Emiliano, o anche Rossi), con una incredibile confusione di ruoli tra direzione del partito e direzione delle Regioni.

Con questa mossa, forte dell’aver avuto il coraggio di “mettere la faccia”, forse l’unico della sua levatura, durante la campagna referendaria a favore del No alle riforme renziane, ha trovato il modo per riproporre le sue argomentazioni con una significativa e riconosciuta risonanza.

Non so se riusciranno a dare forza e consistenza ad una difforme e variegata platea di interlocutori finora afoni e dispersi, ma certamente, come dimostrano le coorti di aficionados che hanno invaso la storica sede dei Frentani, ha trovato orecchie attente e disponibilità crescenti nei territori, peraltro tra persone e forze che si erano già coordinate ed organizzate durante la stessa campagna referendaria.

Ma ha riaperto la partita anche nella sinistra. “La sindrome della divisione che sembra aver colpito Sinistra Italiana, proprio alla vigilia del congresso che avrebbe dovuto celebrarne la fondazione come il partito nuovo dell’alternativa, è un pessimo segnale.” (Norma Rangieri, il Manifesto, giovedì 2 febbraio).

“Proprio nel momento di maggiore crisi del PD, Sinistra Italiana sembra smarrire anche la bussola. E anziché andare a un confronto congressuale con tanta legna al fuoco, anziché misurarsi con l’aspettativa sociale che pretenderebbe una sinistra larga e coinvolgente, programmatica e credibile (…) si ritrova a parlare di tessere e di leadership.” (ibidem).

Con i migliori auguri di riuscire a superare questa delicata e difficile situazione, è indubbio che le affermazioni di D’Alema sembra abbiano aperto una breccia non di poco conto nella discussione che, fino a poco tempo fa, sembrava avviarsi ad una tranquilla conclusione, seppure con “una visibilità fin qui mancata” (Cofferati, il Manifesto, venerdì 3 febbraio). Tanto è vero che è dovuto intervenire Vendola, per cercare di tenere i lembi strappati del costituendo partito.

In tutto ciò si rileggono, in trasparenza, vecchie logiche, o meglio logiche tradizionali, appartenenti agli schemi e alle procedure (purtroppo degenerate), delle esperienze dei partiti novecenteschi, secondo direttrici che, come ho avuto modo di scrivere più volte e di ragionarci anche più recentemente, non credo corrispondano più alle esigenze, ai bisogni, alle domande di una società civile che ha registrato dinamiche assai diverse.

Una “politica politicante” cui si riferisce, con acute osservazioni, Paolo Favilli (il Manifesto, venerdì 3 febbraio), che purtroppo, a mio modo di vedere, diventa conseguenza di logiche e scelte non più attuali e valide.

Per chi ne avesse voglia e tempo, nel mio blog troverà numerosi interventi sull’argomento: da “Il Corvo” del marzo 2015 (https://michelecasa.wordpress.com/2015/03/20/il-corvo-1a-parte/, e https://michelecasa.wordpress.com/2015/03/20/il-corvo-2a-parte/), fino a “In piedi!”, del gennaio di questo anno (https://michelecasa.wordpress.com/2017/01/09/in-piedi/)

Utile sarebbe stata la ricerca di una ampia convergenza di forze, capaci di andare al di là delle singole appartenenze. Una rete di obbiettivi convergenti e unificanti che mettesse insieme volontà di organizzazioni, movimenti, gruppi ed anche di singole figure, attualmente “apatridi”, ma sicuramente appartenenti al campo della sinistra, avrebbe oggi condotto ad una situazione nella quale si sarebbero certamente consolidate esperienze, iniziative, impegni sul territorio.

Al contempo avrebbe affinato una capacità di elaborazione collettiva e una determinazione ad operare “insieme”, capace certamente di superare le annose e deleterie divisioni all’interno della sinistra.

Personalmente ho cercato di impegnarmi e di lavorare in questa direzione. Purtroppo, sicuramente per miei limiti, questo ragionamento non si è affermato. Anche altri, con capacità e qualità superiori alle mie, hanno tentato questa strada, arenandosi anch’essi davanti ad insormontabili difficoltà.

Tuttavia io credo che questa sia la strada e continuerò a cercare di perseguirla.

Perché nel “(…) campo che si vuole costruire e che non intende essere una mera e transeunte coalizione elettorale, ci sono altre forze, altre organizzazioni, altre storie.” (Favilli, cit.). E questo è compito assai impegnativo se ci si vuole misurare realmente sulla base del criterio di uguaglianza e di rispetto reciproco, per costruire convergenze utili e positive.

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