Costantino – 4

Costantino è ormai l’unico augusto imperatore dell’Impero Romano.

I cristiani hanno scelto lui come “protettore”, come capo indiscusso dell’impero, lo hanno individuato e appoggiato come difensore della vera fede e quale “augusto” capace e titolato a difendere i loro interessi e la loro affermazione.

Tuttavia non si può, con analoga determinazione, ancora affermare che a quel momento, dopo la sconfitta su tutti gli altri antagonisti e la vittoria su Licinio, dopo la definitiva affermazione di Costantino come unico imperatore dell’immenso e vasto impero romano, egli avesse già compiuto la propria scelta a favore della religione cristiana.

A questo punto vi trascinerò su un terreno “originale”, quello della poesia. Infatti per confermare quanto ho appena affermato, potremo utilizzare alcune poesie, di carattere sicuramente adulatorio, scritte da Optaziano Porfirio.

Questo Porfirio doveva essere un “personaggio” assai particolare!

Non sappiamo molto della sua vita: nato in africa da una famiglia non nobile, lo ritroviamo senatore e alla corte imperiale, dalla quale fu allontanato (esiliato) per alcune vicende poco chiare (forse un adulterio, forse l’utilizzo di pratiche magiche). Fu riabilitato da Costantino al quale dedicò alcuni panegirici in forma poetica.

La cosa particolare che ha stuzzicato la mia curiosità, è che queste poesie erano elaborate in forma di “versus intexti” (letteralmente “versi intrecciati”), una forma particolare di carme figurato. “Il carme figurato è un componimento in cui i versi sono disposti in modo da formare un disegno stilizzato ben preciso (un altare, una zampogna…). Tale tecnica compositiva, che trovava precedenti autorevoli già in Teocrito, era giunta a Roma fra il II e il I secolo a.c. (…) La novità di Optaziano consiste nell’unire tale tecnica a quella dell’ acrostico, in modo che all’interno del componimento si legga, seguendo un determinato percorso, un secondo testo attinente al primo (e talora anche un terzo a seconda dell’ordine di lettura delle lettere dei versus intexti).” (https://it.wikipedia.org/wiki/Publilio_Optaziano_Porfirio).

Nelle foto qui di seguito, alcuni esempi di “versus intexti”.

Come scrive Barbero (Costantino il Vincitore, Salerno Editrice, Roma, 2016, pagg.850), sono “…una sorta di percorsi nascosti all’interno del testo (…), con sequenze di lettere che se evidenziate formano scritte e disegni, restando beninteso composte da versi di senso compiuto e perfettamente regolari dal punta di vista metrico; il più suggestivo di tutti è il carme VIII, in cui i versus intexti formano il monogramma Chi-Rho e il nome Iesus.” (cit. pag.108).

La cosa interessante è che nel corso di queste poesie, ricorrono costantemente sia richiami alla religione e agli dei pagani che alla religione e all’unico Dio della fede cristiana, tanto che spesso la critica si è divisa nel definire Porfirio aderente all’una o all’altra fazione.

Non solo Porfirio chiede aiuto ad Apollo e alle Muse per stilare i suoi versi in onore di Costantino. “Nel carme III compare, oltre ad Apollo, anche Giove rector Olympi. Nel carme XII si dichiara che la giustizia di Costantino è simile a quella degli dei; il Sole, la santa Ceres e Bacco sono al suo fianco, a garantire la prosperità dell’impero. Nel carme XIII sono sono evocati i sancti superi e il loro assenso (supero nutu) alle vittorie di Costantino. Il carme XXVII canta il culto di Bacco, di Pan, di Attis e Cibele.” (cit. pag.120).

Al contempo in più occasioni Cristo viene esplicitamente menzionato nelle poesie. Alcuni versi “…dichiarano che Cristo ha concesso il regno all’imperatore e ai suoi figli. Altri riferimenti a Dio sono nel carme II, dove Costantino è dichiarato “elogio vivente del sommo Dio”; nel carme VII, in cui Costantino incarna la praesentia del Dio che governa il mondo; nel carme VIII, in cui Costantino “conosce il giusto Dio” (noto rite Deo);…”(cit. pag.121).

Contraddizioni?

Non credo, mi sembra più giusta la riflessione di Barbero e cioè che: “La compresenza di Apollo, del Sole, del summus Deus e di Cristo nelle poesie che Porfirio inviò all’imperatore per compiacerlo e ottenere la grazia è forse uno degli indizi più eloquenti di cui disponiamo sull’atteggiamento religioso di Costantino in quegli anni centrali del suo regno…” (cit. pag.122).

E sicuramente negli scritti di Porfirio è possibile trovare la prova che “…pagani e cristiani non erano necessariamente due partiti in conflitto, nella Roma del IV secolo; e che i riti e le credenze potevano convivere più facilmente di quanto non si sia creduto in passato.” (ibidem).

Ma presto tutto comincia a cambiare.

E infatti quando si prendono in considerazione gli scritti di Eusebio, vescovo di Cesarea, persona vicina a Costantino e vissuta più a lungo dello stesso imperatore, tutto cambia; l’esegesi è improntata alla ricerca e alla descrizione di situazioni nelle quali la conversione di Costantino è anticipata nel tempo e il famoso “segno” affermato con una certezza apodittica che non trova riscontro nelle altre fonti delle quali ho dato precedentemente conto, e neppure nelle raffigurazioni, nella iconografia e nella monetazione del tempo.

Eusebio, insomma, opera una vera e propria riscrittura del passato, funzionale all’affermazione e all’espansione della nuova fede. Non solo ci riesce, ma le sue affermazioni, condizionano pesantemente e gravemente la storiografia successiva, con gravi distorsioni della realtà.

Tuttavia Barbero, nel suo testo, vuole ricercare la ragione di questa insistenza di Eusebio sul “sogno” di Costantino e sull’utilizzo del “segno”, soprattutto nelle insegne militari.

“Considerando la comparsa intermittente di testimonianza numismatiche, rimaste però tutte isolate in modo sconcertante, si può supporre che nell’ultimo periodo del regno di Costantino la cristallizzazione degli stendardi fosse una questione di attualità. Apparentemente Eusebio vi teneva molto, come risulta anche dal Discorso per il trentennale, dove il labaro ha un ruolo centrale per affermare l’immagine dell’esercito di Costantino come esercito di Dio.” (cit. pag.147).

“M cristianizzare le insegne doveva essere tutt’altro che facile in un esercito ancora in grande maggioranza pagano, dove proprio le insegne erano oggetto di un intensissimo culto religioso: come scrive Tertulliano, “la religione dei soldati è tutta nel venerare le insegne,adorare le insegne, giurare per le insegne, e mettere le insegne davanti ad ogni altra cosa.” (ibidem).

“Si può allora ipotizzare che Costantino abbia cercato di generalizzare l’uso di insegne cristiane verso la fine del suo regno, con l’entusiastico assenso di Eusebio, il quale si premurò di garantire che per tutta la carriera dell’imperatore quelle insegne erano state lo strumento delle sue vittorie. Si spiegherebbe così, nell’ipotesi che l’introduzione di stendardi cristiani sia stata più un progetto che una realtà, l’estrema rarità delle testimonianze iconografiche di una simbologia che, se prendessimo Eusebio alla lettera, avrebbe dovuto essere onnipresente.” (ibidem).

Ecco quindi una ipotesi a mio parere assai realistica dell’insistenza su questo argomento, da parte di Eusebio di Cesarea (personaggio che incontreremo ancora più avanti nella ricostruzione della storia dell’imperatore Costantino), ed ecco spiegata anche l’insistenza della storiografia e della iconografia successiva su questo argomento.

L’uso del nome e delle insegne cristiane a giustificare il successo e l’affermazione “voluta da Dio” degli eserciti imperiali.

Una scelta e una pratica tragica per la storia successiva nella quale guerre, distruzioni, conflitti, abomini, sono stati condotti “nel nome di Dio”, e nei quali l’utilizzo strumentale ed improprio del “nome di Dio” è servito, e purtroppo serve ancora oggi, a giustificare e a mascherare massacri e ingiustizie di ogni tipo.

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