Costantino – 5

Proseguo nella lettura del volume di Alessandro Barbero sull’imperatore Costantino (Costantino il Vincitore, Salerno Editrice, Roma, 2016, pagg.850), e di pari passo vi racconto le questioni che trovo più interessanti e che stimolano maggiormente lamia curiosità (e spero anche la vostra).

Uno degli episodi cui la storiografia ha dato sempre grande importanza (a parte la questione del “sogno” e del “segno” su cui mi sono ampiamente soffermato nei precedenti scritti), è quella relativa al Concilio di Nicea.

Questo Concilio è stato riportato più volte come fondamentale e decisivo nella vita di Costantino, del ruolo che egli ne ebbe, e, infine, dell’importanza che esso ebbe nella storia successiva della cristianità e dell’occidente tutto.

In realtà, nella Vita Costantini di Eusebio, suo principale esegeta durante il regno costantiniano, se ne parla in maniera assai temperata e in forme assai meno “fondamentali” rispetto alla importanza ad esso successivamente attribuita.

Eusebio infatti sembra più interessato a magnificare le lodi rispetto all’atteggiamento, alla posizione e al comportamento dell’imperatore relativamente alla disputa, che non a discutere il merito e la validità delle conclusioni e delle decisioni assunte in tale Concilio.

Sicuramente in ciò si può individuare una maggiore simpatia di Eusebio per le tesi di Ario, rispetto a quelle “vincenti” nella controversia conciliare.

Ma questa costituisce solo una parte marginale dell’intero racconto.

Ciò che maggiormente conta e che Eusebio tratta con evidenti sottolineature, è la descrizione del ruolo, del valore e dell’importanza che l’imperatore dava al ruolo della fede che sempre più si diffondeva e si affermava entro i confini dell’impero, nonché all’azione dell’imperatore nella conduzione delle controversie e nella ricerca della loro composizione.

Più volte, nel corso di questi scritti, ho avuto modo di richiamare le caratteristiche di un imperatore buono e pio, così come declamate dalle opere degli esegeti contemporanei, fossero essi pagani o cristiani. A maggior ragione ciò accade con Eusebio, maggiormente interessato a privilegiarne la fede cristiana.

Così Barbero descrive quanto contenuto nello scritto di Eusebio: “Costantino, dichiara, pur essendo generoso con tutti dedicava particolare attenzione alla Chiesa di Dio. Se capitavano divergenze fra le chiese di diverse regioni, convocava in sinodo i ministri di Dio, come se fosse stato designato lui stesso da Dio “vescovo comune”.” (cit. pag.154).

“Costantino non è in nessun modo un vescovo in senso tecnico, ma per il mandato che ha ricevuto da Dio esercita su tutti i vescovi una sorveglianza paterna, analoga a quella che essi esercitano sui fedeli. (…). Eusebio tiene a sottolineare che la presenza dell’imperatore non turbava i lavori: stava tra loro “come uno dei tanti”, e aveva la delicatezza di allontanare le guardie e il seguito, sapendo di essere tra amici. E’ interessante rilevare che Costantino percepiva perfettamente l’improprietà di far partecipare estranei ai lavori: lui, invece, non si considerava affatto un estraneo.” (ibidem).

Su questo ruolo e questa funzione dell’imperatore all’interno dei vari concili convocati all’epoca e più in generale del suo intervento nelle questioni religiose, quando questi non era ancora battezzato (Costantino fu battezzato solo in punto di morte), tornerò tra breve.

Del Concilio di Nicea, Eusebio ne parla, ma quasi esclusivamente per sottolineare il ruolo dell’imperatore e non per entrare nel merito della controversia che opponeva i seguaci di Ario a quelli del vescovo di Alessandria. Il primo sosteneva una natura di Gesù diversa da quella di Dio padre, la seconda affermava il principio della “consustanzialità”, di quel concetto riportato ancora oggi nella espressione “della stessa sostanza del padre” e in quella di “generato, non creato”.

“(…) le controversie divampano pubblicamente e infiammano l’Oriente, mettendo i cristiani gli uni contro gli altri con grande divertimento degli infedeli, che ne ridono nei loro teatri.” (cit.pag.175).

E’ curiosa l’implicita ammissione non solo della permanenza di altre religioni nel regno (particolarmente in quello d’oriente), ma anche del fatto che si potessero svolgere pubbliche manifestazioni (con l’altrettanto implicita ammissione di una loro ampia partecipazione) da parte di “infedeli”, seguaci, cioè, di altre religioni.

Ma tornando al ruolo dell’imperatore, Eusebio sottolinea anzitutto come “(…) Costantino dichiara francamente che la causa di tanta contesa gli è parsa “modesta e per nulla degna”. (cit.pag.177).

“Sarebbe stato meglio, tuona Costantino, evitare di far domande su questi argomenti, e se interrogati star zitti. Perciò non resta ai due contendenti che perdonarsi a vicenda ed evitare in futuro di discutere pubblicamente, davanti al popolo, su questioni così complicate, che solo per arroganza intellettuale può venir voglia di affrontare, dato che sono per definizione impossibili da risolvere.” (ibidem).

“Costantino sottolinea che non è sua intenzione costringerli a mettersi d’accordo: ognuno può conservare la sua posizione, perché si tratta di un dissenso insignificante, che non deve in alcun modo mettere in dubbio l’unità della fede.” (ibidem).

A questa descrizione “minimalista” delle ragioni dello scontro, fatta utilizzando il testo di una missiva dello stesso Costantino, Eusebio affianca una descrizione magniloquente ed aulica del Concilio stesso.

Eusebio “(…) sceglie di sottolinearne la grandiosità intrinseca, la meraviglia di un consesso che riunì in un solo luogo tante persone così diverse e provenienti da località così esotiche.” (ibidem).

In realtà sappiamo che la maggior parte dei partecipanti provenivano dalle chiese di oriente. Pochi, rispetto ai complessivi duecentocinquanta partecipanti, erano quelli giunti dall’occidente, dalla Spagna e da Roma.

Eusebio fornisce una immagine aulica e grandiosa dell’imperatore quando interviene ( o forse addirittura “presiede”, secondo alcune interpretazioni) il Concilio stesso.

“Nel silenzio generale entrò prima uno, poi un altro, poi un terzo personaggio del seguito; (…). Finalmente venne dato un segnale, tutti si alzarono e Costantino fece il suo ingresso “come un celeste angelo di Dio”, splendente di porpora, d’oro e pietre preziose. Era altissimo, bello e forte (…).” (cit.pag.180).

Costantino svolge un ruolo fondamentale in quel consesso di vescovi e di rappresentanti della chiesa; una riunione che ha per scopo e per suo fine, quello di condividere “un’unica dottrina comune”. Una unità il cui raggiungimento Costantino invoca e caldeggia.

Insomma l’impressione che ne ho ricavato, è che Costantino abbia svolto, nella sua qualità di imperatore, la funzione di pontifex maximus, una funzione cui, nella religione che si affacciava come emergente e dominante, avrebbe dovuto invece assolvere il pontefice, capo della chiesa. Al contrario quest’ultimo, neppure appare e i legati di Roma risultano essere legati del vescovo di Roma e non altro.

L’ipotesi, da numerosi storici confermata, ma tuttavia ancora aperta, che Costantino abbia addirittura presieduto il Concilio, confermerebbe questa mia riflessione, e costituisce un ulteriore elemento di curiosità e di interesse della complessa vita e delle opere di questo grande ed importante imperatore.

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