Bologna – 1

Nella felice ricorrenza del compleanno (il novantesimo) di una cara amica, abbiamo avuto modo ed opportunità di fare un breve viaggio a Bologna.

E’ stata l’occasione per fare la conoscenza di una imperdibile opera del quattrocento di Niccolò dell’Arca, conservata presso la chiesa di Santa Maria della Vita, in pieno centro storico di Bologna, a pochi passi dalla chiesa di San Petronio: Il Compianto del cristo morto.

La chiesa, originariamente dedicata a san Vito, situata vicino ad un ospedale realizzato intorno alla seconda metà del 1200 per accogliere i pellegrini e prestare cura agli infermi, per questa ragione prese il nome di “Chiesa della Vita” e poi di “Santa Maria della Vita”.

All’interno della chiesa è conservata l’opera detta de “il Compianto del Cristo morto”, o più brevemente “il Compianto”.

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“Si tratta di un’opera composta da sette figure a grandezza naturale in terracotta con tracce di policromia. Al centro sta il Cristo morto, disteso con la testa reclinata su un cuscino. Attorno si dispongono le altre figure, tra le quali spiccano le due Marie, Maria di Cleofa e ai piedi del Cristo, Maria Maddalena, straziate dal dolore con le vesti gonfiate dal vento. Più composte sono le altre figure, anche se i loro volti mostrano una dolorosa partecipazione. Si riconoscono poi la Madonna con le mani giunte, Maria di Giuseppe (madre di Giacomo il Maggiore e Giovanni l’Evangelista) (…), che stringe le cosce in un gesto di rammarico, mentre san Giovanni è rappresentato in un silenzioso pianto, con un palmo che regge il mento. Staccata dagli altri è una figura inginocchiata in abiti rinascimentali, generalmente collocata a sinistra, che rappresenta Giuseppe D’Arimatea e che guarda verso l’osservatore.” ( https://it.wikipedia.org/wiki/Compianto_sul_Cristo_morto_(Niccolò_dell%27Arca)).

Autore dell’opera è uno scultore, Niccolò, forse di famiglia dalmata, nato tra il 1435 e il 1440 in Puglia, stando a quanto lui stesso incise sul cuscino del Cristo disteso nel Compianto: “Opus Nicolai de Apulia”.

Ne parlo perché l’opera, carica di pathos e di drammatico sentimento, non ha pari (dal punto di vista formale), nell’arte che l’ha preceduta e neppure nelle opere successive, se non almeno fino al Barocco. Un’opera che conferma quel concetto (tanto caro a Philippe Daverio e non solo) di costante contaminazione delle forme artistiche che non corrisponde ad una stratificazione rigidamente temporale cui una scolastica storia dell’arte ci ha abituato e formato.

Ci troviamo, infatti, davanti ad una opera realizzata nella seconda metà del quattrocento, un’epoca nella quale prevalevano le varie correnti rinascimentali e si affermavano pittori come Paolo Uccello, Masaccio, Piero della Francesca, Botticelli. Un periodo teso a ricercare il bello e la perfezione, la dolcezza delle forme inquadrate nella dimensione corretta della prospettiva, il colore per arricchire la volumetria delle forme.

Nella scultura, in quel periodo, si recupera la forma e il realismo della statuaria classica. Tipico esempio ne è l’arte di Donatello.

Da questo ceppo l’arte rinascimentale si svilupperà e diffonderà in tutta europa trovando i suoi massimi epigoni in figure come Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio.

E’ stupefacente, dunque, ritrovarsi ad ammirare un’opera come il Compianto, in una epoca dominata da questi stilemi e da queste forme artistiche.

La “contorsione” delle figure, il loro atteggiamento, le vesti gonfiate dal movimento, i volti segnati da espressioni violente e concitate, le bocche aperte in un urlo di angoscia e dolore, sono tutti tratti che non appartengono alla cultura e alle forme artistiche dell’epoca nella quale sono state realizzate.

Molto più assimilabili agli schemi e alle forme dell’arte barocca.

D’altra parte è in questi termini originali e assai particolari che parla del Barocco Johan Huizinga, scrittore e studioso (soprattutto in campo storiografico) olandese (Homo Ludens, Einaudi, Torino, 1982, pagg.259).

“Sebbene ci sia una grande differenza fra le idee generali suscitate dalla parola barocco, a seconda che guardiamo più alle figure variopinte e tumultuose del primo periodo o alla linearità e alla solennità del periodo ulteriore, pure nell’insieme l’idea di barocco richiama una visione di cose coscientemente esagerate, appositamente impressionanti, notoriamente fittizie.” (cit. pag.214).

E ancora: “Anche dove raffigurano le cose sacre, l’elemento forzatamente estetico si fa avanti con tanta indiscrezione che a noi moderni costa fatica di apprezzare un tal modo di esprimere il tema come una spontanea attuazione di un impulso religioso.” (ibidem).

Corpi che si dimenano, che si “arrotolano” in un dolore visivamente offerto da terracotte sapientemente lavorate e che rendono pienamente una dinamica interiore di sofferenza e di profonda empatia con la presenza della morte. Una morte umana e materiale che anche altri artisti avevano innovativamente introdotto nelle loro opere, senza, tuttavia, giungere ad una tale dinamica nella torsione e nella forma delle figure.

L’arte aveva già da tempo intrapreso la strada della interpretazione e della raffigurazione del “sentimento” umano, della sofferenza, del dolore; tuttavia non fino a questo punto.

Anche Giotto, nella Cappella degli Scrovegni (ed è il primo), parla di dolore, umano, materiale carnale della madre di Gesù, ma non assume certo queste forme. “Per la prima volta il volto di Maria è quello di una madre tutta terrena, che si abbandona tra le braccia delle altre donne, che si dispera di fronte a una morte innaturale e senza rimedio, che cede al dolore senza confini di una donna che vede il figlio morto. Giotto abbandona i confini dell’austerità con la quale la madre di Dio è raffigurata per andare dritto al cuore, per toccare le corde del cuore dell’umano sentire.” (https://pilloledarte.wordpress.com/tag/dante/)

Per tornare al Compianto del Cristo morto nella chiesa di Santa Maria della Vita, è indubbio che l’urlo pietrificato di quelle donne ” sterminatamente piangenti” si imprima nella mente per la sua drammatica plasticità.

Insomma un’opera che per l’epoca era sicuramente “audace” e per noi estremamente interessante e coinvolgente.

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Commissionato dalla Confraternita dei Battuti nel 1463 a Niccolò (1440 circa – 1494), scultore originario della Puglia ( si firma de Apulia sul cuscino del Cristo morto). Prese poi il nome Dell’Arca, quando completò l’Arca sepolcrale di San Domenico nell’omonima chiesa bolognese.Il gruppo, di cui non si conosce né l’esatta datazione, (tra il 1463 e il 1490), né l’esatta disposizione di ciascuna figura , è composto di sette figure a grandezza naturale : il Cristo, Nicodemo (o Giuseppe d’Arimatea?), la Madonna, Maria (Salomè) , Maria di Cleofa, Maria Maddalena, San Giovanni. La terracotta, negli anni, ha perso il suo colore originale. Sono rimaste le forme, le espressioni, i volumi, i particolari anatomici. Nel volume “Il Compianto” a cura di G.Campanini, Ed.Compositori, si legge la seguente curiosità : (…) ”gli atteggiamenti di disperato dolore di quelle donne e la luce incerta e paurosa del corridoio aveva fatto si che venissero chiamate burde, cioè “befane, mostri imprecisati,, spauracchio, mangiabambini”. Quando un bambino faceva le bizze, la madre lo ammoniva minacciando di portarlo a vedere le burde, vale a dire quelle che ora sono per tutti le bellissime Marie. “ (http://www.hmongbuy.com/UjlRelctdWZma0kz)

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