Bologna – 2

Di Petronio, della sua vita e delle sue opere si conosce assai poco. Fu infatti solo nel secondo secolo dopo l’anno mille che i benedettini ne scrissero una biografia intessuta in gran parte su vicende leggendarie e tradizione orale.

Petronio, la cui esistenza storica è confermata da alcuni antichi documenti, fu Prefetto del Pretorio delle Gallie tra il 402 e il 408. Uomo colto ed erudito, abbandonò le prospettive di carriera politica ed amministrativa; lo ritroviamo, sulla base di una ricostruzione basata su documenti certi, vescovo di Bologna dal 431 al 450.

Queste le certezze storiche.

La leggendaria ricostruzione della sua vita ad opera dei benedettini, lo fa nascere in grecia, cognato dell’imperatore Teodosio II; esattore di imposte per conto dell’impero, viene inviato a Roma sotto il pontificato di Celestino I. Qui egli si troverebbe quando una delegazione di bolognesi si rivolge al papa per chiedergli un vescovo per la sede vacante di Bologna. Il papa sceglie Petronio in base ad una indicazione ricevuta in sogno da san Pietro. A Bologna Petronio trova una città in condizione disastrate e avvia una campagna di ricostruzione facente perno sul complesso ecclesiale di Santo Stefano (del quale vi racconterò a parte).

Quel che è certo è che, a metà del XIII secolo, il Libero Comune di Bologna, decise di elevare Petronio a principale patrono della città, in sostituzione di san Pietro (che incarnava il potere temporale dei papi). Sulla fine del secolo successivo, il Consiglio dei Seicento, che governava Bologna, decise di innalzare una chiesa a lui dedicata.

Due curiosità: la prima è che la chiesa nasce per esplicita volontà della cittadinanza e non per volontà ecclesiastica (come invece per il Duomo cittadino, che rimane intitolato a san Pietro); la seconda è che per la sua costruzione vengono destinati vari cespiti fra i quali si nota una tassa sulle rendite ecclesiali, cosa che non fu certo gradita agli interessati.

Un tassello delle tante conflittualità registrate tra il Comune di Bologna e la Chiesa relativamente proprio alla costruzione dedicata al santo patrono.

Una seconda fu quella relativa alla statua del papa Giulio II. Nel 1508 fu infatti posta, davanti alla chiesa un’opera bronzea di Michelangelo che effigiava il pontefice; ciò per sottolineare che, anche se la chiesa era stata voluta dalla comunità cittadina quale simbolo di libertà ed autonomia, la città era comunque sotto il dominio papale. La statua fu successivamente distrutta e i pezzi, venduti al duca d’Este, utilizzati per costruire una colubrina (detta “la Giulia”). Una terza fu sicuramente la decisione presa dal papa Pio IV (pontefice dal 1559 al 1565) di erigere l’ Archiginnasio. La sua costruzione, di fianco alla chiesa, era infatti mirata ad impedire che le sue dimensioni superassero quelle di San Pietro a Roma.

Ad ogni modo, nonostante il lungo tempo intercorso dalla sua fondazione (il 7 giugno 1390 venne posta la prima pietra) ad oggi, la chiesa è tuttora incompiuta.

Come ha scritto il noto giornalista e italianista Cesare Marchi: “La facciata di san Petronio sembra un campo arato e i ruvidi solchi di mattoni sporgenti hanno il colore delle zolle emiliane, appena ribaltate dal vomere”. (https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_San_Petronio).

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Ed è proprio questa l’impressione vivida che coglie il visitatore quando entra in Piazza Maggiore, la grande e storica piazza centrale di Bologna (ormai ribattezzata popolarmente “Piazza Grande” in conseguenza della nota canzone di Lucio Dalla).

Oltre l’alto zoccolo in marmo, nel quale si aprono i tre magnifici portali d’ingresso, la costruzione in mattoni si presenta in tutta la sua rudezza e insieme in tutta la sua magnifica potenza, visiva e materiale.

Per quanto riguarda le dimensioni, la chiesa di san Petronio rimane comunque una delle più grandi della cristianità (quarta in Italia, sesta in europa). Inoltre è la più grande chiesa gotica in mattoni di tutto il mondo.

Sarà facile, per chi è interessato, trovare descrizioni precise di questo capolavoro dell’arte, nelle guide turistiche, in riviste specializzate, in libri sull’arte o in diversi siti multimediali.

Per quanto mi riguarda, oltre alle notizie che ho fin qui riportato e che mi sembrano le più curiose, interessanti e forse meno conosciute, mi preme sottolineare il fascino che suscita sia il profilo della facciata sia la sua “incompletezza”. Infatti, mi pare che proprio questa incompletezza provoca un sentimento di fascino e di conturbante coinvolgimento.

L’alto zoccolo di marmo, con i colori contrapposti e differenti del bianco e del rosso, il delicato disegno dei portali, con la massa scura del manufatto soprastante, generano un contrasto visivo, ma offrono anche una visione complessiva nella quale proprio “l’incompiutezza”, al pari di alcune Pietà del tardo Michelangelo, costituisce l’elemento essenziale dell’opera d’arte.

L’interno è magnifico e grandioso, con una elevazione eccezionale (si arriva a circa 45 metri nelle volte); tutto è rivolto verso l’alto, le colonne si slanciano vigorose e verticali, senza alcuna altra struttura orizzontale che le intersechi fino a raggiungere il semplice e lineare slancio delle volte. Lo spazio, grande, ampio, che infonde un vigoroso respiro, è accentuato dalla luce che penetra all’interno attraverso le ampie vetrate.

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L’impressione di vastità ed ampiezza è, infatti, ampiamente sostenuto dalla notevole luminosità della struttura, orientata, a differenza dell’impianto tradizionale, da sud a nord, e non già da est ad ovest.

Riccamente decorate sono tutte le cappelle che si aprono sulle due navate laterali: ampiamente complete di affreschi, altari e statue.

Non ho nessuna intenzione di riportare qui indicazioni e descrizioni facilmente rintracciabili in una qualsiasi guida turistica o in pubblicazioni di vario genere. Mi soffermo invece su un particolare della cappella Bolognini (o dei Re Magi), che si trova nella navata sinistra.

Qui, insieme ad altre opere, è affrescato un “Giudizio Universale”. L’interesse particolare è per l’ “Inferno” che vi viene descritto, dominato dalla gigantesca, orripilante figura pelosa di Lucifero, con un tre volti e gli occhi giallastri.

La figura è impressionante: dalla bocca emerge la parte inferiore di un corpo che Lucifero ingurgita; da una seconda bocca, posta all’altezza dell’inguine, fuoriesce la parte superiore, come se il demone lo stesse vomitando. Una terza faccia spunta dal fianco sinistro del mostro.

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Tutto intorno le figure dei dannati condannati alle loro varie e diverse pene, quasi come in un inferno dantesco. Ma, “gli elementi dell’affresco che divergono totalmente e drasticamente da Dante sono soprattutto i peccatori, le cui pene e rappresentazioni sono un salto indietro nei secoli a stilemi predanteschi, duecenteschi più che trecenteschi (…)”. (http://aemecca.blogspot.it/2016/07/cappella-bolognini-s-petronio-maometto.html).

I dannati sono infilzati con spiedi, o appesi per la lingua, o trafitti, o trascinati per i piedi da altri demoni, o avviluppati da serpenti. A completare il tutto è ritratto anche il profeta Maometto, steso su di un masso, martoriato da un demone e legato con dei serpenti!

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