Italia Minore – Sessa Aurunca

Quando la terra di Campania, la ricca, grassa e fertilissima zona che comprende le colline e la piana del Garigliano, si trasforma quasi ormai nelle prime aree del Lazio meridionale, sorge Sessa Aurunca.

Sessa Aurunca aveva un nome latino molto importante; la sua denominazione completa era infatti Colonia Julia Felix Classica Suessa. Come risulta evidente deve a Cesare questa denominazione, il quale distribuì le terre di Sessa tra i suoi veterani, quale adeguato e cospicuo riconoscimento del loro valore.

Sessa era un centro produttivo assai importante per qualità dei terreni e possibilità di commercializzazione degli stessi. Si trovava infatti in posizione favorevole per gli scambi sia con Roma che con Capua, due mercati di grande importanza e valore per l’epoca.

In posizione assai vantaggiosa tra la via Appia (la Regina Viarum) e la via Latina, era inoltre uno snodo assai importante per i collegamenti all’interno di quell’area che, non a caso, venne definita la Campania Felix, per la sua ricchezza, il suo pregio, il suo valore.

Un’area così importante per i romani, che la riforma augustea la inserì in un’unica regione insieme al Lazio: la Regio I.

In età imperiale la città registrò infatti la sua massima espansione, su una superficie quasi doppia di quella attuale e con costruzioni e monumenti di pregio. Di alcune (poche) di queste antiche vestigia parlerò più avanti in questo scritto.

Voglio invece riportare un curioso aspetto che lega questa città al Galateo.

Il breve trattato, comunemente conosciuto come Galateo (il titolo completo è: “Trattato di messer Giovanni della Casa, nel quale sotto la persona di un vecchio idiota ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona de modi, che si debbono tenere, o schifare nella comune conversatione, cognominato Galatheo overo de costumi”), fu opera, come tutti sanno, di Giovanni Della Casa, meglio conosciuto come monsignor Della Casa.

Ciò che lega questo scritto a Sessa Aurunca è il fatto che fu dedicato da monsignor Della Casa al vescovo di Sessa, tale Galeazzo Florimonte. La forma latina del nome Galeazzo è Galatheus; da qui il nome dell’opera.

Quale strani percorsi seguono le umane vicende!

Ma torniamo alla storia e ai monumenti di questa cittadina che, con le sue numerose e vivaci frazioni, occupa un territorio che si estende da Ponte (piccolo e suggestivo paesino montano), fino alle ridenti e soleggiate spiagge di Baia Domizia (rinomata località turistica e balneare).

L’ampia piana è costellata dai “fiori rosa” dei pescheti, qui e là contornati dai bianchi fiori dei mandorli. Altri fiori bianchi già sbocciano da piante ed arbusti che non riesco ad identificare; e poi ampi vigneti, qualche oliveto, molti campi con coltivazioni orticole di vario genere. Ogni tanto qualche grande, alto e massiccio albero di pino.

Giungiamo a Sessa, nella tarda mattinata di una luminosa (e ventosa) giornata.

Il grande Teatro di età imperiale si offre allo sguardo dei visitatori dall’alto di una strada che la costeggia. Ci sono due ingressi, ma nessun cartello e nessuno che sappia darci indicazioni sul se e quando è possibile accedere a questo sito.

Ci dobbiamo accontentare di guardarlo dall’alto. E’ molto bello e, sembra, anche abbastanza ben conservato. Stupisce non tanto per la cavea (che pure misura oltre ottanta metri di diametro), quanto e soprattutto per l’edificio scenico le cui strutture sono in gran parte ben visibili, comprese alcuni parti delle colonne con i loro basamenti. Esso aveva un fronte di quaranta metri ed una altezza di ventiquattro.

Per quanto si possa capire dai ruderi recuperati,  la sua imponenza doveva essere assai notevole

Al di sopra della cavea, realizzata utilizzando in parte il declivio naturale del terreno, un grande criptoportico del quale, però, dalla strada si possono solo intravedere alcune delle arcate rimanenti.

Interessante è anche il grande e massiccio palazzo ducale, ristrutturato e complessivamente ben tenuto; la sua mole si staglia su un fianco della cittadina, in posizione preminente sulla vasta piana circostante.

In una delle sale interne è una stanza con vari materiali di epoca romana (compresa una parte di una pregevole pavimentazione), e soprattutto con la statua di Matidia Minore.

Matidia era cognata dell’imperatore Adriano; aveva in questa zona alcuni possedimenti e contribuì alla costruzione, qui a Sessa, di una biblioteca e dell’acquedotto, oltre a finanziare l’ampliamento e l’abbellimento del Teatro che vi ho appena descritto.

Una figura, quindi, di primissimo piano, che viene raffigurata in posa elegante e con le vesti gonfiate dal vento. Una delle poche esecuzioni realizzate in marmo bianco e in marmo scuro (blu molto carico), lavorato in modo tale da infondere una bellissima “mobilità” alla composta immagine della donna.

Ma le tracce del glorioso e fausto periodo romano sono rintracciabili dappertutto nella cittadina: colonne scanalate agli angoli degli edifici, capitelli inseriti nelle pareti, massi e pietre nelle diverse costruzioni che si incontrano lungo le vie e le strade del paese.

Infine, ma non certo ultimo tra i monumenti della città, il Duomo, che sorge immerso nello stretto reticolato del borgo medievale.

Anticipato da un grande portico trecentesco, adorno di colonne, capitelli e varie raffigurazioni di animali che sembrano proiettatii verso l’esterno, la chiesa (del 1113), è un esempio classico di stile romanico. O meglio: romanica è la struttura, ugualmente lo è tutta la parte inferiore della chiesa, le cui navate poggiano su colonne romane di recupero, così come gli archi tra le colonne che sostengono la volta. Tuttavia, tutta la parte superiore (dai capitelli in su) è stata rimaneggiata in stile barocco, creando una curiosa e quasi unica convivenza tra due stili così difformi tra loro.

La cripta era chiusa, ma abbiamo potuto ammirare lo splendido pergamo duecentesco. Un pulpito finemente lavorato e decorato, con statue e bassorilievi, poggiato su sei colonnine, ciascuna sorretta dalle schiene di un leone. Formidabili le criniere dei leoni: delicate e finemente lavorate, l’una diversa dall’altra.

Anche il grande candelabro per il cero pasquale è lavorato finemente e riccamente decorato. Infine il pavimento, (recentemente restaurato, come abbiamo appreso), in splendido stile cosmatesco, si è conservato su quasi tutta la superficie della chiesa.

Ai lati dell’ingresso principale, due leoni (o più precisamente un leone e una leonessa), sono su due basse piattaforme infisse nel muro a poche decine di centimetri da terra.

Un’ultima annotazione: le costruzioni del centro storico sono quasi tutte in scura pietra vulcanica di Roccamonfina; con esse sono in simpatico contrasto cromatico i campanili e le cupole ricoperte di brillanti maioliche colorate.

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