Costantino – 6

In questo scritto vi parlerò di un interessante aspetto del periodo costantiniano: la monetazione.

Sempre seguendo (in maniera assai stringata) il ponderoso studio di Alessandro Barbero (Costantino il Vincitore, Salerno Editrice, Roma, 2016, pagg.850), l’aspetto relativo alla monetazione dell’imperatore illumina ulteriormente quella valutazione che ho cercato di far emergere negli scritti precedenti: una politica estremamente priva di scrupoli, tesa a riaffermare il peso e il valore dell’impero e, in esso, della centralità fondamentale della sua persona; un rapporto assai spregiudicato con il cristianesimo che si andava diffondendo ed affermando all’interno dell’impero, utilizzato dall’imperatore come strumento della sua affermazione; una gestione tesa ad assicurarsi l’adesione e l’accettazione della sua autorità su popoli, gruppi sociali e culture anche assai diverse tra loro attraverso donazioni, devoluzioni e prebende.

Non è un caso che molte delle produzioni di monete fossero (come anche in precedenza, ma in quantità assai maggiori di quanto fosse avvenuto in precedenza) destinate proprio a donativi fatti all’esercito, ai notabili o ai cortigiani.

Attraverso uno studio approfondito e completo dei testi dedicati all’argomento della monetazione (da pag. 235 a 282 nel testo), Barbero nota l’accanimento con cui studiosi e storici si sono dedicati a ricercare, nella monetazione, le tracce di quella conversione al cristianesimo e di quella militanza cristiana, della quale, invero, c’è scarsa traccia nella vita di Costantino.

Almeno fino alla sua affermazione quale imperatore unico, nella monetazione costantiniana, sia in quella bronzea destinata al commercio e agli scambi, sia in quella aurea, utilizzata per donazioni e prebende a favore dei soldati o anche di dignitari e postulanti, sono presenti numerose figure che accompagnano l’imperatore: prevalentemente il dio Marte e, un po’ più tardi, il Sole.

Si tratta di immagini e riferimenti che ben si addicono ad una fase convulsa ed impegnativa dell’impero: guerre continue, conflitti scontri, fino alla definitiva affermazione di Costantino. Nulla di cristiano o cristologico accompagna, fino a questo momento, l’immagine dell’imperatore che, anche attraverso la monetazione, intendeva trasmettere il proprio messaggio di condottiero invincibile ed imbattibile, accompagnato da divinità (Marte e il Sole), che lo sostenevano e lo scortavano nella missione di riunificare il vasto impero.

Dopo il 316, il dio Marte non viene più riportato nella monetazione bronzea; ma nel 317-318 viene ancora raffigurato nella moneta d’oro. Nel 318 scompare, bruscamente, anche l’immagine del Sole sulla moneta bronzea (sembra addirittura che siano state ritiriate dalla circolazione quelle precedenti), ma ancora nel 324-325, il Sole compare sulle monete d’oro coniate dopo la presa di Antiochia, probabilmente per “(…) pubblicizzare il proprio legame col Sole nel momento in cui si presentava ai suoi sudditi orientali, in aree in cui il culto solare e apollineo era particolarmente forte.” (ibidem, pag. 260).

Ma non ci si può fermare a questo punto per dare ragione all’esegesi che vuole un Costantino finalmente seguace e sostenitore del cristianesimo ( seppure a dieci anni ormai dalla battaglia di Ponte Milvio e dal famoso “sogno”).

Infatti, “(…) non sono simboli cristiani a sostituirsi al Sole sulle monete dell’imperatore. nelle monete prodotte dal 318, soprattutto quelle coniate in bronzo in grande quantità, i compagni di Costantino e dei Cesari sono la Vittoria e i soldati, in particolare in due tipologie fortemente standardizzate e coniate in tutte le zecche, con le leggende VICTORIAE LAETAE PRINCIPIS PERPETUI e VIRTUS EXERCITUS. Non sono, però, slogan bellicosi, piuttosto il ringraziamento dell’imperatore e dei suoi figli alla dea e ai soldati, che hanno garantito un futuro di pace e di prosperità. E infatti, la legenda in assoluto più diffusa sul bronzo in quegli anni successivi alla prima vittoria su Licitino è uno slogan anch’esso nuovo, apparso per la prima volta nel 321 e subito prodotto in quantità colossali (…) e che ai sudditi doveva suggerire una speranza inequivocabile: BEATA TRANQUILLITAS.” (ibidem, pag.261).

Ecco il messaggio fondamentale e per nulla religioso: tranquillità, serenità, pace. Dopo gli aspri conflitti e le dure lotte fratricide all’interno dell’impero e tra i diversi pretendenti, un’unica tranquilla prospettiva, una serenità per tutti, la pace conquistata e da diffondere in tutto l’impero, sotto l’ombra dell’imperatore che questa pace e questa tranquillità garantiva ammissioni di sudditi di questo vasto e grande impero che si estendeva dal nord della britannia alle sabbie infuocate dell’africa; dalle coste atlantiche fino alle pianure dell’asia.

Su tutti questi ampi e vasti territori, sui popoli diversi, sulle razze eterogenee che popolano il vasto impero di Roma vigila un uomo che è l’autorità indiscussa, il potere assoluto e intransigente, la Vittoria personificata.

E’ questo che si celebra in tutto l’impero, è questo che viene trasmesso dalle effigi riportate sulle monete.

Appare incredibile (nel senso di poco credibile, ma tuttavia assai intenso) lo sforzo di tanti studiosi e di tanti storici che continuano invece a sostenere l’importanza e il valore delle poche, pochissime, monete che contemplavano la presenza di simboli cristologici, spesso persino assai labili e difficili da identificare. Ed è incessante lo sforzo messo nel tentativo di dare credito e valore ai pochi ed isolati casi in cui questo è verificabile.

Chiosa Barbero: “E’ assai edificante il contrasto tra questo zelo e la perentorietà con cui sono state liquidate le croci sulle monete coniate da Massenzio ad Aquileia; non erano simboli cristiani, ci si è limitati a dichiarare, e se lo erano la responsabilità è di un capoofficina cristiano e non coinvolge in alcun modo l’imperatore.” (ibidem, pag. 272).

E’ un dato di fatto che nella monetazione costantiniana, riferimenti cristologici compaiono solo in pochi esemplari prodotti in pochissime zecche e, in questi casi, “(…) si alterna con lettere, corone, croci e mezzelune che hanno inequivocabilmente il significato di marchi di fabbrica”. (ibidem, pag.277).

Ho riportato per intero una serie di brani del libro di Barbero, così farò ancora per le conclusioni di questo scritto giacché mi pare cosa buona rispetto ad un inutile rimaneggiamento dei testi.

“In conclusione, la simbologia cristiana sule monete di Costantino rimane totalmente insignificante rispetto alla massa della sua produzione monetaria. Chi ha fatto il calcolo ha concluso che su tutte le monete di Costantino posteriori al 312 “all’incirca l’ 1% potrebbe essere classificato come contenente simboli cristiani”, comprendendo nel conto con molta generosità anche croci, tau e chi usati come marchi di zecca e palesemente privi di qualunque significato religioso. Rispetto al moltiplicarsi dei crittogrammi e più tardi delle croci nelle monete dei suoi successori, la differenza è evidente.” (ibidem, pag. 274).

Ecco allora che si può confermare con grande chiarezza: “Per il Costantino maturo, l’espulsione degli dèi dalle monete non era finalizzata all’ingresso di un’altra potenza celeste in loro sostituzione, ma alla celebrazione trionfante di un potere imperiale e dinastico capace di affermarsi senza bisogno di invocare espressamente l’aiuto divino.” (ibidem, pag.274).

L’affermazione, dunque, di un potere assoluto, imperiale e dinastico.

E in quel volto ostentatamente rivolto verso l’alto, in quegli occhi rivolti al cielo, in quello sguardo che pare in attesa messianica (non a caso presente soprattutto nelle monete coniate nelle zecche orientali), c’è da rintracciare qualcosa che va ben oltre la preghiera, va ben oltre la richiesta divina; è “l’ostentazione di un rapporto diretto con la divinità, com’era nella tradizione della regalità ellenistica e delle sue monete, a partire da Alessandro Magno.” (ibidem, pag. 274).

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