Una mostra: Artemisia Gentileschi

Bellissima, ben organizzata e di grande interesse la mostra in corso a Palazzo Braschi a Roma e dedicata alla vita e all’arte di Artemisia Gentileschi, pittrice di primaria grandezza.

Infatti ella non fu soltanto capace di rompere gli schemi che volevano la donna soggiacente e succube ai voleri e alle capacità maschili (dentro e fuori i confini dell’arte), ma riuscì ad imporsi ed affermarsi con le sue capacità e qualità artistiche, al punto di ricevere direttamente commesse ed incarichi nella società e nelle corti dell’epoca.

Altre donne si sono cimentate nel campo dell’arte, contrastando abitudini, consuetudini e pregiudizi del settore e della società, ma nessuna è riuscita ad imporsi per la qualità e la intensità delle opere come nel caso di Artemisia Gentileschi, la quale divenne, in breve tempo, una figura di primo piano nella pittura e nell’arte.

Con ciò non intendo riprendere il giudizio misogino del Longhi (“l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità (…)”); ma credo, in base alle mie conoscenze che, rispetto ad altre pittrici come Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Fede Galizia ed altre che non cito solo per problemi di spazio, Artemisia abbia saputo elevarsi con una capacità espressiva e un governo dei materiali, di elevatissimo livello artistico.

Sicuramente l’intensità delle sue opere, sia dal punto di vista contenutistico che per l’aspetto formale, è fortemente collegato al fatto di essere donna e, dall’essere stata, proprio come donna, violentata e costretta ad un oltraggioso confronto in un’aula di tribunale.

Tuttavia, dalla rivisitazione delle sue opere presenti nella mostra, ho potuto verificare una passione spasmodica che, pur traendo ispirazione dalle sue vicende personali, è riuscita a liberarsi da una banale narrazione, elevandosi a livelli di qualità pittorica di altissimo livello per qualità, genialità e caratteristiche delle stesse forme artistiche, dialogando, in parallelo e senza alcun senso di remissività, con gli altri artisti dell’epoca.

La conferma di quanto affermo ed insieme “il biglietto d’ingresso” della mostra, l’ho trovato proprio nel quadro posto, molto opportunamente, nella prima sala: un “Autoritratto con liuto”.

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E’ evidente, in quest’opera, l’omaggio esplicito a Caravaggio del quale non solo conosceva, ma anche apprezzava le opere (anche per tramite del padre che lo aveva personalmente frequentato); al contempo esprime la sua autonoma consapevolezza e capacità di realizzare una tela nella quale la sua personalità emerge con evidenza. Il volto, dall’espressione serena ma concentrata, e soprattutto l’abito, di un blu forte ed intenso, segnalano una personalità prorompente che emerge dalla tela e si imprime con decisione nello sguardo del visitatore.

Capacità tecnica sicuramente, ma anche e soprattutto forza nel governare, nell’esprimere e nel trasmettere il proprio messaggio personale.

Artemisia era nata nel 1593, aveva vissuto da subito l’ambiente artistico romano, frequentando ed appassionandosi, nella bottega paterna, all’utilizzo degli strumenti della pittura e alla frequentazione di numerosi artisti, protagonisti dell’arte del tempo.

“Assimila i gesti espressivi, la luce drammatica, gli scorci intimi di una società, quella romana dell’epoca, in un tumultuoso divenire, sollecitata dalla ripresa sociale ed economica dell’urbe”; così riporta un pannello descrittivo della mostra.

Nella sua casa, a diciassette anni, subì violenza, e, l’anno successivo intraprese il processo che non poche ulteriori sofferenze dovette causarle, proprio per le forme e le modalità in cui esso si svolse, e per quella sorta di “contrappasso” che in questi casi rende la vittima obbligata a dimostrare la propria innocenza.

Della prima fase della vita di Artemisia sono le opere che, a mio parere, risultano più belle e interessanti, dimostrando già da subito una notevole maturità artistica.

“Susanna e i Vecchioni”, (si è discusso molto sulla sua datazione esatta, ma sicuramente dipinto tra il 1610 e il 1611), è la dimostrazione di quanto affermo.

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In un breve spazio della tela, Artemisia riassume scene, volti, azione, profondità psicologica dei personaggi. Susanna esprime un evidente segno di fastidio per gli sguardi intriganti e calunniosi dei due uomini; Susanna non fugge, non si nasconde, non tenta nemmeno di coprire la sua nudità. Semplicemente rifiuta le osservazioni laide ed oscene, con il gesto cerca di cacciarle fuori dalla tela stessa.

In “Giuditta e la fantesca Abra”, Artemisia rappresenta il momento in cui due figure (due donne), si apprestano a lasciare la tenda di Oloferne, la cui testa decapitata è già nel cesto della fantesca. Le due donne sono attente ai suoni e ai rumori che provengono dall’esterno, ma i volti non esprimono alcun timore, alcuna paura. E anche in “Giuditta con la testa di Oloferne”, la donna guarda dritto dalla tela lo spettatore: nessuna ostentazione, come pure nessun dubbio o timore sembrano emergere dallo sguardo.

Ma questo atteggiamento è anche in un’opera dal contenuto estremamente diverso: “Danae”, una piccola tela, con una donna nuda ed ostentatamente distante, lo sguardo tra il divertito e il disinteressato, mentre la fantesca corre ed allarga la veste per recuperare la pioggia d’oro di Giove.

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Con la “Conversione della Maddalena”, l’introspezione del personaggio si fa ancora più intima. acuta e profonda, con la Maddalena, sola, che confessa i propri peccati.

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Infine (ma infine solo per la mia rapida carrellata delle opere di Artemisia), le due tele, opportunamente esposte l’una di fianco all’altra, di “Giuditta che decapita Oloferne”. Il fondo della tela si è fatto più scuro; dal buio caravaggesco emergono le figure delle due donne, già in azione. Volti di donne decise e determinate, ma assolutamente prive di odio. La descrizione delle vesti si arricchisce progressivamente, non tanto nelle stoffe e nei loro ricami, quanto nei colori e nel come essi prendono sui corpi, sviluppandosi in volute e pieghe eleganti. L’attenzione e la precisione nella descrizione della spada è al tempo stesso elegante e perfetta.

In primo piano la testa di Oloferne, dal quale schizza il sangue che imbratta il candido giaciglio in maniera ancora più naturale di quanto abbia fatto Caravaggio.

Splendida.

E questa è solo la prima parte della vita e dell’opera della pittrice.

Artemisia lavorò, oltre che a Roma, a Firenze (fu la prima donna ammessa all’Accademia delle Arti e del Disegno), a Venezia, In Inghilterra e a Napoli.

In ognuno di questi luoghi la sua arte influenzò e fu influenzata dagli artisti e dalla cultura locale. Segno evidente di una grande apertura mentale, pronta a ricevere, ed al contempo a offrire una capacità ed potenza creativa sempre di grande livello.

La mostra di Roma, a me pare, riesca a dare un ampio e completo racconto della vita e dell’opera di questa donna, integrando, peraltro, le tele di Artemisia con esempi di autori che hanno lavorato intorno a lei o, addirittura, soprattutto nell’ultimo periodo, insieme a lei.

Con fama ed onori, Artemisia Gentileschi concluse la sua vita a Napoli, il 14 giugno del 1653. Commesse di valore e riconoscimenti non le mancarono certo quando era ancora in vita, ed anche questo contribuisce a definirla come una assoluta protagonista dell’arte del tempo.

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