Una nuova bandiera

Una nuova bandiera è quella che ho utilizzato oggi, domenica 9 aprile, all’annuale Marcia della Pace che abbiamo organizzato a Foggia, dalla sede della Comunità Emmaus fino all’aeroporto militare di Amendola dove sono stanziati droni da guerra e aerei militari.

E’ sempre la bandiera arcobaleno della Pace, ma è nuova.

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Ho lasciato a casa quella, logora e gloriosa, che ho portato per anni alle manifestazioni nazionali ed internazionali: a Roma nell’ormai lontanissimo 15 febbraio 2003, al più grande corteo pacifista che si sia tenuto in italia http://www.lastampa.it/2017/02/15/multimedia/italia/febbraio-in-milioni-a-roma-per-dire-no-alla-guerra-alliraq-f9ksECfYfIp8CEbBJZY30O/pagina.html); il 12 ottobre 2003 alla Marcia Perugia-Assisi; ancora a Roma il 20 marzo del 2004; e poi a Londra il 17 ottobre del 2004 in occasione del Social Forum Europeo; il 6 luglio del 2005, in occasione del “blocco” della base nucleare di Gleneagles, sempre nel Regno Unito; ad Atene il 6 maggio del 2006, anche qui in occasione del Social Forum, tra molotov e cariche della polizia; a Vicenza il 17 febbraio del 2007, per protestare contro la base militare americana; a Malmo, in Svezia il 21 settembre del 2008, sempre per il Social Forum Europeo; ed infine a Bruxelles il 15 ottobre del 20015.

L’anno scorso, alla marcia Emmaus-Amendola, l’avevo portata per testimoniare della lunga serie storica di manifestazioni cui, con milioni di altre persone, compagni, cittadini, avevo partecipato per riproporre, in maniera sempre più drammatica ed angosciante, il tema della pace.

Oggi ne ho utilizzato un’altra, nuova, completamente nuova, con tutte le righe della piegatura ancora intatte.

L’ho fatto perché ritengo che non sia più tempo di guardare alle grandi lotte, alle importanti iniziative, alle straordinarie mobilitazioni che abbiamo realizzato, ma di girare lo sguardo in avanti rispetto alla tremebonda situazione che si approccia, ai venti di guerra che si avvicinano a grandi passi e che dovrebbero sollecitare mobilitazioni e movimenti ancora più vistosi di quelli passati, mentre invece trovano voci più flebili di quelle registrate in passato.

Non dico questo per fare un bilancio rassegnato dei risultati di quelle lotte e di quelle iniziative; al contrario lo affermo perché non è indietro che dobbiamo guardare, ma avanti, alla necessità di ricostruire un tessuto, di riannodare le fila, di rilanciare una iniziativa, partendo dal livello e dalla situazione in cui siamo.

E la situazione in cui siamo è drammatica.

Macerie abbiamo intorno a noi.

Macerie materiali ed ideali.

Macerie materiali che leggiamo sui giornali, che vediamo in televisione dei luoghi, non lontani, nei quali le guerre producono ogni giorno drammatiche conseguenze: case distrutte, ponti crollati uomini uccisi, bambini massacrati, fiumi di umanità derelitta che si muovono da una parte all’altra di territori resi inabitabili, che vagano nei deserti, che attraversano il mare e tentano, disperatamente, di raggiungere i territori della nostra europa, per cercare un pò di pace per loro e per i propri cari.

Macerie ideali perché una vigliacca ed ipocrita propaganda, sottilmente orchestrata ed architettata, tenta di convincerci che rispondere alla guerra con altra guerra, sia la strada migliore da percorrere, che aggiungere morti a nuovi morti sia il modo per gestire le situazioni di crisi, che ampliare le situazioni di conflitto sia la maniera per affrontare problemi endemici e centenari provocati dagli stessi interessi economici che li hanno determinati.

Ed ecco l’ipocrisia di regime che affastella giornalmente notizie fuorvianti per commuovere, far inorridire, deviare l’opinione comune dal sensato tracciato di una indiscutibile volontà e propensione alla pace.

Gli uomini vogliono la guerra? Ma quando mai!

Abili imbonitori, per propri interessi o per interessi di clan, oppure al soldo di consolidati interessi economici e finanziari, da sempre, sono i responsabili di cruente carneficine che hanno insanguinato e tuttora insanguinano il mondo.

Altrimenti qualcuno dovrebbe spiegarci perché i morti di una parte sono diversi da quelli della parte avversa. Perché, in nome di di una carneficina perpetrata ai danni di alcuni bambini, si armano missili e droni e si uccidono altri bambini.

Il “comandante in capo” Trump, alla guida di della più grande potenza militare del mondo chiama le nazioni civili alla guerra per un supposto utilizzo di armi chimiche, mentre ancora non si spegne l’eco delle ammissioni dei capi di stato sulla inesistenza di quelle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein che furono la scintilla (cioè la scusa) dell’intervento in Iraq.

E così, con l’ipocrisia di sempre, solo timide voci ricordano in modo sempre più affannoso la soppressione di un popolo, quello palestinese; dei massacri che lì sono stati compiuti e ancora giornalmente si compiono. E la causa profonda di un malcontento endemico, procurato dall’occidente, viene costantemente taciuta, nascosta e giustificata.

Se dico queste cose, sono favorevole alla Russia di Putin e alla permanenza di Assad?

Ma per carità. Cosa mai mi può legare all’autarchia nazionalista russa o alla instabilità dittatoriale che si vive in Siria.

La realtà è che bombe intelligenti ci sono solo nella fantasia trasognante di qualche imbecille che tenta di giustificare l’una o l’altra parte, con la scusa del dilagante, preoccupante e mostruoso terrorismo, che certo non si combatte con azioni di guerra indiscriminate e indifferenziate che, guarda caso, hanno come conseguenza, sempre, quella di aumentare il peso che pagano le popolazioni, i civili, le donne e i bambini.

Smettere di acquistare armi (con aggravio del bilancio e con l’utilizzo di soldi che potrebbero servire a ben altro); smettere di vendere armi agli stati in conflitto (cosa vergognosamente baipassata da tutte le “democrazie”); smettere di produrre armi, anche a costo di chiudere le fabbriche. Questa è l’unica soluzione possibile.

Prendere parte, per l’una o l’altra fazione è una sciagurata opzione.

E infine a quelli che, nei momenti più delicati e problematici, continuano strumentalmente ed ipocritamente a chiedere: dove sono i pacifisti?

Eccoci, noi siamo qui, a continuare una lunga battaglia per la quale certo voi non vi siete mai sprecati a consumare neppure un minuto delle vostre miserabili menti.

Voi, piuttosto, dove siete?

A giustificare subdolamente questa o quella strage, a stendere coperte di oblio sui quotidiani morti in Yemen, causati da aerei venduti dagli americani e bombe vendute dall’Italia; a celebrare vacue ricorrenze di vittime di altri, dimenticando quelle procurate da voi.

Noi ci siamo e continueremo ad esserci, come abbiamo fatto, ancora oggi, per l’ennesima volta. Per quelli che c’erano ed hanno marciato con noi, e per quelli che non sono venuti e che ci impegnamo a far partecipare le prossime volte.

Con nuove bandiere.

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