Una mostra

E’ quella in corso presso le Scuderie del Quirinale: “da Caravaggio a Bernini, capolavori del seicento italiano nelle collezioni reali di Spagna”. (fino al 30 luglio 2017, ingresso euro 12, audioguida euro 5).

Ciò che mi accingo a fare, con questo scritto, mi risulta piuttosto impegnativo perché, nonostante già prima di andare a vedere la mostra mi sia opportunamente documentato, e nonostante abbia letto la quasi totalità delle didascalie esposte nelle sale della mostra e quelle relative alle singole opere, non sono riuscito, in verità, a trovare un vero filo conduttore dell’intera esposizione.

Intendiamoci.

Alcune delle opere esposte (e delle quali parlerò fra breve), sono semplicemente eccezionali; peraltro non sempre fruibili perché non esposte nei musei e quindi di difficile accesso. Tuttavia è il disegno complessivo della mostra che non mi ha del tutto convinto.

Cominciamo dalla prima sala, dove campeggia un capolavoro di Caravaggio che da solo vale l’intera esposizione. Si tratta di “Salomè con la testa del Battista”.

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Il quadro esprime una solenne tragicità esaltata dalla semplicità e insieme dall’accuratezza con la quale sono dipinte le vesti dei personaggi che, come di consueto, il pittore illumina strategicamente, facendoli emergere dal buio più assoluto. Basta citare il panneggio del rosso mantello di Salomè per rendere conto del grande pregio e della elevata qualità artistica dell’opera. La testa del Battista è poi posata sul vassoio con la naturalezza e la tragicità tipica del Caravaggio che mette il suo volto a servizio della sofferenza e della morte. Il pittore la dipinge come una scena contemporanea e ciò non fa che esaltare la crudezza del racconto.

Il dipinto viene esplicitamente messo a confronto con un altra tela presente nella stessa sala: quello di Fede Galizia, “Giuditta con la testa di Oloferne”.

Il quadro, dal tema quasi analogo, è di uno spiccato taglio manierista. E’ esaltato il lusso degli abiti dei personaggi, gli ori, le acconciature; Abiti sontuosi e gioielli realisticamente riportati, che esautorano la rappresentazione e la drammaticità della scena.

Il confronto tra i due quadri non fa che esaltare la grande innovazione pittorica del Caravaggio e la sua altissima qualità artistica.

Il confronto, così dettagliatamente illustrato nelle didascalie, lascia intendere una trama della mostra intesa a sviluppare un confronto tra diverse ipotesi artistiche e differenti forme dell’arte in generale e della pittura in particolare.

Invece, già nella seconda sala, questo tema risulta completamente sfumato e viene rappresentato ciò che il titolo della Mostra contiene e cioè semplicemente (si fa per dire), le opere di autori italiani raccolte e presenti presso la corte spagnola. Non che questo annulli o diminuisca la qualità delle opere esposte, ma, comunque, si presenta in evidente dissonanza con l’ipotesi che sembrava pervadere l’impostazione della prima sala.

Ed ecco dunque una tela di Guido Reni, “La Conversione di Saulo”, nel quale la matrice caravaggesca è visibile, ma sfumata grandemente, idealizzata nel concetto di bello. “Lot e le sue figlie” del Guercino riprendono il tema del naturalismo, filtrato in “salsa” veneta, con i caratteristici paesaggi, i colori sfumati, le tipiche tracce di sensualità.

La traccia della Mostra si disperde ulteriormente man mano che si procede.

Infatti le sale successive sono dedicate a Josè de Ribera e a Velazquez, due autori spagnoli e non certo italiani. E sarà pur vero che de Ribera, venuto per la prima volta in Italia nel 1606 ha trascorso gran tempo della sua vita a Napoli e a Roma; ma Velazquez ? Quest’ultimo conosceva certamente la cultura e la pittura italiana, ne è stato sicuramente influenzato, ha soggiornato in Italia, ma le sue opere non si possono certo definire opere “del seicento italiano”.

Così lascio perdere il senso della mostra e mi “limito” a godere delle belle opere d’arte messe in esposizione.

In de Ribera l’influenza caravaggesca è evidente sia nel “san Girolamo in meditazione” che nel “san Francesco d’Assisi si getta tra i rovi”; quest’ultimo, tuttavia, è già un punto di passaggio verso atmosfere più sfumate, ma non meno intense, che si ritrovano nella bellissima tela di “Giacobbe e il gregge di Labano”.

L’atmosfera si apre alla luminosità, e mentre le figure umane si sfumano nei contorni, le greggi sembrano diventare ancora più reali e naturali, quasi uscire dalla scena, e, complice la mano di Giacobbe, di un realismo esaltante, che si allunga sul vello dell’animale, viene voglia anche al visitatore di allungare la propria.

Con la tela di Velazquez, “La Tunica di Giuseppe”, non il bello astratto, né il repertorio delle espressioni dell’essere umano vengono rappresentate, bensì la mera “comunicazione” della realtà. La sorpresa e insieme il dolore di Giacobbe si leggono in modo palese sul suo volto.

Ancora altre opere di de Ribera, nonché di Romanelli (“Deposizione”), raffinato e languido che nei colori si richiama a Raffaello; e poi ancora di Stanzione, autore molto apprezzato alla corte spagnola, con “I sette arcangeli”.

Al piamo superiore, la Mostra torna alla sua tematica di base con una sala piena di Crocefissi, tra i quali spicca quello del Bernini, di grande fisicità ed espressività.

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Qui, insieme a tele e sculture, sono raccolte anche una serie di opere, pale, suppellettili domestiche ed altri oggetti che sono testimonianza di un arredo del Palazzo Reale e delle dimore reali di Spagna, di grande valore artistico, ma anche di una notevole attenzione al gusto e al “piacere” artistico.

Fra questi ne citerò solo due veramente eccezionali: la famosa Pala dell’ “Incontro tra Attila e papa Leone I Magno”, una sontuosa opera in argento, bronzo dorato e marmo; e una sorte di “tondo” di Giovanni Battista Foggini, “la Sacra Famiglia”, una altrettanto pregevole opera in bronzo dorato e lapislazzuli.

Seguono ancora, nelle sale successive, opere di Vaccaro, artista napoletano, ispirato da Reni, ma non sempre a lui fedele, discostandosene soprattutto per il suo maggiore cromatismo; nel “Riposo durante la fuga in Egitto”, le figure sono di una serena ed elegante bellezza, delicato ed assorto il volto di Maria, classica la postura di Giuseppe. Mattia Preti, detto il Cavaliere calabrese, sembra ripristinare toni caravaggeschi nel suo “san Girolamo ascolta la tromba del Giudizio Universale”. Ancora Luca Giordano, la cui qualità dell’opera è sempre al servizio delle preferenze della committenza: in lui varietà di temi ed argomenti, come pure di stili e coloriture. Infine Sollima, che segue analoga fortuna di quella di Luca Giordano presso la corte spagnola (e non solo), solo parzialmente minata dalla sua quasi totale cecità.

Dunque una Mostra bella e ricca, con tante opere che, come ho detto, sono di non facile fruizione; interessante se vi lascerete portare dalla volontà di ammirare e gustare le bellissime tele e le altre opere esposte. Evitate di cercare una trama nascosta; io, probabilmente per limiti e deficienze personali, non sono riuscito a rintracciarne una che fosse unitaria.

Comunque da non mancare!

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